Archivio per la categoria 'Le Mie Briciole Di Quotidianità'

Crostata di Cipolle

 

Che mi diverto a pasticciare in cucina, non l’ho mai nascosto. Il problema è che non sono costante. Devo essere ispirata, altrimenti mi butto sul surgelato (buuu).

In questo periodo di fatto mi sento davvero piena di ispirazione creativa universale: ho voglia di scrivere, tanto e tante cose anche diverse, ho voglia di scoprire, ho le idee in fermento, e m’è perfino tornato l’impulso di dipingere. Quando vivo questi momenti di grazia, è facile che la signora Ispirazione prenda l’iniziativa e decida di scatenarsi anche in cucina. D’altra parte, conoscevo una tipa che diceva sempre: l’artista vero è quello che vive con arte ogni più piccola cosa che fa.

Ecco dunque che ho elaborato la ricetta della CROSTATA DI CIPOLLE, facendo un mix tra una classica torta salata e la zuppa di cipolle. Eccola qua.

 

Allora, funziona che, se avete l’ispirazione come me, fate la PASTA BRISÈ a mano, che è facilissima e buonissima. Altrimenti la comprate pronta (buuu).

Ecco come si fa:                 

Ingredienti: 

300 g di farina
150 g di burro
1 tuorlo d’uovo
Sale e acqua q.b.

Versare la farina a fontana e nel centro unire il burro a pezzetti e il tuorlo. Lavorare con le mani finché il burro non avrà assorbito gran parte della farina. Aggiungere un pizzico di sale e l’acqua, fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Formare una palla e lasciarla riposare in un panno pulito per 1 ora.

 Mentre la Brisè riposa, si prepara il ripieno della crostata.

Ingredienti:

4 cipolle rosse
vino bianco
2 etti di fontina
2 uova

Tagliare le cipolle a rotelline e farle stufare in una padella con un po’ di olio e del vino bianco. È sufficiente farle cuocere a fuoco medio per una ventina di minuti, prima col coperchio per farle appassire, poi senza, per far asciugare bene i liquidi. Una volta pronte, le cipolle vanno fatte raffreddare, per non alterare la brisè. Mentre raffreddano, si taglia la fontina a striscioline o cubetti. Sbattere le due uova, con un pizzico di sale.

Ora si deve confezionare la crostata.

Dunque, della palla di pasta brisè, fare due parti: una più grande, che sarà il disco inferiore, e una più piccola, che sarà il disco superiore oppure le strisce da incrociare tipo crostata di marmellata. Dopo aver steso il disco e averlo disposto sulla tortiera (io ho usato lo stampo in silicone) versare le cipolle stufate e distribuirle in modo uniforme. Poi disporre sopra la fontina tagliata e versare sul tutto le due uova sbattute, per legare il ripieno. Poi coprire la crostata a piacimento con la pasta brisé e infornare a 200 gradi (forno già caldo) per 40 minuti.

 

Sembra laboriosa ma non lo è affatto. Per altro, la cipolla così cucinata non resta per nulla indigesta. Se poi la accompagnate con un vinello rosso fatto come si deve… meraviglia!  :-)   :-)

 

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Dolce per sé

 Dolce per sè

È capitato, qualche anno fa – una decina forse - che un tipo che conoscevo appena mi abbia regalato un tot di libri. Se non ricordo male, mi disse che era iscritto al Club degli editori, e che tra una cosa e l’altra, si era ritrovato alcuni doppioni e volentieri me li avrebbe regalati, visto che mi piaceva leggere. Tra questi libri, c’era anche Dolce per sé, di Dacia Maraini. Un tometto magro, con una copertina sul marrone e un ritratto di bambina, assolutamente poco invitante. Tant’è che è rimasto lì per tutti questi anni, schiacciato tra i libri più corposi. Però c’era quel nome, Dacia, che continuava a risuonarmi nella testa, ricordo di studi di storia romana, della Colonna di Traiano, della mia città. E poi è successo che ho deciso di leggere in italiano (intendo testi scritti in italiano, non traduzioni) andando alla ricerca di quelli che sono i nostri grandi scrittori della seconda metà del novecento. Ecco dunque che mi sono decisa.

Dolce per sé. Questo titolo che sa di antico, di già sentito, anche se non ricordavo bene dove. Ma il mistero subito si svela.

Dolce per sé;  ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desio del passato… 

(G. Leopardi, Le ricordanze)

In questa citazione, c’è racchiuso il senso profondo del romanzo. Il tema è la riflessione sul presente e sul passato, su come i ricordi siano protagonisti della vita, e diventino la chiave delle scelte, delle sensazioni, dell’approccio al futuro.

