Di tutti i sogni

 

pecore

Di tutti i sogni

vassoi di mele caramellate

che porgi alla mia bocca

come i più originali dei peccati,

sogni coltelli

affondati tra le lenzuola stese

e tu sei l’ombra serpe

o il vento che tambura?

Di tutti i sogni

piedi sul petto

schiacciati i sentimenti di formica

danza la cicala

inneggia alla disobbedienza

generosa da strozzarmi la gola

e tu?

sei la nota stridula

o il languido bemolle?

Di tutti i sogni

orologini svizzeri

delle mie ambizioni sopite

dei tesori sepolti

gli orgasmi implosi,

di tutti i sogni

in cui viaggi a ritroso

ultimo treno fantasma

tu

cosa ricordi?

A cavalcioni

   

Porgimi ancora

scuse

nascoste nelle guance

e due bicchieri d’acqua

salata.

Prestami ancora

gli occhi

per setacciare sabbia

polvere d’Atlantide

e fondi di caffè.

Regalami ancora

sogni

da saltarci sopra a cavalcioni

una coperta per mantello

e nuvole

di fumo colorato

all’orizzonte.

Minima Principia – Riccardo Carnielli

 

 Torno a parlare di libri. Entusiasticamente. Ce ne sono cinque o sei che aspettano, da mesi, nel cassetto della scrivania. Minima principia, di Riccardo Carnielli, è l’ultimo arrivato. Eppure non potevo aspettare. Come tutte le cose belle che bisogna dividere con qualcuno.

Forse molti avranno riconosciuto la copertina: è in costante pubblicità nel web da febbraio. Io me ne sono resa conto solo a posteriori e ne sono rimasta sorpresa.

Di fatto, ho conosciuto Minima principia quando la sorte me lo ha portato a casa (Riccardo è un amico d’infanzia, che non vedo da una ventina d’anni, e le nostre mamme, che invece si vedono spesso, hanno fatto da tramite).

Terminato il libro, ho scritto a Riccardo le mie impressioni in una lettera. Questa lettera, la pubblico qui. Così che siano le mie parole dirette e sincere a raccontare il romanzo.

Ciao!

Cercherò di esporti le mie impressioni così come le ho vissute, durante la lettura. Premetto che non ho letto la quarta – non la leggo mai prima del romanzo – perché desidero che ogni parola sia una sorpresa, una mattone sconosciuto.

Ho affrontato le prime pagine con un pizzico di timore. A pagina 6 il timore si era fatto terrore. Ho pensato che arrivare alla fine sarebbe stato un calvario, una lenta agonia fatta di righe scorse con lo sguardo distratto, tanto per.

A trasferirmi queste sensazioni è stata una certa lentezza, senza dubbio voluta, per la situazione descritta (si narra di una sorta di “rinascita”, del risveglio da uno stato d’immobilità psichica, e quindi immagino tu abbia ricercato questo effetto) ma per il lettore – per me lettore – è stato un pochino eccessivo. Lentezza e labirinto.

Mi riferisco a frasi come “Charlie non svenne subito. Charlie s’impose di sentire la sua presenza sbiadire mentre riconosceva il corpo venire, svegliarsi dall’incapacità autarchica che lo aveva tenuto chiuso nel suo allegorico bozzolo, recedendo fin nell’anticamera dello stato post-onirico della notte.” O alla descrizione dell’uomo delle pulizie. Se è tutto così, ho pensato, mi ci vorrà un anno.

Superato a fatica il primo capitolo, la situazione è cambiata completamente. La storia ha assunto ritmo, dinamicità. Si è resa affascinante. L’ho divorata.

Per come hai gestito la trama, riuscendo a stimolare l’interesse (quasi morboso) verso Charlie Waters. Non mi sono sentita immedesimata con lui, non si è instaurato il legame empatico. Piuttosto, lo osservavo. Lo seguivo – accompagnavo nel suo girovagare, nel suo ri-scoprire – come fosse un esperimento, un’opera d’arte, un fenomeno bizzarro e sconvolgente.

Sono rimasta meravigliata dalla profondità con cui hai sviscerato Charlie, con cui ne hai costruito l’esistenza. E la sua mania, trasmessa al lettore anche attraverso un’abbondanza di dettagli (mi viene in mente l’elenco di voli e orari all’aeroporto, descrizione di cibi, farmaci, tutta l’oggettistica del sexy shop…) che sfiora il fastidio ossessivo.

