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Qua e là

 

Un mese e mezzo senza aggiornare il blog. Si potrebbe pensare che mi sia goduta un lungo periodo di ferie e che quindi abbia temporaneamente abbandonato tutto… Esatto, proprio così.

Non che mi sia riposata, eh… un po’ il caldo. Un po’ i brutti ricordi di fine luglio, quando ho vissuto la grandiosa esperienza dello svegliarmi alle 4 del mattino coi ladri in casa. Un po’ il corri corri, verso il mare, sulla spiaggia, in cucina, per l’aeroporto, dietro al diavoletto scatenato…  Vacanze tutt’altro che riposanti, in definitiva, ma va bene così.

Sono abbronzata. Era da anni che non mi vedevo così marroncina, merito forse del sole delle ore buone, quello del mattino presto che colora e non brucia. E merito forse del sole agguerrito della Tunisia, che picchia pure nelle ore buone.

Ho letto poco, però. Perché mi piace leggere bene, in santa pace, e la santa pace non mi fa più visita da un bel po’ di tempo. Ho letto poco, però per quel poco ho letto bene. Perché dopo tanto tempo sono tornata a Roma, in città intendo. E lì c’è la libreria grande, quella in cui mia madre conserva i classici. Allora non ho fatto altro che correre a destra e sinistra, su e giù con lo sguardo, e far scattare la mano quando un titolo catturava il mio interesse.

Gente di Dublino, di James Joyce. Era da tanto che volevo rileggere Joyce. Forse perché tempo fa avevo letto frammenti di Ulisse, e pur non essendomi piaciuto nemmeno un po’, mi erano rimaste impresse alcune cose e quindi volevo riprovarci.

La cosa divertente è stata che avevo saltato l’introduzione, perché volevo arrivare subito al testo. Giunta al terzo capitolo, mi sembrava tutto un gran casino, troppi personaggi, troppe faccende scollegate tra loro. Poi mi sono resa conto che era una raccolta di racconti e non un romanzo. Ecco, questi sono i momenti in cui mi sento sprofondare nell’ignoranza.

In definitiva, i singoli racconti sembrano regalare poco. Visti però nell’ottica generale della raccolta, assumono un senso spaventosamente attraente: c’è un tema comune nascosto dietro le storie quotidiane di questi dublinesi raccontati nelle loro piccole vicende pubbliche e private. La paralisi. Il senso di impotenza, la rabbia del non poter agire o reagire, il desiderio, il sogno della fuga e il sentirsi inchiodati nella propria situazione. In questa chiave di lettura, ecco che allora i racconti diventano davvero racconti, assumono quel senso di profondità che al primo impatto sembravano non avere.

Poi nella libreria c’era Italo Calvino, diverse opere. Ho scelto Marcovaldo, tanto per rimanere sulle raccolte di racconti. Avevo letto Calvino tanti anni fa, forse alle scuole medie. Sì sì, alle medie. E come gran parte delle cose di allora, ricordo poco e male. Poi qualcuno, parlandomi un gran bene delle Lezioni americane, mi ha fatto venire la curiosità.

Ebbene, Marcovaldo è davvero carino. Scritto con quella semplicità che piacerebbe saper avere anche a me, con quel tono leggero che però nasconde stati d’animo tutt’altro che leggeri. Il tema è la Città, vissuta da Marcovaldo nel susseguirsi delle stagioni, con l’atteggiamento di chi alla città non appartiene ma è costretto a starci, e vive con frustrazione il grigio, il traffico cittadino, l’assenza della natura, le dinamiche consumistiche e la tecnologia, e nel cercare espedienti per farsela passare, riesce sempre a cacciarsi in qualche guaio.

Dicevo proprio ieri che tra tutti i racconti, uno in particolare mi ha colpito per l’incipit, tanto da considerarlo perfetto. Sì, una di quelle piccole cose perfette che qualche volta – raramente – mi capita di leggere. E allora lo riporto anche qui, in chiusura di questo post un po’ sconclusionato che però segna la conclusione delle ferie e in qualche modo anche dell’estate.

Luna e Gnac

La notte durava venti secondi, e venti secondi il GNAC. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi stelle che più le si guardava più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo visto in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell’insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il GNAC.
Il GNAC era una parte della scritta pubblicitaria SPAAK-COGNAC sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient’altro. La luna improvvisamente sbiadiva, il cielo diventava uniformemente nero e piatto, le stelle perdevano il brillio, e i gatti e le gatte che da dieci secondi lanciavano gnaulii d’amore muovendosi languidi uno incontro all’altro lungo le grondaie e le cimase, ora, col GNAC, s’acquattavano sulle tegole a pelo ritto, nella fosforescente luce al neon.