Si tratta di un romanzo epistolare. Le lettere sono scritte da Vera, una cinquenatenne, e destinate a una bambina di sei anni, di nome Flavia. Il legame tra questi due personaggi è Edoardo, zio della bambina e compagno di Vera. Attraverso le lettere, si delinea una storia che si ripiega all’indietro, scavando nella nascita dell’amore per il giovanissimo violoncellista Edoardo, il loro rapporto durato un decennio, vissuto tra la giocosità del carattere dolce e talvolta infantile dell’uomo, e gli attriti della famiglia, che non vedeva di buon occhio la sua relazione con una donna di vent’anni più vecchia; si racconta la fine di questa stessa storia d’amore, l’attenzione di Edoardo per altre donne, il suo non voler recidere mai del tutto un legame, il suo essere un po’ come il “Don Giovanni” di Mozart.

A far da sfondo a tutte le vicende, c’è la musica. Ora suonata, nei concerti, nelle descrizioni dei movimenti, degli atteggiamenti, che sembrano il riflesso o la chiave di lettura del carattere dei personaggi, ora raccontata, nelle moltissime citazioni che Vera usa come parallelo del proprio vissuto.

In tutto questo, Flavia non è che la proiezione della stessa Vera, la sua parte bambina, che continua a convivere con la maturità raggiunta negli anni. C’è una malinconia di fondo, legata al tema della morte, ma anche una forza, un entusiasmo, una passione che scalpita in Vera, e che trova vita in queste lettere, come un impulso a voler raccontare, come un diario da lasciare al futuro.

In definitiva, non è un romanzo che sconvolge per una trama, o per chissà quale ritmo o tecnica. C’è un linguaggio ricercato (che alle volte stride pensando al destinatario delle lettere) ma mai pesante, c’è un modo di raccontare che rimane epistolare solo negli schemi, ma che invece è colloquiale, nella metrica, nell’uso della punteggiatura, nelle formularità. C’è un testo prezioso, ricco di cultura, di citazioni, di vissuto, e c’è la capacità di trasmettere questa cultura in modo semplice e non autocelebrativo. È un romanzo che riesce, con delicatezza, a far emozionare, raggiungendo l’intimo, i sentimenti, e lasciando una sensazione di compostezza e di raffinato equilibrio.

  

Letteratura erotica: scopi e ragioni

   
naso e bocca
   
   
Scrivo questo post un po’ mogia. Delusa. Confusa. Bo.
Quindi ne verrà fuori un post confuso. Molto incasinato. Che non rileggerò perché non mi va e perchè non si fa, come fosse una riflessione istintiva e pubblica.
La mia riflessione nasce dalla lettura di due romanzi classificati come letteratura erotica.
Nello specifico, Immagini di cristallo di Kawabata Yasunari e Donne di Charles Bukowski.
Allora, le domande che io mi pongo sono di due ordini.
1 – perché uno scrittore decide di scrivere di erotismo? quali sono le motivazioni che lo spingono? cosa vuole comunicare? quali emozioni vuole suscitare nel lettore?
(questo presuppone ovviamente l’intenzione comunicativa dello scrittore. C’è pure chi scrive per sé, come per vomitare fuori una serie di frustrazioni, pensieri, emozioni, come metodo di catarsi, o per scaricare stress e tensioni, ignorando per lo più la presenza di un ipotetico lettore)
2 – perché un lettore sceglie di leggere un romanzo erotico? che tipo di sensazioni cerca da questa lettura? che cosa si aspetta di trovarci?
Senza tirarla troppo per le lunghe a raccontare quello che io cercavo nei due romanzi che ho letto, mi limito a dire che desideravo leggere di erotismo e nessuno dei due mi ha soddisfatto.
La cosa bizzarra è che è accaduto in modo del tutto opposto.
   
Immagini di Cristallo non l’ho proprio capito.
Forse è un problema mio. Forse questa è una lettura troppo raffinata. Forse Kawabata ha voluto creare situazioni in cui l’erotismo è solo accennato, e va colto nel non detto, va scavato tra i comportamenti, le contraddizioni, gli stati d’animo dei personaggi. Se così è, purtroppo la mia scarsissima conoscenza della cultura giapponese non mi ha permesso di comprendere.
E non è nemmeno facile, perchè si parla di una raccolta di racconti scritti intorno agli anni 30, anni in cui senza dubbio c’era un diverso senso del pudore, un diverso modo di percepire la nudità e la ricerca del piacere.
Con queste premesse, non posso dire che Immagini di cristallo mi abbia deluso. È innegabile la capacità di Kawabata di descrivere l’essere umano e il paesaggio, di creare immagini che davvero si formano davanti agli occhi, per rimanere. Semplicemente, per quanto riguarda l’elemento erotico, non possiedo gli strumenti per comprenderne le intenzioni.
   
