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Solo aria

 

Allora, si parla di un raccontino, e lo so da sola che parlare di un raccontino spendendo il doppio delle parole della sua lunghezza fa già ridere… però me ne frego e lo faccio lo stesso, ripromettendomi di non essere troppo prolissa.
Il racconto in questione è un affarino di 276 parole e si intitola Solo aria, e al momento sta concorrendo per il 300 parole per un incubo, il concorso per racconti horror indetto da Scheletri.com.
Eccolo qua:

 

Solo aria

 

Sai cosa succede?
Che ti metti a strillare e urli fino a sfondarti la gola. Eppure ti sembra di muovere solo aria.
Cerchi di colpire il legno a calci, pugni, perfino a testate, con tutta la forza che hai.
O che ti aggrappi al velo di raso amaranto o al lenzuolo di seta e tiri, tiri forte.
Eppure ti sembra di muovere solo aria.
Ti disperi, nel tentativo di fare abbastanza rumore, anche se lo sai che non ti sentiranno mai. Non si accorgeranno mai di te, che sei condannato all’eterna prigionia.
E piangi. Silenzioso come il buio in cui sopravvivi.

 

Lei si gira nel letto. Sbuffa.
Non dormi? biascica lui, assonnato.
Non ci riesco, risponde. Questa stanza è un continuo scricchiolare.
Saranno i fantasmi, le sussurra abbracciandola.
Sorride, lei. E gli si accosta al petto, scivolando tra le fredde lenzuola di seta.
E si abbandona al sonno, pensando a un armadio nuovo, che quello non la smette di scricchiolare, mentre un filo di vento sposta appena appena la tenda di raso amaranto.
È solo aria, pensa, e si addormenta.
Non ricorda che la finestra è chiusa.

 

E tu allora gridi e tiri un altro calcio all’armadio, più per stizza che per farti sentire. Riesci solo a farlo scricchiolare. E nemmeno se ne accorgono, loro, che ormai dormono.
Dunque non ti resta che desistere. Perché lo sai, che è solo in quell’attimo prima dell’addormentarsi, che il limite tra vivo e morto quasi si annulla. E l’hai perso, ancora una volta.
Così, rassegnato, succede che te ne resti lì a osservarli, nel buio. E se ti va, ti stendi in mezzo a loro, ancora per un’altra notte.

 

 - Valchiria -

 

 

La necessità di spendere tante parole per questo lavoro nasce da una motivazione circostanziale.
Ci tenevo a rendere pubblico questo racconto così come lo vedete qui, nella sua versione originale, come io l’ho ideata, modellata e inviata al concorso, perché mi sono accorta che la versione che è stata pubblicata su Scheletri, come anche quella che è stata inviata ai giurati per la valutazione, è leggermente diversa.
Nello specifico, la parte centrale del racconto, invece di avere il margine sinistro rientrato, è allineata alle altre… insomma, sembra che per qualche particolare motivo tecnico sia stato impossibile far rientrare quel benedetto margine e il racconto sia stato mandato avanti così.
Un po’ mi è spiaciuto che il racconto non sia stato valutato nella sua forma originale, perché quella del margine rientrato era una caratteristica che mi piaceva tanto… insomma, mi sembrava proprio che fosse il valore aggiunto.
Ci tenevo a sottolineare questo particolare, perché non posso dimenticare che, prima di essere una che si diverte con le parole, sono un’artista. E come artista, per me è fondamentale l’impatto che ogni mia creazione ha sugli occhi.
Non posso sottovalutare l’importanza che hanno gli occhi come mezzo, come strumento per godere della lettura di ciò che qualcuno ha scritto.
Quindi, nel mio modo di vedere la scrittura, anche gli spazi vuoti hanno un valore, che è importante tanto quanto i pieni. Le pause, i punti, gli a capo. Il salto di una riga, una pagina vuota tra due capitoli.
Un margine rientrato.
È palese che nel racconto siano delineati due mondi.
Il mondo di chi vive ed è ignaro di ciò che esiste accanto a sé, perché non lo vede. Eppure, qualche volta, ne percepisce la presenza, in una sensazione, in uno scricchiolio, in un movimento colto con la coda dell’occhio.
E c’è il mondo di chi la vita non ce l’ha più, eppure a quella vita in qualche modo è rimasto aggrappato, e se la vede scorrere accanto, e cerca un contatto.
Sono due mondi che esistono contemporaneamente, ma che sono divisi.
Questo margine rientrato vuole rimarcare, anche a livello visivo e quindi metacomunicativo, questa separazione.
Ecco, credo di aver speso il numero di parole che mi ero concessa e di aver detto tutto ciò che volevo dire.

