Il canto delle manere

Posted: febbraio 19, 2010 in Le Mie Briciole Di Quotidianità
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Proprio in questi giorni si parlava di come uno dei motivi per cui si scrive, e per cui uno scritto acquista dignità, è la volontà di salvare qualcosa allo scorrere del tempo e conservarne una traccia, perché non sia dimenticata. Ecco che Il canto delle manere, di Mauro Corona, va a collocarsi proprio in questo tipo di documento letterario. Perché non è un romanzo “da leggere”, da apprezzare per chissà quali intrecci, stili o artifici letterari. È un romanzo, questo, “da vivere”.

Per prima cosa, bisogna entrare nell’ordine delle idee che i plurali non hanno plurale, nei verbi. Cosa che mi ha destabilizzata, perché in Storia di Neve, di cui ho parlato QUA, la lingua usata era l’italiano, seppur giustamente arricchita dalle sfumature dialettali ertane. In questo romanzo invece la lingua sembra aver fatto un salto all’indietro, indossando anch’essa i panni dei boscaioli ertani dei primi del Novecento. È un linguaggio che sembra scivolare tra le labbra, fermandovisi solo quel che basta. Perché non era gente di tante parole, quella, ma gente che pensava a lavorare, e che parlava facendo “cantare” le proprie manere, sul legno dei boschi.

Già che ho citato Neve, va detto che i due romanzi, in alcuni brevissimi passaggi, si intrecciano, tanto più che il protagonista, Santo Corona della Val di Diach, era già stato introdotto nel romanzo precedente, come va anche detto che Mauro Corona, includendo anche L’ombra del bastone, parla di Trilogia della morte, riferendosi a un complesso di storie più nere, più violente, molto lontane dalle favole boschive per ragazzi raccontate in precedenza.

Santo della Val, dicevo. È della sua vita che si parla. Anzi, no. È dal racconto della sua vita, che Mauro Corona ha trovato il modo di salvare un pezzetto della nostra storia, raccontandoci la vita dei tagliaboschi dei primi cinquant’anni del secolo scorso, del loro andare a lavorare all’Esempòn (oltralpe) talvolta per tentare la fortuna, talvolta, come nel caso di Santo, per fuggire alla giustizia per un reato commesso nel suo paese.

Ecco che, durante la fuga di Santo, Corona ci porta a spasso per la Carnia, e poi per la Val Canale, viaggiando su mezzi di fortuna, toccando tutti i paesini fino al confine tarvisiano. Questo aspetto mi ha sorpreso, perché mi aspettavo una storia, come per Neve, ambientata a Erto. E quando ho visto scorrermi davanti agli occhi nomi di paesi come Valbruna, Pontebba, Malborghetto, soprattutto Malborghetto che porto e porterò sempre nel cuore, mi sono emozionata. Ok, sorvoliamo.

Dicevo di Santo. Bè, Santo è uno stronzo. È un personaggio crudo, controverso, che la vita non ha trattato con gentilezza e che fa della sua rabbia la spinta per andare avanti. Ma è anche il più abile dei boscaioli, quello che è capace di radersi i peli del polpaccio con un solo colpo di manera, e questa sua abilità sarà la forza che gli permetterà di avventurarsi all’Esempòn e cercare di lasciarsi alle spalle ricordi amari della sua giovinezza a Erto. Corona stesso parla così di Santo: «È uno che non ha capito che è lui la causa dei suoi mali, uno che non vuole voler bene e non vuole essere benvoluto, ma allo stesso tempo ne soffre», e c’è poco da fare, a momenti lo si odia, a momenti ci si ritrova a fare il tifo per lui.

In definitiva, come accennavo nelle prime righe, non è questo un romanzo che sento di consigliare a chi cerca tecnica, stile, velocità, preziosismi lessicali e robe varie. Questo è un libro che va letto con la voglia di farsi “raccontare” qualcosa, come si stesse seduti davanti al fuoco con un bicchiere di rosso tra le mani. Se vissuto in questo modo, è un romanzo che lascia il suo segno, senza dubbio. 

 

Commenti
  1. mario scrive:

    lo consiglio vivamente a chi come il sottoscritto conosce un pochino il mondo contadino, i suoi tempi, le sue regole…..meraviglioso, da leggere in un fiato

  2. [...] L’ombra del bastone,  romanzo che invece è stato scritto per primo, seguito da Storia di Neve e Il canto delle manere.  Di fatto il problema non si pone, perché i tre romanzi sono assolutamente indipendenti l’uno [...]

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