Donne è esattamente l’opposto.
In questo romanzo Bukowski racconta, tra verità e fantasia, le proprie gesta di poeta e scrittore alcolista  costantemente arrapato. Le sue donne, ognuna unica, ognuna diversa, con la spietata disamina di pregi e difetti caratteriali e perfino anatomici, sono la vera fissazione del protagonista, che con lo stesso realismo racconta il propri stati d’animo.  
Ne emerge un uomo squallido, consapevole di essere in balia delle proprie pulsioni, un uomo che fa della donna e del sesso uno strumento per ritrovare e riaffermare se stesso. Il protagonista ha bisogno della donna per il valore che può avere riuscire a dominarla. Trafiggerla, pugnalarla. Meglio se giovane, meglio se ha trent’anni meno di lui. E poco importa se una è pazza, se una è drogata, se una è disperata. Loro ci stanno e lui coglie al balzo.
Sia chiaro che non sto facendo la paladina dei diritti delle donne. Chissenefrega. Il romanzo è scritto e ambientato a metà anni 70, periodo in cui la donna rivendicava la propria libertà sessuale e ci sta, quest’immagine delle donne scopaiole, che puttaneggiano a destra e a manca e che si fanno trattare come bambole gonfiabili. Anzi, questo aspetto del romanzo è quello culturalmente più interessante.
E anche lo stile non m’è dispiaciuto. Non c’è una vera storia, sembra piuttosto il racconto di vicende in cui il denominatore comune è il sesso, ma il romanzo scorre via bene, è asciutto ed essenziale.  
Quello che non m’è piaciuto è che Bukowski  racconta senza risparmiare nemmeno un dettaglio. Esplicito al punto da non lasciare niente all’immaginazione. E questo, nell’erotismo, è un male. Un male enorme! In tutta onestà, in certi passaggi ho provato perfino fastidio.
  
Quindi, ricapitolando, in Donne si dice troppo, in Immagini di Cristallo troppo poco. Per me.
Ho trovato decisamente più erotico Storia di neve, di Mauro Corona, che però non appartiene a tale genere.
Qualcuno mi dice che La cruna dell’ago, romanzo di spionaggio di Ken Follet, sia un capolavoro d’erotismo.
Allora, cos’è l’erotismo? Non basta parlare di sesso, non basta descrivere ginnastica da camera da letto. Credo si tratti di un insieme di meccanismi difficilissimi, che vanno a toccare nell’intimo e nel personale di ognuno.
Ma allora può davvero esistere una letteratura erotica? È davvero un genere letterario?
O piuttosto esiste l’erotismo, fa parte della nostra vita e qualche volta entra in un romanzo insieme alla vita dei personaggi, che sia un romanzo rosa, un thriller, un noir, uno storico.
Sono le stesse domande che già da tempo mi pongo a proposito dell’horror. C’è sempre la vecchia questione che non basta un vampiro o un fantasma per fare horror. Come non basta rovesciare dieci litri di sangue.
Si tratta di uno stato d’animo. Si tratta di andare in cerca di piccole radici nell’animo umano, nel posto intimo in cui nasce la paura, e riuscire poi a riprodurne i meccanismi nel lettore. E la paura è parte della nostra vita come l’erotismo.
Ma allora… esiste l’horror? O esistono storie che riescono a far paura?
Che casino. Mi sono persa nel mio stesso intrico.
E allora, in barba a tutti, piazzo qua sopra una foto che sembra non entrarci niente, e invece.  :-)

La panna cotta

Come promesso, ecco la ricetta per preparare la panna cotta in casa.

RICETTA

Ingredienti :

1000 ml di panna non zuccherata (anche vegetale)
¼  di latte
4 fogli di colla di pesce
2 bustine di vanillina
180 gr. di zucchero

Mettere in una pentola sul fuoco la panna con lo zucchero.

A parte, mettere in ammollo i fogli di colla di pesce in acqua fredda e una volta ammollati, sollevare dall’acqua la colla di pesce e scioglierla nel latte caldo.

Versare il composto di latte nella panna zuccherata e aggiungere le bustine di vanillina.

Togliere dal fuoco e versare la crema in uno o più stampi. Lasciare raffreddare e mettere in frigo. Preparare preferibilmente il giorno prima. 

 

Purtroppo non ho la foto, ma garantisco che il risultato è ottimo. Si possono usare gli stampini singoli in alluminio, che però rendono difficile l’operazione di capovolgimento. Meglio quelli in silicone, o uno stampo unico come quello per il plum cake,  per poi servire la panna cotta a fette.