(Marcovaldo, Italo Calvino)

Buon rientro a tutti!

Con gli occhi

rembrandt

 
Che avevi molte voci
molte più di me
te ne facevi un vanto
un tempo
sciogliendo caramelle
tra pozzanghere e sputi
filando stelle e zucchero
e con le labbra
disinfettavi i lembi
lacerati
del tuo colpire i legni
chiusi a sigillo.
Avevi molte voci
molte più di me
che t’ho grattato via la pelle
a forza di sguardi
e del tuo dire e fare e baciare
non resta che un pugnetto
di carne
nelle mani mie
che ho sempre fatto
tutto
con gli occhi.

Troppo silenzio

Irlanda
 
Margini
risparmiati dai rumori
son diventati pareti
da cui entrare e uscire
in punta di dita.
Rumori neri
come d’inchiostro nella pelle
la nota sfuggita al dito
il tempo sbagliato
il grido sulla bocca dei giganti.
Sono i rumori
nostri
quelli che li sentiamo solo con gli occhi,
che ci hanno visto giovani
prenderci le misure
e nascondere i sorrisi
tra le parentesi.
Rumori d’ovatta
sospesi in uno spazio vuoto
che quando abbiamo chiuso gli occhi
per sentirci davvero
siamo rimasti immobili
braccia nelle braccia
disorientati
per il troppo silenzio.

Il divisore

 

bambole_2

 

Di quelle pagine sprecate
sporche
di debiti e incombenze
che li ricordi a prescindere
e di cazzate
a cui togli uno zero
per imbrogliare il mese
e l’amor proprio.
Che impari a sezionare
le necessità
la mano ferma del chirurgo
e tagli e incolli
parole
e orecchie
da distribuire
e bocche di plastica
per baciare quando serve
e sorridere
a comando.
Ripeti sottovoce
le tabelline
e sulle dita calcoli il riporto
delle intenzioni
che nell’economia del tempo
e delle voglie
confondi il divisore
tra i bisogni
e i sentimenti.

Altalena

parco_natura_viva_008

Sei nell’indugio
di passi scivolati
dentro
di cose spinte fuori
strette
tra i denti e il respiro.

Sei nel tuo stringere
catene e mani
che vuoi bucare il vento
con i piedi
e chiuderti la giacca
addosso
come scudo.

Nel rosso che ti scivola dagli occhi
sei
e come me
l’andirivieni
delle tue dita
che pizzicano stelle
e i solchi nella terra
col sedere.

 

Uomini che odiano le donne

 

uomini che odiano le donne - copertina

 

Primo dei tre volumi della Millennium Trilogy, di Stieg Larsson. Credo siano pochi quelli che ancora non ne hanno sentito parlare. Ebbene, se ne è detto di tutto e di più, opinioni che variano dalle stelle alle stalle.  

Come sempre, racconto qualcosa di questo romanzo dopo aver lasciato passare del tempo dalla lettura, solo che stavolta, un po’ per una serie di impegni, un po’ per scelta, ho voluto aspettare di aver letto tutta la saga. La scelta è stata quella di avere una visione d’insieme e di poter considerare questo lavoro anche in rapporto all’intera Trilogia.

Dunque, riguardo la storia basta dire che c’è un giornalista quarantenne, Mikael Blomkvist, che sta attraversando un brutto periodo per problemi legali connessi al lavoro e un anziano imprenditore che lo contatta per risolvere il mistero della scomparsa di una sua nipote avvenuto un trentennio prima. Ad aiutare il giornalista c’è Lisbeth Salander, venticinquenne dalla personalità controversa, che oscilla tra genialità e pazzia. Il tutto è condito da un intrico di personaggi e situazioni, in un intreccio sicuramente forte e accattivante. Talmente accattivante che, alla fine, mi sono lasciata prendere del tutto dalla storia. Alla fine, appunto. Perché, non posso non dirlo, l’inizio del romanzo è di una lentezza esasperante. Non che la lettura sia pesante, per carità. Anzi, si fa leggere molto volentieri, lo stile è scorrevole, asciutto. Solo che non succedeva mai nulla. Pagina dopo pagina dopo pagina, arrivata alla 250, la storia non mi aveva dato ancora nemmeno uno spunto d’interesse. La sensazione è stata che Larsson si fosse un po’ scritto addosso, perdendosi nel raccontare tutta una serie di vicende economiche e politiche, e poi citando decine e decine di persone imparentate con la ragazza scomparsa e poi ancora facendo sfoggio della sua competenza in materia di storia del nazismo. Dunque, a mio avviso, una partenza lentissima, che a conti fatti, non ha dato nulla o quasi alla storia.

