Archivio per Novembre 2009

Crostata di Cipolle

 

Che mi diverto a pasticciare in cucina, non l’ho mai nascosto. Il problema è che non sono costante. Devo essere ispirata, altrimenti mi butto sul surgelato (buuu).

In questo periodo di fatto mi sento davvero piena di ispirazione creativa universale: ho voglia di scrivere, tanto e tante cose anche diverse, ho voglia di scoprire, ho le idee in fermento, e m’è perfino tornato l’impulso di dipingere. Quando vivo questi momenti di grazia, è facile che la signora Ispirazione prenda l’iniziativa e decida di scatenarsi anche in cucina. D’altra parte, conoscevo una tipa che diceva sempre: l’artista vero è quello che vive con arte ogni più piccola cosa che fa.

Ecco dunque che ho elaborato la ricetta della CROSTATA DI CIPOLLE, facendo un mix tra una classica torta salata e la zuppa di cipolle. Eccola qua.

 

Allora, funziona che, se avete l’ispirazione come me, fate la PASTA BRISÈ a mano, che è facilissima e buonissima. Altrimenti la comprate pronta (buuu).

Ecco come si fa:                 

Ingredienti: 

300 g di farina
150 g di burro
1 tuorlo d’uovo
Sale e acqua q.b.

Versare la farina a fontana e nel centro unire il burro a pezzetti e il tuorlo. Lavorare con le mani finché il burro non avrà assorbito gran parte della farina. Aggiungere un pizzico di sale e l’acqua, fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Formare una palla e lasciarla riposare in un panno pulito per 1 ora.

 Mentre la Brisè riposa, si prepara il ripieno della crostata.

Ingredienti:

4 cipolle rosse
vino bianco
2 etti di fontina
2 uova

Tagliare le cipolle a rotelline e farle stufare in una padella con un po’ di olio e del vino bianco. È sufficiente farle cuocere a fuoco medio per una ventina di minuti, prima col coperchio per farle appassire, poi senza, per far asciugare bene i liquidi. Una volta pronte, le cipolle vanno fatte raffreddare, per non alterare la brisè. Mentre raffreddano, si taglia la fontina a striscioline o cubetti. Sbattere le due uova, con un pizzico di sale.

Ora si deve confezionare la crostata.

Dunque, della palla di pasta brisè, fare due parti: una più grande, che sarà il disco inferiore, e una più piccola, che sarà il disco superiore oppure le strisce da incrociare tipo crostata di marmellata. Dopo aver steso il disco e averlo disposto sulla tortiera (io ho usato lo stampo in silicone) versare le cipolle stufate e distribuirle in modo uniforme. Poi disporre sopra la fontina tagliata e versare sul tutto le due uova sbattute, per legare il ripieno. Poi coprire la crostata a piacimento con la pasta brisé e infornare a 200 gradi (forno già caldo) per 40 minuti.

 

Sembra laboriosa ma non lo è affatto. Per altro, la cipolla così cucinata non resta per nulla indigesta. Se poi la accompagnate con un vinello rosso fatto come si deve… meraviglia!  :-)   :-)

 

.

 

Di simboli e segreti

 

 

 

Tu le vorresti artigli

le mie dita

punteruoli

scalfirti acuminati schiena e lingua e sesso.

Io le racchiudo

a volte

nel palmo della mano

nell’immobilità di simboli e segreti

timore

del mio sbagliare il senso della marcia

o del pudore.

 

 

E non dormivi

 

intrecci

Dei tuoi respiri

so riconoscere l’odore

il suono della notte

il colore.

I tuoi respiri

li porto tra i capelli

e nella bocca

e non dimenticare

che t’ho guardato gli occhi

chiusi

e non dormivi.

  

Dolce per sé

 Dolce per sè

È capitato, qualche anno fa – una decina forse - che un tipo che conoscevo appena mi abbia regalato un tot di libri. Se non ricordo male, mi disse che era iscritto al Club degli editori, e che tra una cosa e l’altra, si era ritrovato alcuni doppioni e volentieri me li avrebbe regalati, visto che mi piaceva leggere. Tra questi libri, c’era anche Dolce per sé, di Dacia Maraini. Un tometto magro, con una copertina sul marrone e un ritratto di bambina, assolutamente poco invitante. Tant’è che è rimasto lì per tutti questi anni, schiacciato tra i libri più corposi. Però c’era quel nome, Dacia, che continuava a risuonarmi nella testa, ricordo di studi di storia romana, della Colonna di Traiano, della mia città. E poi è successo che ho deciso di leggere in italiano (intendo testi scritti in italiano, non traduzioni) andando alla ricerca di quelli che sono i nostri grandi scrittori della seconda metà del novecento. Ecco dunque che mi sono decisa.

Dolce per sé. Questo titolo che sa di antico, di già sentito, anche se non ricordavo bene dove. Ma il mistero subito si svela.