La farcitura si può realizzare con i topping da gelato oppure con della marmellata. Specifico che utilizzando la panna vegetale si avrà una panna cotta decisamente più densa, forse troppo. A mio gusto, il risultato migliore si ottiene con la panna di origine animale.

A me è riuscita subito al primo tentativo e vista la semplicità degli ingredienti da utilizzare e la facilità della preparazione,  posso dire che è addirittura più comoda della panna cotta in busta.

Provate! :-)

 

In cucina

Per chi non c’era e continua ad assillarmi con le foto della “robba da magnà”

Per chi può vantarsi di esserci stato e di aver assaggiato

E soprattutto per fare un po’ la figa, quell’unica volta l’anno che mi rimetto seriamente in cucina:

dopo due giorni di estenuante lavoro con le roventi temperature di metà agosto, ecco le foto delle mie creazioni per la festa del 19 agosto!

 

Rotolini di pane con prosciutto cotto e formaggio e con tonno e capperi

Rotolini di pane con prosciutto cotto e formaggio e con tonno e capperi

Tortilla spagnola di papate e cipolla

Tortilla spagnola di papate e cipolla

Tramezzini misti

Tramezzini misti

Pizzette e salatini di pasta sfoglia

Pizzette e salatini di pasta sfoglia

couscous con verdure miste e pollo

couscous con verdure miste e pollo

Mousse di prosciutto cotto e pistacchi, con uova

Mousse di prosciutto cotto e pistacchi, con uova

Roast beef con battutino di rucola e grana - rotolini di bresaola con  robiola e rucola

Roast beef con battutino di rucola e grana - rotolini di bresaola con robiola e rucola

Insalata di arance finocchi olive nere e pinoli

Insalata di arance finocchi olive nere e pinoli

Torta di pandispagna con crema chantilly e panna montata (e rigorosa cialda di Winnie the Phoo)

Torta di pandispagna con crema chantilly e panna montata (e rigorosa cialda di Winnie the Pooh)

Ecco, mi sembra non manchi nulla, alcolici a parte.

Anzi, no, manca la foto della panna cotta, che evidentemente il mio prode pseudofotografo Riccardo ha dimenticato di fare :-)

Per sopperire, nei prossimi giorni regalerò la ricetta, che è di una semplicità estrema, giacchè è riuscita anche a me!

      

Qua e là

 

Un mese e mezzo senza aggiornare il blog. Si potrebbe pensare che mi sia goduta un lungo periodo di ferie e che quindi abbia temporaneamente abbandonato tutto… Esatto, proprio così.

Non che mi sia riposata, eh… un po’ il caldo. Un po’ i brutti ricordi di fine luglio, quando ho vissuto la grandiosa esperienza dello svegliarmi alle 4 del mattino coi ladri in casa. Un po’ il corri corri, verso il mare, sulla spiaggia, in cucina, per l’aeroporto, dietro al diavoletto scatenato…  Vacanze tutt’altro che riposanti, in definitiva, ma va bene così.

Sono abbronzata. Era da anni che non mi vedevo così marroncina, merito forse del sole delle ore buone, quello del mattino presto che colora e non brucia. E merito forse del sole agguerrito della Tunisia, che picchia pure nelle ore buone.

Ho letto poco, però. Perché mi piace leggere bene, in santa pace, e la santa pace non mi fa più visita da un bel po’ di tempo. Ho letto poco, però per quel poco ho letto bene. Perché dopo tanto tempo sono tornata a Roma, in città intendo. E lì c’è la libreria grande, quella in cui mia madre conserva i classici. Allora non ho fatto altro che correre a destra e sinistra, su e giù con lo sguardo, e far scattare la mano quando un titolo catturava il mio interesse.

Gente di Dublino, di James Joyce. Era da tanto che volevo rileggere Joyce. Forse perché tempo fa avevo letto frammenti di Ulisse, e pur non essendomi piaciuto nemmeno un po’, mi erano rimaste impresse alcune cose e quindi volevo riprovarci.

La cosa divertente è stata che avevo saltato l’introduzione, perché volevo arrivare subito al testo. Giunta al terzo capitolo, mi sembrava tutto un gran casino, troppi personaggi, troppe faccende scollegate tra loro. Poi mi sono resa conto che era una raccolta di racconti e non un romanzo. Ecco, questi sono i momenti in cui mi sento sprofondare nell’ignoranza.