Il bello è che, d’un tratto, proprio intorno a pagina 250, qualcosa cambia incredibilmente. Il ritmo aumenta, e la vicenda comincia a regalare colpi di scena e a farsi coinvolgente, tanto che si lascia leggere tutta d’un fiato, regalando diverse soddisfazioni e lasciando la curiosità di andare avanti, al punto che il passaggio alla lettura del secondo capitolo della Trilogia è stato del tutto immediato.

Senza dubbio, il punto forte di questa serie di romanzi, sta nei personaggi protagonisti, Mikael e Lisbeth, che appaiono, ognuno a suo modo, strani, bizzarri e originali. Forse anche troppo. Il punto è che dietro queste marcate caratteristiche, andando a sfrondare e a ridurre al nocciolo, la mia sensazione è che Larsson abbia creato due personaggi “passepartout”. Nel senso che chiunque, davvero chiunque, riesce a immedesimarsi con l’uno o con l’altro.

In poche parole, Mikael è il quarantenne belloccio e interessante, che non è in grado di avere una relazione stabile e che gestisce la sua vita sessuale incontrando diverse donne, con cui però non si lega mai. Il bello è che lui non fa proprio nulla per approcciarle. Sono loro che gliela sbattono letteralmente in faccia. (Lo dice lo stesso Larsson all’inizio del secondo volume, La ragazza che giocava col fuoco). Ebbene, non è il sogno (quasi sempre irrealizzabile) di ogni uomo?

Lisbeth è molto più complessa. Piccola, magrissima e nemmeno bella. Piena di tatuaggi e pearcing. Scontrosa, chiusa in se stessa per quanto riguarda la propria vita, sempre sulla difensiva. Eppure capace di una forza e una furia vendicativa inimmaginabili quando si sente minacciata o contro gli”uomini che odiano le donne”. Sessualmente non schierata, nel senso che non lo sa bene nemmeno lei se preferisce gli uomini o le donne. Semplicemente, fa sesso con chi al momento le va a genio. Inoltre è dotata di un’impressionante memoria fotografica e abilità informatiche e matematiche. Un genio incompreso, insomma. Dunque, credo che tutto l’universo femminile nelle sue sfaccettature possa trovare modo di immedesimarsi in lei.

In definitiva, è Lisbeth il vero personaggio trainante, quello a cui il lettore per forza di cose si affeziona, e che trascina nel suo mondo oscuro, di violenza e follia. Proprio in questo mondo porterà il secondo volume della Trilogia, andando a svelare alcuni segreti del passato della ragazza.

Concludo con un appunto sullo stile. Per chi si aspetta di trovare il sapore dei paesi nordici, forse rimane un po’ deluso. Perché al di là delle citazioni dei piatti tipici svedesi (le classiche polpettine con composta di mirtillo e patate), le minuziose descrizioni degli interni, soprattutto dell’arredamento, e le quasi inesistenti descrizioni di esterni, i continui richiami all’IKEA e un certo atteggiamento sessuale spigliato, per il resto sembra di leggere un romanzo americano i cui nomi dei personaggi e dei luoghi sono stati cambiati con quelli svedesi.

In conclusione i pareri contrastanti sono del tutto plausibili. Forse, con una bella sfoltita, duecento parole in meno, sarebbe stato davvero un ottimo romanzo. Resta il fatto che, nel bene e nel male, una volta che si cade dentro alla Millennium Trilogy, è difficile venirne fuori.  Ma degli altri due volumi, dirò più avanti.

 

 

Giocare: Il Bosco Magico e Il Museo del Giocattolo

 

Una domenica di sole, il desiderio di riempirsi gli occhi di verde, la curiosità di visitare questo Bosco Magico, aperto da un paio di mesi a Verona, in zona Torricelle.