Dolce per sé;  ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desio del passato… 

(G. Leopardi, Le ricordanze)

In questa citazione, c’è racchiuso il senso profondo del romanzo. Il tema è la riflessione sul presente e sul passato, su come i ricordi siano protagonisti della vita, e diventino la chiave delle scelte, delle sensazioni, dell’approccio al futuro.

Si tratta di un romanzo epistolare. Le lettere sono scritte da Vera, una cinquenatenne, e destinate a una bambina di sei anni, di nome Flavia. Il legame tra questi due personaggi è Edoardo, zio della bambina e compagno di Vera. Attraverso le lettere, si delinea una storia che si ripiega all’indietro, scavando nella nascita dell’amore per il giovanissimo violoncellista Edoardo, il loro rapporto durato un decennio, vissuto tra la giocosità del carattere dolce e talvolta infantile dell’uomo, e gli attriti della famiglia, che non vedeva di buon occhio la sua relazione con una donna di vent’anni più vecchia; si racconta la fine di questa stessa storia d’amore, l’attenzione di Edoardo per altre donne, il suo non voler recidere mai del tutto un legame, il suo essere un po’ come il “Don Giovanni” di Mozart.

A far da sfondo a tutte le vicende, c’è la musica. Ora suonata, nei concerti, nelle descrizioni dei movimenti, degli atteggiamenti, che sembrano il riflesso o la chiave di lettura del carattere dei personaggi, ora raccontata, nelle moltissime citazioni che Vera usa come parallelo del proprio vissuto.

In tutto questo, Flavia non è che la proiezione della stessa Vera, la sua parte bambina, che continua a convivere con la maturità raggiunta negli anni. C’è una malinconia di fondo, legata al tema della morte, ma anche una forza, un entusiasmo, una passione che scalpita in Vera, e che trova vita in queste lettere, come un impulso a voler raccontare, come un diario da lasciare al futuro.

In definitiva, non è un romanzo che sconvolge per una trama, o per chissà quale ritmo o tecnica. C’è un linguaggio ricercato (che alle volte stride pensando al destinatario delle lettere) ma mai pesante, c’è un modo di raccontare che rimane epistolare solo negli schemi, ma che invece è colloquiale, nella metrica, nell’uso della punteggiatura, nelle formularità. C’è un testo prezioso, ricco di cultura, di citazioni, di vissuto, e c’è la capacità di trasmettere questa cultura in modo semplice e non autocelebrativo. È un romanzo che riesce, con delicatezza, a far emozionare, raggiungendo l’intimo, i sentimenti, e lasciando una sensazione di compostezza e di raffinato equilibrio.

  

Haiku di una sera al parco

 

foglie

Caldo l’abbraccio

il riccio e la castagna

letto di foglie

   

Il Pieno

(esercizio di brainstorming in solitaria)

cielo

Succede
raramente in verità.
Non più al supermercato
che dopo tanto tempo ho imparato
a comprare giusto
a misurare
che mi dispiace che la roba si rovini
o s’impolveri
o si riempia di farfalle.
Così non faccio scorte
nemmeno di gasolio
anche se lo so che lo consumerò
e poi dovrò rifarlo ancora
e ancora
ma va così
ne metto 10 o 20
veloce
e aspetto che si accenda la pallina.
E neanche delle sigarette
mi facevo scorta
e succedeva che finivano di notte
e che toccava uscire
un passo e una madonna
ma non prendevo mai la stecca
che tanto prima o poi dovevo smettere.
Così succede
che ricordo i fazzoletti
solo quando ho il raffreddore
e con gli spicci fastidiosi
carico la chiave del caffè
e poi mi manca sempre quel centesimo.
Succede che riduco l’appetito
ad un assaggio veloce
frettoloso
che scacci via la fame
dimenticando il gusto dell’assaporare
perché devo infilare tante cose
nel portafogli della giornata
e assottiglio tutto
come banconote consumate.
Solo di scarpe e libri
continuo a fare scorte
non so se più per gola o malattia,
e come le mie scarpe
l’ho indossato
morbida pelle,
muovendo i passi muovevamo il mondo
e come un libro
l’ho sfogliato
fissando immagini e colori
scandendo le parole nei respiri e nelle mani
inumidite
strette
ma quando guardo i corridoi
ripostigli delle mie passioni
non c’è che una scarpiera piena
di scarpe
e uno scaffale in alto ancora da riempire
mentre di lui rimane
l’impressione
d’aver fatto un pieno
che piano sfuma
e affama.

 

 

 

Angoli

blu

Torno
a frugare gli angoli
degli occhi
dove il buio t’ha aggrappato
tra l’onda e l’ombra
                                    ombelico e corda
 
Indugio
in punta di lingua
cercandoti negli angoli
della mia bocca
dove la sete t’ha strappato via
troppo di fretta
                                    latte di mandorla
 
Lascio
che il vento scuota
a colpi di carezze
il cuore
steso via come un lenzuolo
sgualcito
dove lo sporco è dolce
umido e pieno
e nei suoi mille angoli
                                    aghi e cuciture
si fa di te
prigione
e scrigno.
  


Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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