 

  

 

A fuoco lento

 

Siccome ieri si è conclusa la sesta edizione de La Fossa (e non mi metto mica a spiegare cos’è, che tanto gran parte di chi legge lo sa già e alla restante parte non interesserebbe) ho pensato di riesumare il racconto con cui ho vinto la precedente edizione, che se non lo tiro fuori adesso poi finisce che non lo faccio più.
È un racconto che voglio sia qui, tra le mie cose di oggi, perché in qualche modo ha segnato una svolta nelle mie scelte stilistiche, è stato un tentativo il cui esito mi ha indirizzato al percorso che ora sto facendo.
Il racconto si intitola A fuoco lento ed è ispirato a questo tema:

Click
Certo, inventare una macchina fotografica digitale che oltre a catturare l’immagine cattura anche gli odori è già un’innovazione particolare. Scoprire che quel che viene fotografato li perde è ancora più preoccupante. Ma scoprire che…

 

A FUOCO LENTO

Chissà perché, ogni volta che ho un problema grosso, mi ritrovo rannicchiata sul tappeto, davanti al caminetto acceso. Lo facevo a otto anni, quando i miei genitori litigavano, e lo faccio ancora adesso, a trentacinque. La cosa che mi fa sentire scema è che parlo col fuoco. Cioè, passo e ripasso i miei pensieri e mi sembra che il fuoco mi ascolti. Qualche volta gli chiedo se una scelta sia giusta o no, e lui scoppietta, oppure fa crollare un ceppo rosso di brace. Mi piace pensare che sia il linguaggio del fuoco e che in qualche modo comunichi con me.
Ero qui davanti al camino quando ho aperto gli occhi sul fatto che mio marito mi tradiva. Che poi di certo lo sapevano tutti tranne me, come sempre. Qualcuno aveva anche provato a dirmi che non c’era da fidarsi, ma l’amore, si sa, fa inebetire.
E poi volevo pensare che la gente parlasse per invidia, perché, insomma, gli occhi li ho pure io, e anche io mi sono chiesta cosa ci stesse a fare un pezzo d’uomo come quello con una come me. Non sono brutta, per carità, ma bella è un’altra cosa. Marianna è bella. Viso dai lineamenti orientali, bel culo, belle gambe, tette sulla terza. Non è che mi sia mai stupita del fatto che gli uomini si accorgessero prima di lei e poi di me. Insomma, si sa che gli uomini hanno due paia d’occhi e che ogni tanto usano anche quelli che sono ai lati del naso.
Ma mio marito era diverso. Lui infatti si è accorto prima di me e poi anche di lei. Dicono sia il tradimento più comune, lui con la migliore amica di lei.
Che l’amante fosse Marianna l’ho scoperto un paio di mesi dopo, una sera che ero qui davanti al fuoco. Forse mi ci voleva quella bottiglia di Lugana per ricordarmi che due più due fa quattro. Tutti quei piccoli dettagli, in un istante sono andati a combaciare, accompagnati da uno scoppiettio di faville. La realtà era tanto evidente quanto velenosa.
Avrei voluto prenderli, quei due, e ucciderli con le mie mani e vederli bruciare all’inferno! Come potevo ancora fingere che tutto andasse bene?
È stato allora che, le ginocchia contro il mento, la testa annebbiata e gli occhi pieni di lacrime e rabbia, ho visto il fuoco allungare una lingua e accarezzarmi.
…a fuoco lento… ho sentito sussurrare tra il crepitio dei ciocchi.
L’ho guardato incredula e affascinata, e mi sono lasciata coccolare dalle sue parole sussurrate, fino ad addormentarmi.
Quando mi sono svegliata, in piena notte, mio marito non era ancora rientrato – chissà dov’era? – e nel camino ardevano ormai solo poche braci.
La cosa incredibile è che in testa non sentivo più nemmeno una lontana eco del Lugana, ma, come una piccola scintilla, si era accesa in me una possibilità, assurda, insensata, ma comunque una possibilità. E io ho saputo aspettare. Ma soprattutto, non so come, ho saputo crederlo possibile.
E così, eccoli qui. Mio marito e la mia migliore amica. Una cenetta senza troppe pretese, come ce n’erano state tante, e poi quattro chiacchiere davanti al caminetto.
Ma come sono affiatati, loro due. Le guance arrossate dal calore del fuoco, ridono, si capiscono al volo.
Dài che vi faccio una foto! Le due persone che mi stanno più a cuore, ci vuole, no?
Fermi così… più vicini, che vi prendo tutti…
Click.
Bravi.
No, no, non ve la faccio vedere subito, che dal display non rende. La vado a stampare. Vi lascio soli giusto qualche minuto, mica vi offendete, no?
Mi sento tremare quando, dalla stampante, la carta fotografica esce completamente nera. Ma in quel nero qualcosa si muove, impercettibilmente, come qualcosa di vivo.
La tengo tra le mani come fosse una creatura delicata e l’odore comincia a propagarsi. È il loro odore. Non è solo la mescolanza nauseante dei due profumi, ma il timbro stesso della loro pelle, il sudore, l’alito, i feromoni. Mi fa vomitare.
Nascondo la foto in un cassetto e torno da loro.
Vi sono mancata?
Ah, la foto? No, è venuta male, forse non ho saputo tenere la mano ferma. Sì, esatto, era sfuocata.
Loro sembrano a disagio. Si guardano intorno come disorientati ma non possono capire il perché. Non hanno più odore.
In pochi minuti vedo le loro facce cambiare colore. Le guance non sono più rosse, nonostante il fuoco stia avvampando. Sono pallidi. Continuano a parlare ma il suono delle loro voci si fa fastidioso perché a tratti battono i denti.
Sì, amore, anch’io sento freddo. Certo che aggiungo un ceppo.
Mi avvicino al fuoco, sapendo con assoluta certezza che, nel cassetto, la foto si sta lentamente scaldando, sottraendo calore ai loro corpi.
Mi sembra quasi di vederlo, il tremolio che si irraggia dalla superficie nera e porosa… porosa? Non so come, ma so che la superficie della foto sta diventando membrana.
Mi volto a guardarli e vedo che anche loro si stanno accorgendo del cambiamento. Si toccano, ma non riescono a percepirsi attraverso il tatto. La loro cute è quasi del tutto priva di pori. Non ci sono più peli, nei, rughe. Sembrano ricoperti da uno strato di pellicola opaca biancastra.
Cominciano ad agitarsi, ma hanno troppo freddo. Si stanno lentamente accasciando sul tavolo.
Le loro voci sono flebili.
Corro a prendere la foto. Lei è lì, nel cassetto.
Non è più nera. Si cominciano a intravedere i loro volti, su una superficie che sembra viva. Che è viva. Perché accarezzo le loro facce e sento la pelle, calda e porosa. I contorni sono in lieve movimento, sempre più definiti.
Allora me ne torno di là.
Loro ci sono ancora, ma sembrano un’immagine in dissolvenza.
Hanno giusto la forza di volgermi gli occhi, quasi spenti anch’essi. Sembrano supplicarmi di fare qualcosa.
Mi viene da ridere. Gli sventolo in faccia la loro immagine e mi volto. La foto puzza del sudore freddo della paura, i loro corpi sono ormai del tutto definiti, gli occhi che lanciano sguardi di terrore. Alle mie spalle non c’è più nessuno.
Sì, tesori cari, avete ragione, il gioco è bello quando dura poco.
Così decido che è ora di smetterla.
Dall’immagine sento sollevarsi sospiri di sollievo. Sento la voce di lei supplicare perdono, mentre lui mi giura amore eterno.
Me ne vado a rannicchiarmi sul tappeto, davanti al mio caminetto.
Il fuoco è lì, scoppiettante. Due ceppi crollano sbriciolandosi in un letto di braci ardenti.
Un lancio deciso e la foto vi si adagia, accartocciandosi.
È che non era venuta perfettamente a fuoco! Dico ridendo.
Nello sfrigolio, sento un sussurro …per certe foto la messa a fuoco è lenta… molto lenta…

