Prima di partire per questo viaggio a Amsterdam ero sicura che al ritorno avrei sentito la voglia di raccontare tutto, di condividere su queste pagine, come si fa con gli amici bevendo una birra.
Una volta a casa, invece, ho sentito il desiderio di tenere tutto per me.
Un po’ come una cosa preziosa che non si vuole dividere con nessuno, un po’ come quel vissuto che ci si fa riguardo perfino di ricordarlo troppo, dovesse consumarsi.
E poi, in tutta onestà, la pigrizia. Sono stati giorni bellissimi ma massacranti. Ho visitato tutto il visitabile che il tempo a disposizione mi ha permesso, e la sola idea di ripercorrere quei momenti nel dettaglio mi porta più fatica che soddisfazione.

Dunque, niente resoconti, nessun diario di viaggio. Che tanto non ne ho mai fatti, perché non mi sono mai piaciuti.
D’altra parte, però, c’è un qualcosina che spinge per uscire, per essere raccontato, lo sento e non mi dispiace.
Sarà che questa settimana che è trascorsa dal ritorno, ha lasciato decantare le sensazioni. Sarà che ho appena scaricato le foto o che sto trafficando per piantare i bulbi di tulipano che ho acquistato al mercatino dei fiori…
Insomma, ho deciso di tratteggiare alcuni momenti, velocemente, sensazioni che mi porto dentro.
Era da tanto che non andavo a guardare quadri.
Negli ultimi anni ho concentrato le mie attenzioni sui Musei Archeologici, e avevo dimenticato la sensazione del guardare l’originale di un dipinto famoso. Come mi era già successo anni fa con Monet, e anche con Kandinskji, trovarmi di fronte alle opere di Van Gogh mi ha fatto tremare la pancia. Difficile descrivere la vibrazione emotiva che ho provato.
Certo è che non c’è foto che possa rendere il senso di vita che emerge da un dipinto. Attraverso il segno delle pennellate, lo spessore dei colori, la densità dei tratti, i rilievi delle superfici pittoriche. C’è una vita che promana in quella tridimensionalità che in una foto non può essere colta.
Così come nella firma. Vedere quei pochi colpi di pennello e quasi percepire la mano, nel momento del tocco.
Forse quello che sto cercando di raccontare risulterà incomprensibile, perfino ridicolo. Eppure so che qualcuno potrà capire, magari qualcuno che come me si diverte a dipingere. Perché il sentimento che mi ha travolto davanti ad alcuni quadri è stata vera commozione, quella che ti fa salire le lacrime agli occhi. Posso dire di non aver solo guardato i quadri di Van Gogh. Li ho sentiti, ho sentito l’artista, l’enormità della forza creativa, la vita che diventa colore e forma.
Altra sensazione, è che a livello museale noi italiani siamo decisamente indietro. Indietrissimo.
Amsterdam ha organizzato i propri musei in modo da offrire l’opera d’arte alla gente. L’arte è per la gente. Come anche la storia, l’archeologia, e tutto ciò che è visitabile.
E non sto parlando del voler privilegiare la commercializzazione del bene culturale a scapito della conservazione (anche se noi italiani rasentiamo il polo opposto, considerato il disinteresse e lo stato di abbandono di gran parte delle nostre ricchezze). Sto parlando della fruibilità.
Amsterdam ha cercato di eliminare, o almeno diminuire il più possibile, il senso di separazione tra ciò che è esposto e chi osserva. E l’ha fatto su più fronti.
Attraverso le tecnologie, inserendo lungo i percorsi museali dei filmati, delle ricostruzioni dinamiche, delle applicazioni interattive che permettono ai fruitori di prendere parte all’esposizione in modo più partecipato. E può anche capitare di ritrovarsi all’interno dell’opera d’arte, come al Van Gogh Museum: basta alzare lo sguardo al soffitto per vedere la propria sagoma inserita nella proiezione di La camera di Van Gogh a Arles.
E attraverso un’impostazione museale che è davvero per tutti. Il museo è per la famiglia. Ci sono spazi per i bambini, che vengono coinvolti in attività sia pratiche che audiovisive e partecipano alla vita del museo insieme ai genitori. Non c’era quindi da stupirsi nel vedere musei strapieni di gente alla domenica pomeriggio, soprattutto gente olandese, famiglie con bambini più o meno piccoli, mentre i turisti (italiani ma anche no) optavano per mete più interessanti quali coffee shop e quartiere a luci rosse.
D’altra parte, anche questi aspetti contribuiscono a rendere Amsterdam una meta appetibile per il turismo. Inutile girarci intorno, magari non si sceglie questa città per l’esclusiva intenzione di distruggersi di fumaggio o di riempirsi gli occhi di senso di proibito, magari no… però ci sono e hanno una certa rilevanza.
E poi bastano pochi minuti per le vie del centro e quest’atmosfera di posto strano ti si infila tra i pensieri. Mi era capitato già due anni fa, quando ero stata a Amsterdam la prima volta, e uguale uguale mi è capitato stavolta. E non importa che sia giorno o sera, che faccia caldo o freddo… camminando per le vie di Amsterdam, mi guardavo un po’ intorno e sentivo che c’era qualcosa di diverso da tutto il resto. Era come una vocina nell’orecchio che, silenziosa e suadente, mi ripeteva che potevo anche mettere da parte le convenzioni a cui sono abituata. Sentirmi in qualche modo libera, ecco. Ed è una sensazione strana, per come nasce istintiva, diretta.
Ci è voluto un po’, ma sono riuscita a capire da dove arrivava quella voce.
Nasce da ciò che gli occhi vedono.
Dal senso di vago disorientamento che arriva dalla promiscuità degli elementi: questa simbiosi tra acqua e terra, canali e case galleggianti, ponti, dighe, e costruzioni, le case che sull’acqua si riflettono, e che riflettono l’acqua sulle loro enormi vetrate.
E un ulteriore disorientamento nasce dalle architetture sbilenche. Io che sono figlia della cultura classica, schiava delle proporzioni, delle simmetrie, del filo a piombo e della bolla, come posso non sentirmi disorientata dalle facciate altissime e strette che spiombano in avanti e pendono di lato, ognuna con la sua angolatura, ognuna col suo proprio personale piano orizzontale?
Impossibile non lasciarsi meravigliare da tali storture! E intanto, in via subliminale, recepivo quella vocina che mi ripeteva silenziosa “qui si può!”
Al risveglio, ancora stordita dalla stanchezza e dal fuso, e con lo stomaco che reclamava pancetta (all’estero mangio sempre il bacon sbruciacchiato, non posso farne a meno) mi rendo conto di trovarmi nel posto più paradisiaco del mondo. Di nuovo quella sensazione che ti toglie il fiato, come in Messico, ma molto di più. Una baia meravigliosa, un mare che ti ruba l’anima e un sole che non ha pietà.
Scatole di sigari Cohiba e ciondoli di corallo nero, sculture di legno e rhum, me li volevano dare in cambio delle mie infradito. Uno dei due mi disse che potevano andar bene a sua figlia, ma aveva uno sguardo famelico perchè erano di una nota marca americana, cosa introvabile.