Al pari, ho ammirato la capacità di penetrare i personaggi e di tratteggiarne con precisione ed efficacia la personalità, gli istinti, l’unicità. Hai dei bei personaggi, davvero. Ognuno scolpito, ognuno col suo ruolo e il suo significato.

Bellissimi i richiami simbolici, archetipici, che con estrema efficacia si materializzano nella mente del lettore, attraverso forme e colori, e insieme il tuo uso particolare dell’aggettivazione, ottimo davvero. Ho amato molto anche i quadri di riferimento all’inizio dei capitoli, così come la presenza dell’arte, costante nella narrazione.

Riguardo lo stile, hai un modo tutto tuo di scrivere e questa cosa è preziosa – la riconoscibilità. Scrivi bene, scegli e ponderi le parole con estrema cura, ti piacciono i preziosismi lessicali e i prestiti semantici. Hai una scrittura ricca, ma allo stesso tempo pulita, corretta (anche se appartieni al partito delle d eufoniche, mentre io sono dello schieramento opposto :-)).

Un altro aspetto particolare, è l’aura di “internazionalità” che permea il testo. E non mi riferisco soltanto alla scelta di un protagonista londinese che si muove qua e là per il mondo (cosa che per altro lascia emergere un ottimo lavoro di ricerca e approfondimento), quanto più alla sensazione di facile “traducibilità”.  Non so se mi spiego… ho come percepito da parte tua l’intenzione di non ancorare l’opera a una definita italianità ma di svincolarla, per farla volare più in alto (è per questo che, a differenza dei numerosi dettagli logistici, quando la storia si è spostata in Italia, non hai voluto specificarne la località?).

Ebbene, è quello che ti auguro, perché hai scritto davvero un ottimo, OTTIMO romanzo. Siamo a livelli alti, e chi mi conosce sa quanto restia io sia a sbilanciarmi in questo modo.

E detto questo, anche il prezzo – questi 17 euro che, credimi, d’impatto paiono un po’ eccessivi – alla fine della lettura sembra meritato. Il tomo in sé è bello, molto curato nella forma. Ha una bella carta, ottima stampa. E anche la copertina è azzeccata (nonostante di mio io ami colori meno sgargianti).

Ecco, non ho altro da dirti.

 

Mi rendo conto di non aver parlato della trama, e non vorrei farlo. Per dare un’idea generale, riporto le parole della quarta:

Un architetto senza memoria del suo passato né alcuna cognizione di sé, si risveglia nella sala d’attesa di un aeroporto. L’uomo apre gli occhi per la prima volta sul mondo e lentamente comincia una ricerca che lo porterà a ricostruire gli aspetti dimenticati della sua vita, a comprendere la sua origine, a fronteggiare l’equilibrio instabile della sua psicologia, nel tentativo inefficace di recuperare una normalità che amica, colleghi e psicologo di turno gli sveleranno come necessaria, e che lo condurrà all’ossessione per la struttura fisica del corpo, alla frequentazione di ragazze anoressiche prima e ad interessi omosessuali poi, alla realizzazione di uno spazio architettonico adeguato, personale, intimo.

E aggiungo che si tratta di un intreccio ricchissimo, importante e coraggioso, che sa essere crudo e violento e che sa emozionare. E nel finale (ottimo finale!) esplode come un fuoco d’artificio.

È un romanzo che va letto. E lo dico soprattutto a quei miei amichetti scrittori che qualche volta passano da queste parti. Leggete Minima principia, me ne sarete grati. E se non lo leggete, siete dei pirla.

    

Mai così vicine

   

L’inaspettato

veste colori morbidi

come la nebbia

la sabbia del deserto

il pane.

Piega le gambe al tempo

Strappandogli le ali dalla schiena.

Rompe la voce

e gli argini

ciglia di bambù.

L’inaspettato sceglie

beffandosi dei voglio e dei vorrei

 e delle nostre bugie

la misura

nello spazio d’un foglio

tra le mie dita e le tue

mai così vicine. 

    

La sorpresa

   

Sollevi carta di giornale

come una tenda

da cui sbirciare il tempo andato

e le mie gambe.