 - Valchiria -

Take Away

 

Mi sono accorta che è un bel po’ di tempo che non inserisco nel blog un mio racconto.
Allora ho voluto cogliere l’occasione dell’odierna pubblicazione su Scheletri di un mio lavoro di un paio di mesi fa, per riportarlo anche qui, spendendo due parole per raccontare come è nato.
Dunque, un amico di horror – MisterEcho (Paolo Azzarello) – lamentava una certa pigrizia creativa. Io riesco a scrivere solo quando sono costretto, se ho una scadenza, un concorso! Così ha detto.
E allora, per dare una piccola spinta alla sua creatività, abbiamo deciso di scrivere entrambi un racconto che avesse lo stesso tema. E per rendere la cosa più stimolante, abbiamo concordato di consegnarci i racconti in cartaceo, alla famosa serata del 12 Luglio a Milano (per i curiosi, per chi non l’ha già letto e per chi non era presente fisicamente all’evento, è tutto raccontato QUI)
Tornando ai racconti, il tema a cui ci siamo ispirati era Lo stereotipo maschile e femminile. Entrambi abbiamo optato per una visione ironica della faccenda, e ne sono usciti fuori due raccontini simpatici.
Il mio, è leggibile qui di seguito.
Il racconto di MisterEcho, è leggibile cliccando QUI.
Buona lettura!

 