In definitiva, i singoli racconti sembrano regalare poco. Visti però nell’ottica generale della raccolta, assumono un senso spaventosamente attraente: c’è un tema comune nascosto dietro le storie quotidiane di questi dublinesi raccontati nelle loro piccole vicende pubbliche e private. La paralisi. Il senso di impotenza, la rabbia del non poter agire o reagire, il desiderio, il sogno della fuga e il sentirsi inchiodati nella propria situazione. In questa chiave di lettura, ecco che allora i racconti diventano davvero racconti, assumono quel senso di profondità che al primo impatto sembravano non avere.

Poi nella libreria c’era Italo Calvino, diverse opere. Ho scelto Marcovaldo, tanto per rimanere sulle raccolte di racconti. Avevo letto Calvino tanti anni fa, forse alle scuole medie. Sì sì, alle medie. E come gran parte delle cose di allora, ricordo poco e male. Poi qualcuno, parlandomi un gran bene delle Lezioni americane, mi ha fatto venire la curiosità.

Ebbene, Marcovaldo è davvero carino. Scritto con quella semplicità che piacerebbe saper avere anche a me, con quel tono leggero che però nasconde stati d’animo tutt’altro che leggeri. Il tema è la Città, vissuta da Marcovaldo nel susseguirsi delle stagioni, con l’atteggiamento di chi alla città non appartiene ma è costretto a starci, e vive con frustrazione il grigio, il traffico cittadino, l’assenza della natura, le dinamiche consumistiche e la tecnologia, e nel cercare espedienti per farsela passare, riesce sempre a cacciarsi in qualche guaio.

Dicevo proprio ieri che tra tutti i racconti, uno in particolare mi ha colpito per l’incipit, tanto da considerarlo perfetto. Sì, una di quelle piccole cose perfette che qualche volta – raramente – mi capita di leggere. E allora lo riporto anche qui, in chiusura di questo post un po’ sconclusionato che però segna la conclusione delle ferie e in qualche modo anche dell’estate.

Luna e Gnac

La notte durava venti secondi, e venti secondi il GNAC. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi stelle che più le si guardava più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo visto in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell’insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il GNAC.
Il GNAC era una parte della scritta pubblicitaria SPAAK-COGNAC sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient’altro. La luna improvvisamente sbiadiva, il cielo diventava uniformemente nero e piatto, le stelle perdevano il brillio, e i gatti e le gatte che da dieci secondi lanciavano gnaulii d’amore muovendosi languidi uno incontro all’altro lungo le grondaie e le cimase, ora, col GNAC, s’acquattavano sulle tegole a pelo ritto, nella fosforescente luce al neon.

(Marcovaldo, Italo Calvino)

Buon rientro a tutti!

Uomini che odiano le donne

 

uomini che odiano le donne - copertina

 

Primo dei tre volumi della Millennium Trilogy, di Stieg Larsson. Credo siano pochi quelli che ancora non ne hanno sentito parlare. Ebbene, se ne è detto di tutto e di più, opinioni che variano dalle stelle alle stalle.  

Come sempre, racconto qualcosa di questo romanzo dopo aver lasciato passare del tempo dalla lettura, solo che stavolta, un po’ per una serie di impegni, un po’ per scelta, ho voluto aspettare di aver letto tutta la saga. La scelta è stata quella di avere una visione d’insieme e di poter considerare questo lavoro anche in rapporto all’intera Trilogia.

Dunque, riguardo la storia basta dire che c’è un giornalista quarantenne, Mikael Blomkvist, che sta attraversando un brutto periodo per problemi legali connessi al lavoro e un anziano imprenditore che lo contatta per risolvere il mistero della scomparsa di una sua nipote avvenuto un trentennio prima. Ad aiutare il giornalista c’è Lisbeth Salander, venticinquenne dalla personalità controversa, che oscilla tra genialità e pazzia. Il tutto è condito da un intrico di personaggi e situazioni, in un intreccio sicuramente forte e accattivante. Talmente accattivante che, alla fine, mi sono lasciata prendere del tutto dalla storia. Alla fine, appunto. Perché, non posso non dirlo, l’inizio del romanzo è di una lentezza esasperante. Non che la lettura sia pesante, per carità. Anzi, si fa leggere molto volentieri, lo stile è scorrevole, asciutto. Solo che non succedeva mai nulla. Pagina dopo pagina dopo pagina, arrivata alla 250, la storia non mi aveva dato ancora nemmeno uno spunto d’interesse. La sensazione è stata che Larsson si fosse un po’ scritto addosso, perdendosi nel raccontare tutta una serie di vicende economiche e politiche, e poi citando decine e decine di persone imparentate con la ragazza scomparsa e poi ancora facendo sfoggio della sua competenza in materia di storia del nazismo. Dunque, a mio avviso, una partenza lentissima, che a conti fatti, non ha dato nulla o quasi alla storia.

