Storie di fantasmi – Edith Wharton

Posted: aprile 19, 2010 in Le Mie Briciole Di Quotidianità

  

 

Un altro libro preso per caso, tra le offerte del supermercato. Ne avevo sentito parlare spesso, tra gli appassionati di horror, e quindi, a più di un anno dall’acquisto, mi sono decisa a leggerlo, spinta anche dall’intento di approfondire opere scritte da donne.

Insomma, non è una lettura che mi ha fatto impazzire: è una raccolta di racconti, e come spesso accade c’è del buono, qualcosa di molto buono, e anche qualcosa di così così. Non posso dire che il così così sia riferito a qualche racconto in particolare. Così come pure il buono. È proprio il modo di raccontare, che in alcuni casi mi ha coinvolto e convinto, e in altri mi ha lasciato indifferente, se non addirittura irritata.

Tanto per cominciare, la Wharton (1862-1937) scrive tutti questi racconti in prima persona, e lei stessa, nell’introduzione, spiega che si tratta di una scelta precisa: se qualcuno ti racconta di un fantasma che lui stesso ha visto, incontrato, ecco che la storia diventa credibile, reale, convincente; non solo narrativa dunque, ma testimonianza. Nelle intenzioni dell’autrice, il fantasma non è cattivo. Non vuole fare del male. Il suo potere, la sua capacità di spaventare sta nella manifestazione stessa, nell’essere alterazione della normalità delle cose, violazione delle leggi naturali, a metà tra vita e morte. La cosa funziona, ma non sempre. La Warthon spazia tra protagonisti differenti, per sesso, età, estrazione sociale, ambientazione, riuscendo a concepire racconti che si diversificano bene l’uno dall’altro, ognuno con la sua peculiarità. Ed è un’ottima cosa. Questo persistere della prima persona però a tratti mi si è fatto pesante, arrivando a stancare.

Poi, altro aspetto che non mi ha soddisfatto del tutto, è il modo in cui la scrittrice gestisce le informazioni. Chi mi conosce, sa quanto io ami il non detto. Ma una cosa è il non detto, il lasciar lavorare il lettore, un’altra è dire, svelare, descrivere, per poi non concedere a chi legge l’appagamento dei perché. Ok, questa cosa è coerente col voler far passare i racconti per “testimonianze”: io protagonista ti dico quello che d’incredibile ho vissuto, poi il perché lì c’era il fantasma non è detto che lo sappia. Però è crudele nei confronti del lettore.

Per esempio, Semi di melograno: (racconto la storia, per cui, se qualcuno non vuole rovinarsi le sorprese non legga) Una donna sposa un vedovo. Subito dopo il matrimonio, arrivano strane lettere al marito, che, dopo averle lette, piomba sempre in uno stato depressivo. Alle pressioni della moglie, l’uomo non risponde, finendo con l’andare al lavoro e non tornare più. Dunque, al lettore è subito chiaro che le lettere provengono dal fantasma della prima moglie, mentre l’attuale moglie pensa siano di un’amante. È bello come la Wharton ha costruito la presa di coscienza della protagonista, quest’idea folle e impossibile che si fa sempre più reale. Poi però ci lascia lì. Non sapremo mai quello che c’era scritto sulle lettere (lo possiamo solo intuire, ma anche no) come non sapremo mai che fine ha fatto il marito (si è suicidato? ha raggiunto la prima moglie? tornerà prima o poi?) Insomma, mi sarebbe piaciuto avere qualcosa di più, che rimanere con l’amaro in bocca del non sapere. Odio non sapere! Dammi almeno gli strumenti, se non me lo vuoi raccontare, ché poi ci arrivo da sola. Ma dammeli!

Maggior appagamento offrono senza dubbio racconti come Kerfol, bella storia in cui i fantasmi sono cani; Il campanello della cameriera, raffinato, coinvolgente, elegante; Il signor Jones, splendido esemplare della classica casa col fantasma.

Altro pregio è che la raccolta, voluta dalla stessa autrice e intitolata Ghosts, non ha ovviamente la pretesa di usare il fantasma per sorprendere il lettore: lo sappiamo già che in ogni racconto ci sarà almeno un fantasma. Lo sappiamo noi lettori, ma non lo sanno i protagonisti, che di volta in volta si trovano ad affrontare la presa di coscienza, lo stupore, la paura. E tutto questo, si svolge con raffinatezza, toni pacati, eleganti. Si scende a fondo nelle emozioni dei narratori, e si gioca sulle loro relazioni coi comprimari: sono i comportamenti, le reazioni, gli atteggiamenti a suggerire le stranezze, le presenze soprannaturali, paranormali. Tutto questo è gestito bene, è indiscutibile.

Una cosa però mi è parsa strana: nella raccolta sono presenti anche storie in cui i fantasmi non sono fantasmi. Una bottiglia di Perrier è un racconto scritto divinamente, ma il fantasma non c’è, se non nell’immaginazione del protagonista. Idem per Miss Mary Pask. Perché La Wharton ha voluto questi racconti in una raccolta di storie di fantasmi? Cosa voleva dire, con questa scelta? Forse che, in fondo, il fantasma non è che la proiezione delle paure o dei desideri di chi rimane in vita? che il fantasma esiste solo in funzione del vivente che entra in relazione con lui? Non lo so, davvero. Su questo aspetto, nutro delle grandi perplessità.

Poi è chiaro, si tratta di racconti scritti tra il 1909 e il 1937 (anno della morte della Wharton) e di questo va tenuto conto. Come va tenuto conto della traduzione del testo (a cura di Giovanni Pilo, nella mia edizione Newton Compton, Biblioteca Economica, come da foto di copertina) a tratti davvero pessima. Non voglio credere che la Wharton abbia scritto, nella sua lingua, frasi che in italiano farebbero inorridire persino uno scrittore del più basso dilettantismo. Certe cose, purtroppo, sulla lettura hanno il loro peso negativo, e bastava un pochino in più di attenzione e di rispetto per il lettore, per renderle migliori.

In definitiva, pur non avendomi entusiasmato, è una lettura che per chi ama l’horror ci sta, anche solo perché appartiene ai fondamenti storici di questo genere. Per gli altri, non sentirei di suggerirla.

 

 

Commenti
  1. R. scrive:

    guarda
    adesso non me le ricordo
    ma girano un sacco di storie sul Pilo traduttore che me le raccontò a sprazzi il Bonazzi
    robe di copiature scopiazzate di traduzione altrui e un sacco di corbellerie e simili orpelli
    insomma
    non ha scritto così
    la tizia
    e comunque credo sia una tara
    di tutti i newton compton
    hanno la politica del
    paghi un cazzo
    non lamentarti
    che pretendevi
    ma vabbè
    questo non credo che me lo piglierò, se lo vedo
    no
    credo che no

    Ciao!

  2. Valchiria scrive:

    immaginavo che fosse una politica del genere
    voglio dire…
    però non lo so
    quanto facciano bene alla narrativa, ste cose…
    e comunque no
    non te lo prendere
    se proprio proprio un giorno ti verrà la voglia
    me lo dici
    e te lo presto
    ma non li spendere questi 4 euro
    che tu per 4 euro sei capace di trovare 4 libri meglio :-)

  3. Anonimo scrive:

    Cerca l’edizione illustrata, ahimè ormai perduta, della Sonzogno (mi pare 1974).

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