TAKE AWAY

Ines tirò una maledizione quando si accorse di aver dimenticato l’auricolare a casa. Lasciò il telefono suonare e fece attenzione al pulmann che stava sorpassando un camion. Doveva uscire a Brescia nord, così le aveva indicato Hugues. Lui l’avrebbe attesa al primo distributore dopo il casello.
Moderò un po’ la velocità. Era partita in anticipo per paura di trovare intoppi per la strada e arrivare in ritardo. Intanto il telefono annunciò l’arrivo di un sms, che probabilmente riassumeva il contenuto della telefonata a cui non aveva risposto.
Qualche minuto prima delle 20.00 Ines si accostò sulla destra del piccolo parcheggio del distributore di benzina. Hugues doveva arrivare con una Focus blu. E ovviamente non era ancora là.
Scese dall’auto, si accese una sigaretta e intanto lesse il messaggio. Ripose rapidamente:
Grazie cara, ma stasera mi vedo col ballerino mulatto, gli ho sganciato quest’incontro venerdì notte, mentre lavorava in disco. Divertiti anche x me, a domani.
Inviò il messaggio alla sua collega e fece l’ultimo tiro di sigaretta prima del filtro. Intanto, di Hugues nemmeno l’ombra.
Ma ecco arrivare una Focus blu. Un quarto d’ora di ritardo, ma per fortuna c’era. Non sarebbe stata la prima volta in cui le capitava che il tipo di turno non si era presentato all’appuntamento, probabilmente perché a casa aveva una moglie o una compagna e il senso di colpa, buon senso talvolta, aveva avuto il sopravvento.
Ma Hugues la donna non ce l’aveva più da un paio di mesi e d’altra parte era stato lui a invitare Ines, la sera che l’aveva vista ballare proprio sotto il palco, mentre lui si esibiva.
Stava per scendere dall’auto quando lui, dal finestrino, le fece cenno con la mano di seguirlo, senza nemmeno scomodarsi per smontare e salutarla. Lei rimase un po’ sorpresa e pensò che avrebbe fumato un’altra sigaretta.
Dopo pochi chilometri lui rallentò e inserì la freccia per parcheggiare. Intanto le fece segno di andare avanti e di cercarsi un parcheggio lungo quella via. Ines si sentiva un po’ confusa, ma non aveva voglia di fare la bacchettona e poi trovò subito un posto, venti metri più avanti.
Quando scese dall’auto trattenne il respiro, per gonfiare il petto e tenere in dentro la pancia, e cercò di mostrare movimenti eleganti, adatti alla serata e all’abito che aveva indossato. Un tubino nero sotto al ginocchio, fasciatissimo, con lo scollo all’americana e un paio di sandali neri e argento con sottile tacco a spillo.
Lui la guardava arrivare, appoggiato alla fiancata della Focus, con in dosso una canotta bianca slisa e un paio di pantaloni verde militare che lasciavano spuntare l’elastico degli slip.
«Come sei… elegante» disse lui, centuplicando l’imbarazzo che lei provava in quel momento. Che galanteria, pensò Ines.
Si strinsero la mano e si diedero tre baci alternati sulle guance, perché il terzo porta sesso, dicono… mah… Il profumo di Ines non riuscì a coprire un certo odore di stantio che promanava da Hugues e le si strinse la gola come avesse ingoiato una manciata di sabbia.
«Scusami per il ritardo, ma stavo provando i passi per la serata di domani, a Desenzano.»
«Figurati, ero appena arrivata…» e intanto immaginò che non si fosse fatto nemmeno una doccia.
«Dai, saliamo che ti faccio vedere casa mia. Poi andiamo a cena, che ho fame».
L’appartamento si trovava al secondo piano di una bella palazzina, in una zona di Brescia che a Ines sembrava piuttosto recente.
Lui aprì la porta ed entrò. Lei riuscì a stento a trattenere un Oddio!
Era un salotto open space, con un angolo cottura e tavolo sulla sinistra e, sulla destra, due porte, facilmente bagno e camera da letto.
A parte il cilindro di cartone del rotolo di carta igienica che giaceva abbandonato accanto a una porta (quella del bagno probabilmente) come il torsolo di una mela accanto a un cassonetto, il calzino ancora arrotolato appoggiato sul bracciolo del divano, il telo del divano che era sceso sul pavimento quasi fosse un tappeto, le briciole che formavano uno strato indecente sotto al tavolo e la quantità di oggetti sparsi sopra, ciò che davvero la sconcertò fu il lavello della cucina. Ne usciva una catasta di piatti, pentole e posate da far invidia a un equilibrista.
Bicchieri non ce n’erano e capì il perché quando lo vide andare verso il frigorifero ed estrarre una bottiglia d’acqua, dal collo della quale trangugiò un’interminabile sorsata.
Ines gli guardava il pomo d’Adamo fare su e giù e per un attimo temette che lui le offrisse da bere passandole la bottiglia.
Quando si sentì abbastanza dissetato la ripose nel frigorifero e parlò.
«Senti, che vuoi fare, andiamo fuori o prendiamo qualcosa take away e lo mangiamo da me, magari guardando un film? »
Ines guardò il tavolo, il lavello, il caos che regnava in quell’ambiente e avrebbe voluto assolutamente uscire. Almeno per mangiare. Ma si fece forza e lasciò che fosse lui a decidere.
«Bè, come preferisci tu…»
«Sai cosa, a me andrebbe un po’ di cucina tailandese. C’è un ristorantino dove vado sempre, cucinano bene. Dai dai, ne ho proprio voglia. »
E così, tirando un sospiro di sollievo, andarono al ristorante tailandese.
Nel viaggio di ritorno verso l’appartamento di Hugues, Ines non sapeva se ridere o piangere.
Non appena erano entrati nel piccolo ristorante, mentre Ines guardava i cinque tavolini apparecchiati e assolutamente liberi, si era accorta che Hugues si era avvicinato al tipo dietro al banco – un tailandese vero – e aveva ordinato un paio di piatti take away. Poi si era girato a guardarla e le aveva detto: « tu cosa vuoi che ti prepari? »
«Quello che hai preso tu» aveva risposto lei. Mai mangiata cucina tailandese in vita sua.
Così si ritrovò nell’appartamento. Lui si avvicinò al tavolo e con il braccio scansò tutta una serie di oggetti e li ammucchiò sulla metà sinistra. Poi tolse i contenitori in alluminio dal sacchetto e li appoggiò sul nudo legno del tavolo. Quindi prese la bottiglia d’acqua e una forchetta e si accomodò. Mentre scoperchiava il suo contenitore di Pad Thai, evidentemente affamato, si ricordò di Ines.
«Prenditi una forchetta lì sopra e vieni a mangiare, no? »
Lei aveva più che altro sete, ma non osò chiedere da bere e prese una forchetta.