Lo scalpiccio bugiardo

la fretta del ritorno

e la sorpresa

raccolta nelle orecchie come un nido

si libera dalle mie labbra

in uno sputo

dolce di zucchero veleno

contro il tuo vetro sporco

 d’inchiostro.

 

 

Opera sei – David Riva

 

 

Opera sei.  Allora, la premessa: per tutte le volte che, avendo letto un libro strafico, ho pensato/desiderato/sognato di conoscerne l’autore, magari di potergli dire sei un grande! e discutere a tu per tu del suo lavoro, ebbene, stavolta il meccanismo è stato invertito. Nel senso che prima ho conosciuto David Riva, e poi, avendolo trovato strafico, ho deciso che la curiosità di leggere il suo primo romanzo – pubblicato da qualche mese – andava assolutamente soddisfatta.

Anche perché, chiacchierando con David, inevitabilmente si era finiti col parlare d’arte, e già allora la sensazione di trovarmi di fronte a una persona appassionata e competente era stata forte.  Sensazione che ha trovato certezza tra le righe di Opera sei.

Hao Myung è un chirurgo plastico. Ma prima ancora, è un artista, che “opera” sull’essere umano, con l’intenzione di aiutarlo a individuare la propria reale natura, per poi esporla agli occhi del pubblico, vuoi con cilindri metallici che attraversano l’addome di un uomo già devastato da una ferita, vuoi con una calotta trasparente che lasci ammirare l’attività del cervello di una donna di straordinaria intelligenza…

Ester è la ragazza destinata a diventare l’Opera sei,  e Ivan è colui che cercherà di salvarla da Hao Myung e soprattutto dalla potente associazione che finanzia le operazioni al fine di commerciare questi esseri umani trasformati in opere d’arte.

Dunque, Opera sei è un romanzo che parla d’arte, ma soprattutto che offre al lettore una storia come spunto di approfondimento per uno degli aspetti di ricerca più discusso nei secoli: dove sta l’arte rispetto all’essere umano? C’è un dentro e un fuori? L’arte è altro dall’artista, è espressione dell’artista o è l’artista stesso? E dove sta il limite?

In questo percorso, il lettore non è mai abbandonato: l’autore lo accompagna, collocando di volta in volta alcuni punti di riferimento, riportando estratti di trattati artistici o dichiarazioni di artisti o critici, scelti con cura e grande opportunità.

Insomma, sento di dire che nei contenuti Opera sei è un romanzo che apre voragini, che punge e spinge a riflettere sull’essere umano e sui suoi meccanismi, prima ancora che sull’arte. E questa, è una grande cosa.

Poi, dal punto di vista tecnico, va detto che Riva scrive bene. Ha uno stile pulito, affilato, che ricorda nelle sue frasi un susseguirsi di piccole incisioni nella carne. Se ne percepisce un senso di grande misura, dove tutto, ogni parola, ogni virgola, è soppesato, calcolato al millimetro. È un piacere per gli occhi, senza dubbio.  Così come le dinamiche temporali della narrazione, non lineari, sono perfettamente calcolate e gestite.

La pecca, a mio parere, sta nel rovescio della medaglia: c’è un così elevato alone di precisione che talvolta ci si ritrova a leggere il testo “guardandolo”, con un certo distacco. Presi forse a godere della precisione degli incastri, della musicalità, del preziosismi lessicali, ci si sente un poco esclusi, a livello emotivo. È una sensazione strana, difficile da spiegare, anche perché i personaggi sono davvero ben costruiti, tratteggiati nell’aspetto esteriore e soprattutto nella loro caratterizzazione, nei gesti, nei linguaggi. Mi verrebbe da dire “freddezza”, ma so che non è affatto corretto.

Ecco, forse, la sensazione è quasi che David Riva ci abbia voluto rendere “soltanto” spettatori, come  di fronte a un’opera d’arte, liberi ognuno di rapportarsi a proprio modo, di cercare il “significato” nella nostra più personale riflessione e interpretazione. In questa ottica, la pecca non è più tale, e davvero l’esito è potentissimo.

Non serve aggiungere altro: è un romanzo che consiglio. Ah, invece, giacché si parla d’arte, due parole sulla copertina: realizzata da Diramazioni per Edizioni XII, davvero bella, molto molto bella.