Si tratta di un parco tematico di ventimila metri quadri, di natura boschiva, organizzato in sentieri e itinerari dedicati alla natura, al mondo delle fiabe e ai suoi magici personaggi. Così, ecco che all’ingresso s’incontrano subito scoiattoli e ranocchi scolpiti nel legno, sedili con i volti di gnomi e folletti, ranocchi e oche nascosti tra le foglie al lato dei sentieri.

scivoloLungo il Percorso dei Giochi e delle Favole, si passeggia (o meglio, ci si inerpica) per via Lupus in Fabula, con le sagome dei lupi nascoste tra i rami, via del Gatto con gli Stivali, con tantissime sculture di gatti acciambellati e cartelli espositivi con storie e leggende di gatti. C’è la via delle Favole di Esopo, la via delle Fate e delle Creature Fantastiche e quella degli Gnomi. Insomma, la passeggiata non proprio agevole è accompagnata dalla presenza di queste creature fantastiche e dalla possibilità di accasciarsi su una buona serie di panchine a riprendere fiato. Inoltre sono disponibili giochi per bambini (la foto mostra Valchiria che fa la mamma) e si possono osservare esemplari di antichi giochi da giardino.

Il parco presenta anche un Percorso Botanico, con Ulivi, Gelsi e piante officinali, e un Percorso Panoramico, da dove si può godere di una incredibile vista del centro di Verona.

All’interno del Bosco è stato allestito un piccolo Teatro, nel quale, ogni domenica pomeriggio, vengono messi in scena spettacoli diversi, che hanno per tema le Fiabe.

gnomo 1Insomma, il Bosco magico è un posticino davvero incantevole per trascorrere una giornata nella natura, con un’atmosfera fatata, ma non troppo rilassante. Sento di sconsigliarlo per i bambini al di sotto dei tre anni, perché i sentieri sono a tratti piuttosto ripidi, sono presenti raccordi a scale. Impossibile muoversi col passeggino e un po’ faticoso il percorso a piedi. Per i bambini più grandi, invece, è davvero uno spasso!

Il Bosco Magico è stato creato dalla Fondazione Gaspari Avrese di Verona, con l’intenzione di donare alle famiglie uno spazio verde nel quale giocare e divertirsi.

Sempre legata al tema del Gioco, a circa 50 metri dal Bosco, la Fondazionebambole 1 ha creato Il Museo del Giocattolo presso La casa dei sogni

Si tratta di una vecchia stalla ristrutturata che ha assunto le sembianze di una casa giocattolo, fatta di legno, pietra e vetri. La sensazione è straniante, perché non c’è un confine definito tra il dentro e il fuori. I tronchi degli alberi sono all’interno della casa, protetti da pareti di vetro, una scala porta in un luogo buio e umido che sembra il centro della terra. Dalla porta a vetri ci si accorge di essere su uno stagno.

Tburattini 1utto questo, a fare da cornice a oltre 3.000 giocattoli antichi, tra bambole, cavallini, marionette, costruite con vari tipi di materiali.  I pezzi fanno parte principalmente della collezione di Luciana Gaspari Avrese e si riferiscono a varie epoche e luoghi del Mondo, a partire dalla fine del 1700 al 1950. Non so come descrivere la sensazione di avere migliaia di  occhi puntati addosso. Occhi strani, sguardi vuoti, eppure capaci di mettere inquietudine. 

Il Museo del giocattolo è senza dubbio da vedere, soprattutto per gli appassionati dell’orrore  :-)

Cliccando QUI si va sul sito ufficiale, che riporta tutte le indicazioni per visitare sia il Museo che il Bosco Magico e mostra anche alcune foto carine.

Concludo riportando i versi con cui si apre la home page.

Il bimbo che non gioca
non è un bambino,
ma l’adulto che non gioca
ha perso per sempre
il bambino che è in sé
                                           (Pablo Neruda)

Versi che ho trovato perfetti come invito in un luogo in cui, come per magia, gli adulti tornato a giocare insieme ai bambini, e i bambini possono scoprire i giocattoli con i quali si divertivano, decenni fa, gli adulti di oggi.

 

Accondiscendenze

  bocciolo di rosa

Di rami secchi
non ho più bisogno
né di foglie morte sulla strada.
Cerco l’equilibrio
nei palmi delle mani
Pago le cadute
sul mio culo ossuto
e pigra
o disillusa
imparo a regalare i sì
a prescindere.

Una del giro

 

una-del-giro

 

Questa non è una lettura recente, risale a qualche mese fa. Desideravo parlare di questo libro ma non trovavo mai lo stimolo giusto. Quindi lo tenevo lì, messo di traverso sulla libreria, in attesa dell’ispirazione, per poi restituirlo alla mia amica Ale, da cui l’ho avuto in prestito.

Della Gran avevo letto poco prima La voce dentro, un romanzo breve e apparentemente destinato a essere dimenticato in fretta. Invece, a distanza di molti mesi, devo dire che ha lasciato in me un bel segno.