Sembrava la scena di una di quelle pubblicità in cui le comuni casalinghe fanno le pulizie di casa in abito da sera e tacchi a spillo e nemmeno una sbavatura nel trucco né un capello fuori posto.
Così Ines, dopo aver passato una buona mezzora a lavare la catasta di stoviglie ammucchiata nel lavello, si era anche offerta di dare una riordinata in giro e una lavata ai pavimenti, che erano in condizioni pietose.
Fu allora che lui le disse, ridendo, che si sentiva felice per aver trascorso la serata con una bella ragazza che faceva anche da donna delle pulizie. E fu allora che Ines decise che avrebbe passato lì la notte, con lui.
Quando arrivarono in camera da letto, le lenzuola erano ammucchiate lasciando scoperto un angolo del materasso. Di certo non profumavano di fresco, ma tanto nemmeno Hugues.
Lei si era seduta su un lato del letto e lui le stava davanti, in piedi, e si spogliava muovendo il culo e il bacino a suon di musica. D’altra parte essere un ballerino doveva pur servirgli a qualcosa.
Doveva essere uno strano miscuglio, quel ragazzo, pensò Ines. Le aveva detto che era nato in Zaire e poi aveva vissuto in Belgio, prima di venire in Italia. Non era del tutto nero. E anche i lineamenti del viso erano abbastanza sottili, come anche i capelli erano scuri ma non crespi.
Scacciò via quei pensieri, che poco le interessavano. Lui intanto continuava a menare il bacino quando ormai addosso aveva solo gli slip, il cui elastico Ines conosceva già fin troppo bene.
Quando lei gli sfilò anche quelli pensò che in fondo Hugues non dovesse avere una gran percentuale di nero nel sangue.
Comunque la scopata ci fu e Ines pensò che l’avrebbe dimenticata molto prima di aver preso sonno.

Alle sette del mattino la sveglia del cellulare suonò. Ines aveva il collo rotto, per aver dormito tutta rannicchiata sul bordo del materasso, mentre Hugues ronfava serenamente occupando gran parte del letto.
Lei si alzò cercando di fare abbastanza rumore da svegliarlo. Aveva voglia di un caffè e magari di un paio di biscotti. Lui sembrò non accorgersi di nulla.
Allora lei gli si piazzò di fianco in piedi e lo chiamò.
Lui si girò infastidito e le disse che si sentiva tanto stanco.
«Senti, io ho un appuntamento di lavoro tra un po’. Avrei bisogno di un caffè, poi me ne vado. »
Lui si girò di nuovo verso di lei e con la bocca impastata cercò di dire qualcosa di sensato.
«Il caffè è in cucina, fai pure da sola. Per andare a casa, fai la rotonda e la prima a sinistra. Poi al semaforo vedi il distributore di ieri. »
Lei sospirò.
Andò a farsi una doccia veloce e poi si rivestì con cura. Un filo di trucco, come sempre.
Poi, senza nemmeno salutarlo, se ne andò. La strada la conosceva più che bene. Era da oltre un mese che lo tenevano d’occhio.
Ines ripensò al venerdì sera in cui era riuscita ad avere un contatto con lui. Quella era stata la cosa più difficile, più di tutto il resto. Non avrebbe mai pensato di riuscire ad avvicinarlo proprio mentre stava lavorando. Eppure le era parso di cogliere un suo sguardo, mentre lei ballava, proprio sotto il palco. E a fine serata lui l’aveva avvicinata e avevano bevuto insieme un cocktail, scambiando dieci parole e i numeri di telefono.
Guidava tranquilla Ines. Soddisfatta. Aveva prelevato tutto ciò che le serviva. Un suo indumento intimo, qualche capello, la sua saliva e lo sperma. Aveva anche ben nascosto per la casa i cinque piccoli sassi di fiume ricoperti di cera.
Ora non le restava che andare in ufficio a depositare gli elementi prelevati e aspettare le colleghe per la riunione della mattina. In settimana avrebbe confezionato il sortilegio malefico che la sua cliente aveva chiesto. Hugues era un vero coglione, pensò Ines, e per una volta sentì che non avrebbe provato un minimo di rimorso, per ciò che gli sarebbe capitato. Le donne tradite che cercano vendetta erano le clienti che Ines preferiva. Lavorare per loro era un piacere, e la ex compagna di Hugues ne sarebbe rimasta soddisfatta.
Così mise la freccia e svoltò al primo Autogrill. Aveva bisogno di un buon caffè e, per festeggiare, anche di una bella brioche alla crema.

 Valchiria

Tredici anni

Raccontino scritto stasera al volo, così, giusto per non perdere l’allenamento e per non pescare sempre nel passato. Lo spunto è arrivato da una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con la parrucchiera, mentre tentava di domare il groviglio selvaggio dei mie capelli (invano). Alle volte penso di essere fuori dal mondo. Ma mi sa che è meglio così.

 

