Archivio per Marzo 2009

Disinganno

 

disinganno1T’ho vista chiudere le mani a coppa
calice
bianco fiore di magnolia.
Porgevi alle sue labbra
dolcezza di meringa
e lui beveva
chino
piccoli sorsi rumorosi.
Ricordo che cercavi il disamore
scavando tra i rifiuti,
setaccio di detriti e doni.
Cercavi debolezza in punti
disinganno
dell’apparente perfezione.
E te l’ho vista in faccia la fierezza
stelo di tulipano
mentre guardavi la sua nuca
dall’alto
e la ridicola inutilità
del suo sesso sfatto.

 

 

Torta al cioccolato

 

Era da un paio d’anni che non facevo più la torta al cioccolato. E ieri m’è venuta l’ispirazione di riprovarci.
Di fatto c’erano un po’ di pensieri misti che sembravano portare tutti lì, compresa la mia belva (che in quanto a golosità è pari solo a me) che continuava a ripetere la parola To-tta come un mantra demoniaco.

Ieri ripensavo ai miei debiti con Lisa e tra le varie cose non potevo non contare anche le torte di rose che mi ha preparato. Che poi la torta di rose è difficilissima: è uno di quei dolci che se non ti viene perfetto è immangiabile. E a Lisa viene assolutamente perfetto.
Che poi lei dice che non è mica difficile, è una cavolata, e poi si mette a elencare una serie di operazioni e passaggi semiprofessionali che sembra la sorella gemella di Sal De Riso. Ma vabbè.

Poi c’è da dire che ogni tanto capito sul blog di pp, dove trovo tutta una serie di ricettine interessanti, soprattutto di torte e dolcetti, che a dir suo sembrano pure semplici da realizzare. Ogni volta che le leggo mi viene voglia di prepararne una, ma poi lo so come va a finire. Nove su dieci mi riescono male e le lancio nel cestino.

Poi da qualche giorno – e non è possibile che ci sia un complotto generale, no – c’è una serie di persone che ha ripreso a farmi i complimenti:
al repertorio classico (sei magrissima… sei troppo magra… sei scheletrica) si è aggiunto anche l’appellativo Biafra, che non compariva dal 2004.
E siccome sono magra e lo so, proprio ora che la gente si affanna tra diete e palestre per l’arrivo della bella stagione, io approfitto della mia magrezza e preparo la torta al cioccolato, alla faccia di tutti!

Dunque, ieri pomeriggio, dovendo anche trovare un modo per intrattenere la belva, mi sono messa all’opera. Ah, ho scelto la torta al cioccolato perchè è l’unica torta che mi riesce quasi sempre. Quindi è la più facile del mondo.

Ecco la ricettina, con tanto di foto.

 

torta al cioccolato

torta al cioccolato

 

Ingredienti

100 gr di burro
200 gr di cioccolato fondente in barretta
100 ml di latte
100 gr di zucchero
200 gr di farina
2 chucchiai di caffè
1 bustina di lievito
4 uova

In una casseruola capiente sciogliere il burro e aggiungere il cioccolato spezzettato.
Versare il latte, lo zucchero, la farina, il lievito e il caffè e mescolare bene.
A parte montare le uova (tuorlo e albume insieme) e aggiungere al composto di cioccolato.

Versare in una tortiera imburrata e infarinata e cuocere in forno per 30 minuti a 180 gradi.
Servire tiepida o fredda, cosparsa di zucchero a velo. Volendo si può farcire con crema al latte (tipo quella della Kinder, che delizia!) oppure con Nutella, o marmellata di albicocche.

Ecco, garantisco che è buonissima e davvero facile :-)

 