Di Una del giro, ho avuto la stessa impressione, pur trattandosi di due romanzi dal carattere diverso, horror il primo, noir il secondo. L’impressione di una di quelle letture fatte per scomparire dai ricordi dopo poco tempo. Forse perché il modo di scrivere di Sara Gran ha un’impronta semplice, nella costruzione delle frasi, nella scelta lessicale, nelle dinamiche della narrazione. La lettura scorre via con una fluidità che dà la sensazione di non riuscire a trattenerne nulla. Invece i mesi sono passati e anche di questo romanzo conservo ricordi vividi.

Una del giro è la storia, narrata in prima persona, di Josephine, una ex tossicodipendente della New York degli anni cinquanta. A seguito della scomparsa di una ragazza benestante, i genitori chiedono a Josephine di cercare loro figlia negli ambienti squallidi della droga e della prostituzione che lei stessa aveva frequentato fino a un paio di anni prima.

Al di là di come è stato gestito questo thriller dalle tinte molto nere – non dico di più perché non voglio correre il rischio di rivelare qualcosa di troppo – gli aspetti accattivanti del romanzo li ho già menzionati, e sono due.

Il primo è che Attraverso Josephine il lettore è trascinato indietro di sessant’anni e accompagnato a visitare i bassifondi di New York, le bettole, i locali dove c’è il giro, a incontrare prostitute, protettori, tossici, spacciatori.

Il secondo è che il lettore percorre questo viaggio come preso per mano dalla protagonista, con la quale difficilmente c’è immedesimazione. La Gran ha reso Josephine attraente e allo stesso tempo ripugnante. Per il suo passato di eroinomane e prostituta. Per l’essere riuscita a uscire dal giro ma non del tutto, restando sempre in bilico tra la volontà di non ricaderci e la tentazione della droga. Per il suo presente, per il suo non essere del tutto “pulita”, per il suo vivere di espedienti, piccole truffe e furti.

Insomma, Una del giro è un romanzo che si fa leggere volentieri e offre la possibilità di sbirciare, come dal buco di una serratura, una realtà brutale e deprimente con grande realismo.

Se proprio devo essere sincera, una perplessità mi è rimasta e non è piccola. Si tratta del finale. Un finale che concettualmente è giusto, inatteso e cattivo quanto basta. Ma che ha un limite intrinseco, chiuso a priori nel modo in cui la Gran ha deciso di gestire la narrazione. Vabbè, non dico altro per non rivelare altro.

In definita, giudizio positivo ma non da urlo.

 

Argine

 

argine-per-blog

Argine, 2005. Olio sabbia e stucco su legno.

 

Ecco qua l’ultimo quadro della mia tetralogia, insieme a Telepatia, Se non so (So) e Antagonista.
S’intitola Argine, e l’ho dipinto in ricordo di una passeggiata lungo l’argine dell’Adige, a 500 metri da casa mia.

…Era una domenica pomeriggio, in cui c’era da uscire, per forza, che se no si moriva. E allora un giro in macchina, che in quegli anni, quando si moriva, la medicina era l’eccesso, di velocità e volume.
E poi l’argine, aria aperta, a “filosofeggiare”, che ci piaceva così. Passare il tempo a parlare del Mondo, di come ci sarebbe piaciuto, di come poteva essere migliore. A fare a gara a dimostrare che non c’è alcun dio, a recitare poesie di Catullo, che Odi et amo era l’unica che ci ricordavamo entrambi  senza manco un errore, e le altre erano bisticci di rime e metrica.
Era proprio di questi tempi, sì. E c’era un verde che quasi faceva male agli occhi, squillante, vivace. Così forte da confondere il colore delle facce nostre, gli imbarazzi, le crisi, i silenzi.
Argine è diventato il ricordo di una promessa fatta di notte, tra fumo e sangue. L’unica che è stata mantenuta…

Tornando a cose più ufficiali, la tecnica è la stessa degli altri tre, olio su legno, con impasto di sabbia e stucco per le parti in rilievo. La foto stavolta è venuta bene e mi sembra che si possa vedere in modo definito il tentativo di tridimensionalità.
Concludo col dire che questo è l’unico quadro della mia vita in cui ho usato il colore verde.
Il verde non lo indosso, così come non mi piace farlo indossare ai miei quadri. Non perché non mi piaccia, anzi… Il fatto è il verde appartiene alla Natura, che ne è l’assoluta padrona, e ce lo regala nelle sue molteplici sfumature e variazioni. Dunque voglio che resti alla Natura, così bello e puro e assoluto.

 

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