Si piaceva nuda davanti allo specchio. Si sfilava i vestiti, uno dopo l’altro, e si guardava in pose da calendario. Come ultima cosa si scioglieva i capelli, che le ricadevano sulle spalle come piccole fruste, e muoveva la testa in qua e in là, facendo svolazzare la chioma scura, e poi la ripiegava all’indietro, mimando voluttà.
Si piaceva nuda davanti allo specchio e stava lì a guardarsi, e bisbigliava parole sensuali, ammiccando con lo sguardo e invitando con le labbra. Alle volte lei era quella nello specchio e fingeva che i suoi occhi fossero quelli di un ragazzo che la guardava.
Si raccoglieva di nuovo i capelli sulla nuca, ben saldi, per non farli bagnare, e mentre l’acqua si scaldava, si cospargeva il corpo d’olio profumato, assumendo le pose che vedeva nelle pubblicità. Altre volte lei era se stessa e fingeva che lo specchio avesse vita. Era un ragazzo della sua età, ma non come quelli della sua età. Non come quello che l’aveva portata sull’argine una sera o quell’altro che l’aveva scopata nella macchina della madre, parcheggiata nel garage sotto casa. Quelli della sua età il giorno dopo erano scomparsi, più fatti vivi. D’istinto guardò il display del cellulare che aveva appoggiato sul ripiano in marmo. Come aveva previsto, zero messaggi, zero squilli.
Quando il vapore usciva dal box doccia, l’acqua era abbastanza calda per lei. Allora si guardava, ancora una volta, nuda e lucida d’olio e profumata, e lanciava un ultimo sguardo fatale allo specchio, accompagnato da un bacio carnoso. Lo specchio ricambiava, sempre. E stava lì, sempre, pronto ad accoglierla ogni volta che lei lo desiderava. Sembrava non stancarsi mai.
Dopo la doccia, si arrotolava intorno al corpo un telo azzurro e si asciugava delicatamente la pelle arrossata dall’acqua bollente. Adorava quel telo, come adorava sentirselo addosso. Le dava la sensazione di un abbraccio, di qualcosa di affettuoso e protettivo. Allora, in piedi davanti allo specchio, chiudeva gli occhi, stretta nel suo telo, e si lasciava avvolgere da un piacevolissimo benessere.
Poi, ogni volta, col suo telo azzurro addosso, strizzava l’occhio allo specchio, che a lei piaceva immaginare deluso e ingelosito, e se ne andava nella sua camera da letto, per vestirsi.
Ogni volta, ma non quella volta. Perché si era accorta che perdeva sangue. Era rimasta stupita, perché non era il periodo giusto. Il ciclo era in anticipo di almeno una settimana e maledizione se si fosse macchiato il telo!
Così se lo sfilò di dosso e lo appoggiò sul ripiano in marmo, sotto lo specchio, e, tamponandosi con della carta igienica, corse a prendere l’asciugamano scuro.
Allora sentì un suono davvero strano provenire dal bagno. Sembrava che qualcuno stesse rovistando in mezzo a un mucchio di stracci.
Quando si fermò a guardare, saltò indietro per la paura. Ciò che vide era quanto di più assurdo e inspiegabile le fosse capitato. Lo specchio… il telo azzurro… lo specchio, impossibile capire come, aveva agganciato un lembo del telo e lo trascinava risucchiandolo al suo interno. Il telo sembrava opporre resistenza, era teso e ora guadagnava due centimetri, ora ne cedeva tre, venendo trascinato via.
Lei non riusciva a respirare e faceva un passo avanti verso lo specchio e uno indietro, allungava una mano verso il telo e poi se la portava agli occhi per non vedere. Non sapeva cosa fare.
Quando ormai il telo era stato quasi del tutto trascinato nello specchio, si guardò intorno cercando un modo per agire. Saponette profumate, cosmetici, salviettine. Quando i suoi occhi si posarono sul cellulare, appoggiato sul ripiano in marmo, lo afferrò e in un secondo lo scagliò contro lo specchio. Il suono fu spaventoso. I frammenti di vetro caddero rumorosamente sul marmo e sul pavimento. Lo specchio era distrutto. Il telo ormai era scomparso.
Il sangue le colava lungo le gambe, eppure non riusciva a fare nulla. Era immobile e incredula.
In quel momento il telefono si illuminò e vibrò in mezzo ai vetri rotti. Un messaggio. Un pensiero veloce. Maledizione, ho il ciclo!

 

 

Maculata concezione

Ecco un raccontino che non ha letto (quasi) nessuno.
L’ho inviato nel 2006 per la partecipazione al concorso “666 Passi nel Delirio”, insieme a un altro scritto a quattro mani con Francesco Donato.
Dopo diversi mesi di attesa, quando ormai nemmeno ci pensavo più, ecco che mi arriva una mail con il grande annuncio: il mio racconto Maculata concezione avrebbe fatto parte della raccolta di racconti pubblicati nel libricino dal titolo (appunto) “666 Passi nel Delirio”, edito da Larcher.
La cosa mi ha fatto molto piacere, è chiaro, ma ero ben cosciente che – tolti gli altri autori dei racconti presenti nella raccolta, che come me avrebbero ricevuto un paio di copie omaggio, e tolti quelli a cui il libricino sarebbe stato regalato per eventuali recensioni – pochissimi altri l’avrebbero comprato e letto.
Quindi, due anni dopo, visto che pure l’editore Larcher non esiste più, dissotterro questo raccontino, per il godimento dei (comunque pochi) frequentatori del mio blog e gli restituisco un po’ di vita.

 