Il suggeritore

 

il-suggeritore-copertina

Questo libro me l’ha regalato la mia amica Lisa per il compleanno.
In generale i regali mi imbarazzano molto e non mi sento a mio agio nel riceverne.
Tranne quando si tratta di libri. Poi se il libro in questione è uno di quelli su cui avevo posato gli occhi ed era nella mia lista dei desideri, allora può capitare che nell’aprire il pacchetto io cominci a ridere come una pazza e fare i gridolini isterici.
Ecco, è successo più o meno così ricevendo Il suggeritore. Uno slancio d’euforia.
Era un libro che desideravo perché qualche settimana prima mi era capitato di leggerne le prime pagine e la sensazione era stata davvero buona. Ero rimasta affascinata dallo stile e la storia mi aveva preso subito, lasciandomi la curiosità di proseguire con la lettura.
La cosa bella è stata che, nel ricevere il libro, mi sono resa conto che, nonostante fosse passata qualche settimana, ricordavo nei minimi particolari le poche pagine già lette, come se non fosse passata che qualche ora. Insomma, mi erano rimaste bene impresse, cosa rara per una memoria capricciosa come la mia.
Dunque, l’approccio a questo romanzo è stato dei più positivi.
Tuttavia c’era qualcosa che mi ronzava nelle orecchie e che mi insinuava una perplessità. Quella vocina che mi diceva “si tratta di un thriller scritto da un italiano, per di più al suo romanzo d’esordio… cosa credi di trovare? in certe cose, e l’hai già sperimentato più volte, noi italiani non siamo all’altezza”
Ebbene, sono felice di aver smentito quella perplessità.
Questo è un thriller in cui l’italianità nella sua accezione negativa proprio non s’intravede.
Vuoi perché Donato Carrisi ha scelto di non ambientare la storia in Italia, ma nemmeno in un altro specifico luogo, tanto che i nomi dei personaggi suggeriscono molteplici nazionalità e le descrizioni di ambienti e fisionomie si possono adattare alle località più disparate. Credo che la scelta di una localizzazione astratta sia la chiave per conferire credibilità a un lavoro di questo tipo: detto in modo spicciolo, una storia come questa con un’ambientazione italiana proprio non avrebbe funzionato.
E vuoi perché Carrisi scrive bene.
Nel senso che è riuscito tecnicamente a superare certe dinamiche tipiche degli scrittori italiani che troppo spesso risultano “provinciali” rispetto al mondo.
Lontano da quello “scriversi addosso”, da quello sfoggiare erudizione con frasi contorte e noiose. E lontano da quel voler scrivere come parlano i ragazzi, sgrammaticato e scarno. Lontano dai dialettismi, che piacciono a chi li conosce e risultano indigesti al resto d’Italia e intraducibili altrove. Carrisi usa uno stile pulito, asciutto, snello, ma mai banale. C’è una splendida capacità di descrivere le situazioni in pochi passaggi, semplici e diretti. Non c’è sapore di luogo comune, di clichè, nemmeno nelle scene più macabre. Carrisi arriva dritto dritto dove vuole arrivare scegliendo sempre la strada più efficace.
I personaggi sono interessanti, hanno spessore, profondità, hanno la loro storia e le loro problematiche. Le psicologie sono approfondite e anche qui non c’è stereotipo: non c’è il buono che è solo buono, né il cattivo che è solo cattivo. Come non c’è il “necessario” ribaltamento del buono che poi alla fine è il cattivo e viceversa.
Questo romanzo è un vero romanzo, con una storia complessa e ricca, gestita in modo perfetto. Il ritmo è assolutamente elevato, non c’è pausa, non c’è spazio per la noia. C’è un regalare dettagli al lettore che è perfettamente dosato e non sa mai di esasperante stillicidio.
Riconosco di aver affrontato questo libro con un atteggiamento prevenuto, con l’intenzione di voler trovare la pecca, anche la più piccola. Ebbene, sono felice di ammettere di non averla trovata.
Anzi, c’è un qualcosa che alla fine rimane quasi in sospeso… un qualcosa che mi costringe a pensare ancora a questo romanzo a distanza di giorni, cercando di legare l’ultimo capo di un filo all’altro e lasciandomi addosso una sensazione cupa, buia… ma la si può considerare una pecca? o piuttosto una chicca, il valore aggiunto?
Non dico nulla della trama per non rovinare nemmeno la più piccola delle sorprese. Certo è che questo romanzo colpisce nel segno, resta dentro. E posso dire che sia il lavoro italiano contemporaneo più bello che io abbia letto.
Grazie Lisa, a buon rendere   :-)

L’occasione

Che nei disagi
si annidano rumori strani
torsioni innaturali delle teste,
menti
che piombano sui petti
e tu non l’hai colta, no
l’occasione del silenzio.