Tutti cantano e ballano, sembra che non possano farne a meno, sempre.
Veder sorgere il sole sul Mar dei Caraibi, sulla spiaggia della Baia di Akumal, è una delle sensazioni più incantevoli che ho provato. La spiaggia era deserta, la sabbia bianca era fredda e sottile come farina. L’acqua una distesa immobile e trasparente. Il cielo era sereno, e il sole si affacciava tra striature di arancio e viola. Mai vista una cosa del genere prima di allora. Immancabile la palma da cocco. Mi è sembrato di essere entrata in una cartolina, tanta era la perfezione che mi trovavo davanti agli occhi. Mi è mancato il respiro.
Un mondo di colori anche nei mercatini del Chiapas, dove le donne realizzano coperte e tovaglie con i telai oppure vendono verdure magistralmente disposte a piramide, o spezie e mazzi di peperoncino rosso fuoco; gli uomini vendono diversi articoli in pelle o cuoio, tra cui anche le pelli decorate con il pirografo, e i bambini, con i loro occhi a mandorla dallo sguardo vivace, ti prendono per mano e passeggiano con te, sperando di ricevere in regalo qualche pesos.
Di Palenque ricordo il verde, le infinite sfumature di verde, in questa foresta rigogliosa, dove le piante formano grovigli impressionanti e i fiori hanno delle dimensioni e dei colori che mai avrei immaginato potessero esistere in natura. Su questo intrico di verde spiccano le architetture maya, con le loro pietre grigie. Curioso il bassorilievo del Re Pakal a cavallo di un attrezzo che sembra un razzo.
Il nero pesto della grotta, con i pipistrelli che volavano e io ho urlato perché avevo paura. I coccodrilli che si confondevano con il fango, gli avvoltoi appollaiati sui rami degli alberi.
Volevo salire tutte quelle scale e arrivare sulla sommità, e godere non solo dello spettacolo della natura, ma anche dell’estasi di trovarmi in cima a una piramide, per il suo valore simbolico. Ma non ce l’ho fatta. Soffro di vertigini, e al trentesimo gradino mi è toccato tornar giù.

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