Argine

 

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Argine, 2005. Olio sabbia e stucco su legno.

 

…Era una domenica pomeriggio, in cui c’era da uscire, per forza, che se no si moriva. E allora un giro in macchina, che in quegli anni, quando si moriva, la medicina era l’eccesso, di velocità e volume.
E poi l’argine, aria aperta, a “filosofeggiare”, che ci piaceva così. Passare il tempo a parlare del Mondo, di come ci sarebbe piaciuto, di come poteva essere migliore. A fare a gara a dimostrare che non c’è alcun dio, a recitare poesie di Catullo, che Odi et amo era l’unica che ci ricordavamo entrambi  senza manco un errore, e le altre erano bisticci di rime e metrica.
Era proprio di questi tempi, sì. E c’era un verde che quasi faceva male agli occhi, squillante, vivace. Così forte da confondere il colore delle facce nostre, gli imbarazzi, le crisi, i silenzi.
Argine è diventato il ricordo di una promessa fatta di notte, tra fumo e sangue. L’unica che è stata mantenuta…

 

Nebbia d’aprile

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Comincia un po’ così
che mi decido a chiudere le dita
sulla coda d’un pensiero
e lo raccolgo come un fiore
pendulo
lo stelo troppo fino
i petali ammassati
uno sull’altro.
Che ci si è messo pure il diavolo
a prendermi a pedate
sotto le lenzuola,
che un briciolo di pace è già troppo.
E io che vado avanti a colpi
di gomito
tra impegni presi e promemoria
per volontà nascosti sotto mucchi di cose
e volumi troppo alti,
lascio che lo zucchero s’incolli
sul fondo del bicchiere
e succhio il bastoncino.
Finisce un po’ così
che cerco la finestra e spazio
per uno sguardo libero
randagio
e invece trovo lei
che me lo abbraccia
e se lo porta via
maledetta
nebbia d’aprile.