Che nel tuo sgomitare
per uno spiraglio di luce
si arricciano le labbra
agli angoli
ma non l’hai colta ancora
la sfumatura del ridicolo.

Che il tempo a volte è sabbia
sui bruciori lontani,
sapone che allenta i nodi,
ma non l’hai mica colto
l’attimo opportuno dell’assenza,
tu che doni abbracci di banconote
e custodisci ricordi
fatti solo di fotografie.

Che le parole sono come figli
messi al mondo per il mondo
e non per noi
tu non lo sai, ma io sì.
E nell’inaspettato arrivo d’un ricordo
ho colto l’occasione ghiotta
di parole altrui
e te ne ho fatto dono
come una rossa mela avvelenata.

Qui, nel mio ufficio…

 

C’è tutta una serie di cose che non dovrei dire, perché non andrebbero fatte.
Che poi sarebbero anche affaracci miei, di quelli che non importano a nessuno…
Tipo che una buona parte dei post di questo blog li ho scritti in ufficio.
O che ultimamente quel poco che riesco ad aggiornare il blog, lo faccio dall’ufficio.
Che alcuni racconti che ho scritto, li ho scritti in ufficio.
E che anche adesso sto scrivendo dall’ufficio.
Non lo dovrei dire, lo so, ma oggi me ne frego.
Perché è l’ultimo giorno… sono le ultime ore che trascorro in questa stanza.
Domani sarò in un altro piano, altro ufficio, altra scrivania. E poco importa che il lavoro non cambia, che continuerò ad avere una stanza tutta per me, che i mobili sono nuovissimi e i muri rifiniti a spatolato giallo, e che alle pareti ci sono riproduzioni di quadri di Van Gogh. (…bè, oddio, forse quest’ultima cosa un po’ di piacere me lo fa)
Il fatto è che non vedrò più la O dell’Oviesse spuntare dalla finestra, né la signora che ogni stramaledetto giorno pulisce i davanzali della casa di fronte e poi sbatte lo straccio, rovesciando una nuvoletta di polvere sulla strada…
Dalla nuova stanza vedrò la facciata della scuola e più in fondo l’argine dell’Adige e la facciata del Museo Archeologico.
Mi ci abituerò.
Ma qui ho vissuto cose troppo speciali…
Ho sempre pensato che gli ambienti conservino una traccia di quello che vi è stato, forse fissato come una mano di vernice invisibile sulle pareti, o forse agli angoli del soffitto, o tra le fughe delle piastrelle.
E penso sia così anche qui, in questa stanza, che è sempre stata solo mia, giacché prima del mio arrivo era un cimitero di vecchie pratiche impolverate.
Mi piace pensare che resterà qualcosa del mio passaggio… delle emozioni vissute, i successi, gli avanzamenti di carriera,  le delusioni, le parole urlate, gli insulti, le risate con le colleghe… i costanti tentativi di eliminare i tempi morti, di ridurre le pause, di ottimizzare il lavoro per poter disporre di tempo libero per scrivere qualcosa… il fermento creativo delle cose che qui ho scritto, riletto, corretto… gli stati d’animo che accompagnavano quei momenti, il ticchettio dei tasti che riempiva il mio silenzio…
Sono tutte cose che non dovrei dire, lo so… ma solo qui ho trovato la tranquillità che a casa mia manca da troppo tempo, e ora sto per andarmene.
Non cambierà molto nel nuovo ufficio. Anzi, probabilmente ci sarà ancor meno movimento di gente. Solo che ho un po’ di malinconia… e mi chiedo se l’atmosfera sarà altrettanto propizia.
Diamine, ho una cosa lunga da finire, e mi sarebbe piaciuto portarla a termine proprio qui, nello stesso posto in cui è nata…
Devo staccare un paio di foto dalla parete e svuotare una cassettiera. L’altra me la porto via così…
Odio essere così maledettamente sentimentale, ma è più forte di me.  Andar via da qui mi dispiace, mi mette tristezza, ecco.
Mezzora ancora e si comincia il trasloco…  :-(

 

 


Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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Il diavolo non può nulla contro la volontà, pochissimo sull'intelligenza e tutto sulla fantasia. (Joris-Karl Huysmans)