Il bello è che, d’un tratto, proprio intorno a pagina 250, qualcosa cambia incredibilmente. Il ritmo aumenta, e la vicenda comincia a regalare colpi di scena e a farsi coinvolgente, tanto che si lascia leggere tutta d’un fiato, regalando diverse soddisfazioni e lasciando la curiosità di andare avanti, al punto che il passaggio alla lettura del secondo capitolo della Trilogia è stato del tutto immediato.

Senza dubbio, il punto forte di questa serie di romanzi, sta nei personaggi protagonisti, Mikael e Lisbeth, che appaiono, ognuno a suo modo, strani, bizzarri e originali. Forse anche troppo. Il punto è che dietro queste marcate caratteristiche, andando a sfrondare e a ridurre al nocciolo, la mia sensazione è che Larsson abbia creato due personaggi “passepartout”. Nel senso che chiunque, davvero chiunque, riesce a immedesimarsi con l’uno o con l’altro.

In poche parole, Mikael è il quarantenne belloccio e interessante, che non è in grado di avere una relazione stabile e che gestisce la sua vita sessuale incontrando diverse donne, con cui però non si lega mai. Il bello è che lui non fa proprio nulla per approcciarle. Sono loro che gliela sbattono letteralmente in faccia. (Lo dice lo stesso Larsson all’inizio del secondo volume, La ragazza che giocava col fuoco). Ebbene, non è il sogno (quasi sempre irrealizzabile) di ogni uomo?

Lisbeth è molto più complessa. Piccola, magrissima e nemmeno bella. Piena di tatuaggi e pearcing. Scontrosa, chiusa in se stessa per quanto riguarda la propria vita, sempre sulla difensiva. Eppure capace di una forza e una furia vendicativa inimmaginabili quando si sente minacciata o contro gli”uomini che odiano le donne”. Sessualmente non schierata, nel senso che non lo sa bene nemmeno lei se preferisce gli uomini o le donne. Semplicemente, fa sesso con chi al momento le va a genio. Inoltre è dotata di un’impressionante memoria fotografica e abilità informatiche e matematiche. Un genio incompreso, insomma. Dunque, credo che tutto l’universo femminile nelle sue sfaccettature possa trovare modo di immedesimarsi in lei.

In definitiva, è Lisbeth il vero personaggio trainante, quello a cui il lettore per forza di cose si affeziona, e che trascina nel suo mondo oscuro, di violenza e follia. Proprio in questo mondo porterà il secondo volume della Trilogia, andando a svelare alcuni segreti del passato della ragazza.

Concludo con un appunto sullo stile. Per chi si aspetta di trovare il sapore dei paesi nordici, forse rimane un po’ deluso. Perché al di là delle citazioni dei piatti tipici svedesi (le classiche polpettine con composta di mirtillo e patate), le minuziose descrizioni degli interni, soprattutto dell’arredamento, e le quasi inesistenti descrizioni di esterni, i continui richiami all’IKEA e un certo atteggiamento sessuale spigliato, per il resto sembra di leggere un romanzo americano i cui nomi dei personaggi e dei luoghi sono stati cambiati con quelli svedesi.

In conclusione i pareri contrastanti sono del tutto plausibili. Forse, con una bella sfoltita, duecento parole in meno, sarebbe stato davvero un ottimo romanzo. Resta il fatto che, nel bene e nel male, una volta che si cade dentro alla Millennium Trilogy, è difficile venirne fuori.  Ma degli altri due volumi, dirò più avanti.

 

 

Giocare: Il Bosco Magico e Il Museo del Giocattolo

 

Una domenica di sole, il desiderio di riempirsi gli occhi di verde, la curiosità di visitare questo Bosco Magico, aperto da un paio di mesi a Verona, in zona Torricelle.

Si tratta di un parco tematico di ventimila metri quadri, di natura boschiva, organizzato in sentieri e itinerari dedicati alla natura, al mondo delle fiabe e ai suoi magici personaggi. Così, ecco che all’ingresso s’incontrano subito scoiattoli e ranocchi scolpiti nel legno, sedili con i volti di gnomi e folletti, ranocchi e oche nascosti tra le foglie al lato dei sentieri.

scivoloLungo il Percorso dei Giochi e delle Favole, si passeggia (o meglio, ci si inerpica) per via Lupus in Fabula, con le sagome dei lupi nascoste tra i rami, via del Gatto con gli Stivali, con tantissime sculture di gatti acciambellati e cartelli espositivi con storie e leggende di gatti. C’è la via delle Favole di Esopo, la via delle Fate e delle Creature Fantastiche e quella degli Gnomi. Insomma, la passeggiata non proprio agevole è accompagnata dalla presenza di queste creature fantastiche e dalla possibilità di accasciarsi su una buona serie di panchine a riprendere fiato. Inoltre sono disponibili giochi per bambini (la foto mostra Valchiria che fa la mamma) e si possono osservare esemplari di antichi giochi da giardino.