Lo stregone si addentrò nelle segrete della fortezza, guidato dalla fedele guardia del Conte.
Il freddo pungente dell’inverno quell’anno era insopportabile.
Il corridoio labirintico sembrava arrotolarsi su se stesso, mentre il buio pesto prendeva consistenza nelle nuvole d’alito caldo.
La guardia si fermò davanti ad una porta di metallo. Dietro di lui lo stregone.
“Cosa volete che io faccia?”
“Qui dentro c’è una donna. Dovete farla morire.”
“Perché? Il Conte l’aveva forse dimenticata quando bruciò vivi i malati e i mendicanti nel palazzo in campagna?”
“No”
“Forse allora il Conte è rimasto privo di pali?”
“No”
“Dunque cosa? Parlate!”
“Era una delle sue amanti. Egli le trafisse l’ombelico quando rimase incinta, come aveva fatto con tutte le altre. Ma lei non morì. Fu rinchiusa nella segreta, abbandonata alla morte. Ma è ancora viva.”
“Da quanto tempo è qui?”
“Tre anni.”
“Tre anni… e perché adesso volete che io le tolga la vita?”
“Entrate e capirete. Sia fatta la volontà del Conte.”
“Sia fatta la Sua volontà.”
La guardia aprì la porta e lasciò entrare lo stregone.
Una donna, completamente nuda, giaceva a terra: la schiena appoggiata al muro, la testa china sulle ginocchia, le gambe divaricate.
Sotto i lunghi capelli si intravedevano i seni traboccanti. Il suo ventre era gonfio, la pelle tesa.
L’ombelico era ormai una grossa cicatrice violacea e putrescente.
Una donna a cui viene trafitto l’ombelico non può sopravvivere. E come può essere gravida?
La porta venne chiusa alle spalle dello stregone mentre la guardia rimaneva fuori in attesa.
Il rumore metallico fece sobbalzare la donna, svegliata da un torpore profondo.
Alzò il viso verso lo stregone, ma i suoi occhi sembravano oltrepassarlo. Erano vuoti.
“Chi siete?”
“Sono Radu, lo stregone.”
“Cosa volete da me?”
“Sono qui per curarvi.”
La donna si fece cupa in volto e la sua voce una cantilena.
“La mia gravidanza continua, nessun problema interferisce. Nausee, abbuffate e digiuni. Il mal di stomaco presto sarà ulcera. Cambiamenti di umore. Potete forse curarmi dall’essere gravida?”
Lo stregone rimase immobile, allibito.
“Conferme su conferme, che io manifesto da brava mammina.”
La donna rise istericamente. Dalle labbra tese qualcosa di aguzzo brillò.
“Ah figlioletto abominevole! Ti aspetto e già ti amo, piccolo mio!”
E’ posseduta, senza dubbio. Quella donna non può essere gravida, con l’addome lacerato e segregata da tre anni in questa prigione.
I pensieri dello stregone si tingevano di terrore.
All’improvviso la donna urlò. Le sue grida lacerarono l’aria. Inarcò la schiena e si contrasse.
Sotto le sue gambe divaricate si allargò una macchia liquida e densa.
Lo stregone attaccò la schiena al muro, temendo di svenire.
La donna continuava a dimenarsi in preda a dolori folli.
Con le mani si afferrava le ginocchia, divaricandosi le gambe e spingendo fuori dalla sua vagina una forma affusolata.
Allora smise di gridare. Sospirò.
“Oh si! Tutti intorno a me, ad ammirare nella mangiatoia il mio ultimo nato!
Ed io qui, maculata concezione, impura dei miei disturbi, persa nel mondo dei quasi sani e dei non del tutto malati.
Mamma non ti lascia, amore mio! Lo confermano i tuoi fratellini!
Là fuori dicono brutte cose della tua mamma, la tengono lontana, isolata. Ma così la mammina ha tutto il tempo per voi, miei piccini!”
Lo stregone guardava quell’essere informe adagiato a terra, che tra le gambe della donna cominciava a muoversi. Poi lo vide srotolarsi lentamente. Allargò le ali e si alzò da terra, andando ad aggrapparsi al soffitto.
Solo allora lo stregone vide centinaia di occhi rossi puntati su di lui.
All’improvviso, come un turbine violento, tutti gli si avventarono addosso martoriando il suo corpo con i dentini aguzzi.
La guardia, fuori dalla porta, sentì le grida. Poi il silenzio. Solo allora aprì.
Vide il corpo sfinito e rantolante dello stregone e la donna china su di lui come una iena. Sorrise.
Si incamminò soddisfatto per il lungo corridoio. Aveva due belle notizie per il Conte Vlad: la sua donna aveva ricevuto il pasto… e aveva avuto un altro figlio maschio!

 
 

 

 

 

Il Temporale

 

Mi ero alzato per bere. Ero tornato a letto e non riuscivo a riaddormentarmi per via del temporale. Succedeva sempre dalla notte in cui sotto il diluvio avevo investito quell’uomo uccidendolo. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato.
Guardavo compiaciuto la mia donna che dormiva accanto a me e cercavo di riprendere sonno.
Ad un tratto la sentii agitarsi. Il suo grido mi fece sobbalzare. Un grido isterico, convulso.
Con il cuore in gola mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, non muoverti! C’è un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare…”
“No Ale! È lì che ci guarda! Accanto all’armadio! Non lo vedi!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai con dolcezza, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno, non c’era nulla.
“Amore, avvicinati a me… calmati adesso” le dissi, dopo averla stretta al mio petto, “hai fatto un sogno, solo un brutto sogno”.
“No Ale… non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Sentivo il suo cuore martellarmi il petto mentre aspettavo che lentamente si addormentasse.
Continuavo a sentire il terrore delle sue grida.
Ripercorsi con la mente gli attimi precedenti.
Avevo bevuto, ero tornato a letto, non riuscivo ad addormentarmi, la guardavo compiaciuto… la guardavo dormire. Nel buio dei ricordi si materializzò il suo viso… focalizzai: aveva gli occhi aperti, fissi verso l’armadio. La sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida.
Non era stato un sogno.
Non riuscii a chiudere occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le chiesi se avesse dormito bene e lei placidamente rispose di sì. Non ricordava nulla.
Accesi la luce e notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua.
Lei era uscita per andare a lavoro. Pioveva a dirotto.
Non tornò mai più.