Il parco presenta anche un Percorso Botanico, con Ulivi, Gelsi e piante officinali, e un Percorso Panoramico, da dove si può godere di una incredibile vista del centro di Verona.

All’interno del Bosco è stato allestito un piccolo Teatro, nel quale, ogni domenica pomeriggio, vengono messi in scena spettacoli diversi, che hanno per tema le Fiabe.

gnomo 1Insomma, il Bosco magico è un posticino davvero incantevole per trascorrere una giornata nella natura, con un’atmosfera fatata, ma non troppo rilassante. Sento di sconsigliarlo per i bambini al di sotto dei tre anni, perché i sentieri sono a tratti piuttosto ripidi, sono presenti raccordi a scale. Impossibile muoversi col passeggino e un po’ faticoso il percorso a piedi. Per i bambini più grandi, invece, è davvero uno spasso!

Il Bosco Magico è stato creato dalla Fondazione Gaspari Avrese di Verona, con l’intenzione di donare alle famiglie uno spazio verde nel quale giocare e divertirsi.

Sempre legata al tema del Gioco, a circa 50 metri dal Bosco, la Fondazionebambole 1 ha creato Il Museo del Giocattolo presso La casa dei sogni

Si tratta di una vecchia stalla ristrutturata che ha assunto le sembianze di una casa giocattolo, fatta di legno, pietra e vetri. La sensazione è straniante, perché non c’è un confine definito tra il dentro e il fuori. I tronchi degli alberi sono all’interno della casa, protetti da pareti di vetro, una scala porta in un luogo buio e umido che sembra il centro della terra. Dalla porta a vetri ci si accorge di essere su uno stagno.

Tburattini 1utto questo, a fare da cornice a oltre 3.000 giocattoli antichi, tra bambole, cavallini, marionette, costruite con vari tipi di materiali.  I pezzi fanno parte principalmente della collezione di Luciana Gaspari Avrese e si riferiscono a varie epoche e luoghi del Mondo, a partire dalla fine del 1700 al 1950. Non so come descrivere la sensazione di avere migliaia di  occhi puntati addosso. Occhi strani, sguardi vuoti, eppure capaci di mettere inquietudine. 

Il Museo del giocattolo è senza dubbio da vedere, soprattutto per gli appassionati dell’orrore  :-)

Cliccando QUI si va sul sito ufficiale, che riporta tutte le indicazioni per visitare sia il Museo che il Bosco Magico e mostra anche alcune foto carine.

Concludo riportando i versi con cui si apre la home page.

Il bimbo che non gioca
non è un bambino,
ma l’adulto che non gioca
ha perso per sempre
il bambino che è in sé
                                           (Pablo Neruda)

Versi che ho trovato perfetti come invito in un luogo in cui, come per magia, gli adulti tornato a giocare insieme ai bambini, e i bambini possono scoprire i giocattoli con i quali si divertivano, decenni fa, gli adulti di oggi.

 

Una del giro

 

una-del-giro

 

Questa non è una lettura recente, risale a qualche mese fa. Desideravo parlare di questo libro ma non trovavo mai lo stimolo giusto. Quindi lo tenevo lì, messo di traverso sulla libreria, in attesa dell’ispirazione, per poi restituirlo alla mia amica Ale, da cui l’ho avuto in prestito.

Della Gran avevo letto poco prima La voce dentro, un romanzo breve e apparentemente destinato a essere dimenticato in fretta. Invece, a distanza di molti mesi, devo dire che ha lasciato in me un bel segno.

Di Una del giro, ho avuto la stessa impressione, pur trattandosi di due romanzi dal carattere diverso, horror il primo, noir il secondo. L’impressione di una di quelle letture fatte per scomparire dai ricordi dopo poco tempo. Forse perché il modo di scrivere di Sara Gran ha un’impronta semplice, nella costruzione delle frasi, nella scelta lessicale, nelle dinamiche della narrazione. La lettura scorre via con una fluidità che dà la sensazione di non riuscire a trattenerne nulla. Invece i mesi sono passati e anche di questo romanzo conservo ricordi vividi.

Una del giro è la storia, narrata in prima persona, di Josephine, una ex tossicodipendente della New York degli anni cinquanta. A seguito della scomparsa di una ragazza benestante, i genitori chiedono a Josephine di cercare loro figlia negli ambienti squallidi della droga e della prostituzione che lei stessa aveva frequentato fino a un paio di anni prima.