- Valchiria -

 
 
 
Ho voluto che questo fosse il primo racconto presente sul mio blog, perché si tratta del racconto con cui ho partecipato al mio primissimo concorso, il “300 Parole Per Un Incubo”, alla sua quarta edizione, nel 2005.
Si tratta di un concorso, organizzato da Scheletri.com, per racconti di genere horror di lunghezza non superiore alle 300 parole.
Ovviamente non ho vinto! E non mi sono nemmeno piazzata bene… insomma, sono arrivata 94ma su 144. Un po’ ci sono rimasta male, devo essere onesta, però non mi sono mica abbattuta! Anzi, ho capito che quando un racconto nasce e si struttura in un certo modo, non c’è cosa peggiore del tagliuzzarlo e accorciarlo per farlo rientrare in un concorso. Dico questo perché Il Temporale non era nato così: ha una sua Versione Integrale, che non ho mai divulgato, e che per la prima volta rendo pubblica proprio qui di seguito.
Certo, sono passati 2 anni e mezzo e altre 2 edizioni del 300 parole (a cui immancabilmente ho partecipato, con piazzamenti decisamente migliori) e oggi vedo in questi racconti molte ingenuità, diversi errori e imprecisioni. Ho avuto la tentazione di sistemarli, modificarli e correggerli, ma poi ho deciso che li avrei lasciati così, proprio come mi erano sembrati buoni quando li ho scritti.

 

Il Temporale (Versione Integrale)

 

Mi giravo nel letto senza riuscire ad addormentarmi. Colpa del temporale. Il rumore della pioggia battente, il gelido bagliore dei lampi, il boato dei tuoni mi restituivano sfacciatamente quei ricordi che da mesi cercavo di seppellire. Nelle notti di temporale il mio pensiero tornava a quando, sotto il diluvio, avevo investito un uomo.
Quella notte la pioggia scendeva violenta e la visibilità era ridotta al minimo. Avrei dovuto andare piano, soprattutto in quella stradina di campagna. Ma era tardi ed avevo solo voglia di tornarmene a casa il prima possibile.
Me l’ero trovato davanti all’improvviso. E avevo frenato. Ricordo solo lo schianto del suo corpo sul parabrezza e la macchina che slittava finendo in bilico sul canale. Era buio pesto e pioveva a dirotto. Quando arrivarono i soccorsi era ormai troppo tardi.
Una sola cosa mi aveva detto prima di morire: “dì a mia moglie che la amo”.
Ed io glielo avevo giurato.
Ma poi, di fronte a quella donna distrutta dal dolore e carica di rabbia, non avevo avuto il coraggio di parlare. Cosa sarebbe cambiato in fondo? Di certo quelle parole non le avrebbero restituito l’uomo che le avevo ucciso. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato. Intanto però, nelle notti di temporale, quei ricordi mi tormentavano.
Un fulmine rischiarò violentemente la camera da letto e il boato che seguì mi regalò l’ennesimo brivido. Posai lo sguardo sul viso della mia donna. Era bellissima. Il calore del suo corpo mi faceva ritrovare la serenità. Ad un tratto la sentii agitarsi. Lanciò un grido isterico, convulso. Sobbalzai. Poi mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, c’era un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare.”
“No Ale! Era lì che ci guardava! Accanto all’armadio! Non l’hai visto!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai dolcemente, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno. Nulla.
“Amore, avvicinati a me. Calmati adesso” le dissi, stringendola al mio petto “era solo un brutto sogno”.
“No Ale, non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Riuscii a calmarla e lentamente si riaddormentò. Nella mia testa rimbombava il suono del suo grido. E la sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida. Troppo lucida per chi è vittima di un incubo. Ripensai al suo viso. Focalizzai: mentre gridava, i suoi occhi erano aperti, fissi verso l’armadio.
Non chiusi occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le feci qualche domanda e capii che non ricordava nulla. Sembrava tranquilla e questo mi fece rasserenare.
Poi mi salutò con bacio sulla fronte e il suo solito “ti amo” ed uscì per andare a lavoro. Io come sempre le avevo risposto con un silenzioso sorriso. Non le dicevo mai che l’amavo. Non era necessario, visto che glielo dimostravo in mille modi. Cosa sarebbe cambiato in fondo?

Dovevo aver dormito, forse un’ora. Poi mi alzai.
Allora notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua e fango.
Lei non aveva sognato. Aveva veramente visto qualcosa.
Il terrore si impossessò di me.
Fuori pioveva ancora a dirotto.
Mi chiusi in casa e vi rimasi giorni e giorni aspettando il suo ritorno.
Invano.

Ora lei è qui davanti a me, stesa sul gelido letto dell’obitorio. L’hanno ritrovata la notte scorsa nel canale. Dicono che quei lividi su schiena e gambe lasciano supporre che qualcuno ce l’abbia spinta dentro a calci. Continuano a farmi domande. Mi chiedono dov’ero. Perché non ho mai denunciato la sua scomparsa. Sento i loro occhi su di me. Mi osservano da ore. Due mi guardano allibiti. Bisbigliano ipotizzando che la mia reazione sia dovuta allo shock. Un altro invece si è innervosito: pensa che io non ci sia con la testa. Ma solo io so perché non piango. Perché non rispondo. Non mi difendo. Solo io so perché da quattro ore ho lo sguardo fisso sulle palpebre gonfie e tumefatte della mia donna e le uniche parole che incessanti escono dalla mia bocca sono “ti amo, ti amo, ti amo”.

- Valchiria -


Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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Il diavolo non può nulla contro la volontà, pochissimo sull'intelligenza e tutto sulla fantasia. (Joris-Karl Huysmans)