Al di là di come è stato gestito questo thriller dalle tinte molto nere – non dico di più perché non voglio correre il rischio di rivelare qualcosa di troppo – gli aspetti accattivanti del romanzo li ho già menzionati, e sono due.

Il primo è che Attraverso Josephine il lettore è trascinato indietro di sessant’anni e accompagnato a visitare i bassifondi di New York, le bettole, i locali dove c’è il giro, a incontrare prostitute, protettori, tossici, spacciatori.

Il secondo è che il lettore percorre questo viaggio come preso per mano dalla protagonista, con la quale difficilmente c’è immedesimazione. La Gran ha reso Josephine attraente e allo stesso tempo ripugnante. Per il suo passato di eroinomane e prostituta. Per l’essere riuscita a uscire dal giro ma non del tutto, restando sempre in bilico tra la volontà di non ricaderci e la tentazione della droga. Per il suo presente, per il suo non essere del tutto “pulita”, per il suo vivere di espedienti, piccole truffe e furti.

Insomma, Una del giro è un romanzo che si fa leggere volentieri e offre la possibilità di sbirciare, come dal buco di una serratura, una realtà brutale e deprimente con grande realismo.

Se proprio devo essere sincera, una perplessità mi è rimasta e non è piccola. Si tratta del finale. Un finale che concettualmente è giusto, inatteso e cattivo quanto basta. Ma che ha un limite intrinseco, chiuso a priori nel modo in cui la Gran ha deciso di gestire la narrazione. Vabbè, non dico altro per non rivelare altro.

In definita, giudizio positivo ma non da urlo.

 

Torta al cioccolato

 

Era da un paio d’anni che non facevo più la torta al cioccolato. E ieri m’è venuta l’ispirazione di riprovarci.
Di fatto c’erano un po’ di pensieri misti che sembravano portare tutti lì, compresa la mia belva (che in quanto a golosità è pari solo a me) che continuava a ripetere la parola To-tta come un mantra demoniaco.

Ieri ripensavo ai miei debiti con Lisa e tra le varie cose non potevo non contare anche le torte di rose che mi ha preparato. Che poi la torta di rose è difficilissima: è uno di quei dolci che se non ti viene perfetto è immangiabile. E a Lisa viene assolutamente perfetto.
Che poi lei dice che non è mica difficile, è una cavolata, e poi si mette a elencare una serie di operazioni e passaggi semiprofessionali che sembra la sorella gemella di Sal De Riso. Ma vabbè.

Poi c’è da dire che ogni tanto capito sul blog di pp, dove trovo tutta una serie di ricettine interessanti, soprattutto di torte e dolcetti, che a dir suo sembrano pure semplici da realizzare. Ogni volta che le leggo mi viene voglia di prepararne una, ma poi lo so come va a finire. Nove su dieci mi riescono male e le lancio nel cestino.

Poi da qualche giorno – e non è possibile che ci sia un complotto generale, no – c’è una serie di persone che ha ripreso a farmi i complimenti:
al repertorio classico (sei magrissima… sei troppo magra… sei scheletrica) si è aggiunto anche l’appellativo Biafra, che non compariva dal 2004.
E siccome sono magra e lo so, proprio ora che la gente si affanna tra diete e palestre per l’arrivo della bella stagione, io approfitto della mia magrezza e preparo la torta al cioccolato, alla faccia di tutti!

Dunque, ieri pomeriggio, dovendo anche trovare un modo per intrattenere la belva, mi sono messa all’opera. Ah, ho scelto la torta al cioccolato perchè è l’unica torta che mi riesce quasi sempre. Quindi è la più facile del mondo.

Ecco la ricettina, con tanto di foto.

 

torta al cioccolato

torta al cioccolato

 

Ingredienti

100 gr di burro
200 gr di cioccolato fondente in barretta
100 ml di latte
100 gr di zucchero
200 gr di farina
2 chucchiai di caffè
1 bustina di lievito
4 uova

In una casseruola capiente sciogliere il burro e aggiungere il cioccolato spezzettato.
Versare il latte, lo zucchero, la farina, il lievito e il caffè e mescolare bene.
A parte montare le uova (tuorlo e albume insieme) e aggiungere al composto di cioccolato.

Versare in una tortiera imburrata e infarinata e cuocere in forno per 30 minuti a 180 gradi.
Servire tiepida o fredda, cosparsa di zucchero a velo. Volendo si può farcire con crema al latte (tipo quella della Kinder, che delizia!) oppure con Nutella, o marmellata di albicocche.

Ecco, garantisco che è buonissima e davvero facile :-)

 

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Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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