Archivio per Gennaio 2009

Gargoyle

 

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Ho finito da una decina di giorni di leggere il libro che la mia amica Ale mi ha regalato per Natale.
Si tratta di Gargoyle, di Andrew Davidson.
E passata questa decina di giorni, ho deciso che mi è piaciuto.
All’inizio ho avuto delle perplessità, perché quello che viene raccontato al lettore nelle primissime pagine è già così esagerato che sembra essere poco credibile.
Dunque, mi spiego:
abbiamo un protagonista anonimo che ci racconta in prima persona quello che gli è capitato, introducendo brevemente i primi anni della sua vita. Questo disgraziato è figlio di padre ignoto e orfano della madre morta di parto. Viene affidato alla nonna, che muore d’infarto davanti ai suoi occhi quando lui ha sei anni. Allora viene affidato a due zii che sono tossicodipendenti e dopo qualche anno muoiono pure loro. Dunque va in una casa di accoglienza, dove viene iniziato all’uso di droghe e a determinate attività sessuali.
Tutto questo è raccontato grosso modo come ho fatto io in queste poche righe, concludendo che a diciotto anni, dovendo arrangiarsi da solo per vivere ed essendo un tipo piuttosto bello e sessualmente capace, ha intrapreso la redditizia carriera del pornoattore e poi del pornoproduttore, il tutto accompagnato dalla dipendenza dalla cocaina.
Tutto molto credibile.
Insieme a questa carrellata di disgrazie, ci racconta del suo spaventoso incidente d’auto avvenuto la sera di un Venerdì Santo. In questo incidente, la sua auto prende fuoco e lui viene arrostito per bene, pisello compreso, prima di salvarsi miracolosamente cadendo in un fiume.
Credibilissimo.
Arrivata a questo punto avrei preso il libro e l’avrei lanciato nel camino che non ho, giusto per coerenza con la storia.
Però qualcosa mi ha spinto ad andare avanti.
D’altra parte, non avevo letto che poche pagine, una decina forse. E poi lo stile era piacevole, con questo modo del protagonista di parlare direttamente al lettore, di rivolgersi a lui, come fosse stata una chiacchierata, un racconto fatto a tu per tu.
E poi c’erano quelle parti scritte in bianco su strisce nere, che mi incuriosivano e anche altre parti scritte in gotico.
Infine volevo arrivare almeno a leggere qualcosa della donna che scolpisce i Gargoyle e che dà il titolo al romanzo.
Insomma, per tutta questa serie di motivi, non ho mollato. E sono contenta.
Perché questo è un romanzo scritto con cognizione di causa.
Qui c’è una profonda conoscenza del mondo medievale, della vita monastica, della paleografia latina, del modo in cui nel 1300 si confezionavano i libri, dalle tecniche amanuensi e dell’arte della miniatura.
C’è uno studio sulla tecnica scultorea, sugli strumenti, sulle dinamiche.
Come anche ogni riferimento medico alla condizione dei gravemente ustionati è preciso, documentato.
E infine c’è un amore smisurato per l’Inferno di Dante.
Non sto qui a dire cosa c’entra il pornoattore bruciato e privato del suo strumento di lavoro, con questa donna pazza che scolpisce gargoyle e grottesque (che sono due cose del tutto diverse, e nel romanzo viene spiegato bene), con il medioevo e l’Inferno di Dante.
Non sto a dirlo perché proprio questo è il nocciolo di questo bel romanzo, che dal fuoco dell’inferno nasce e si costruisce costantemente sul “contrappasso” dantesco, attraverso una narrazione veloce quando si relaziona col presente, più lenta quando deve sposarsi coi tempi del passato, facendosi coinvolgente e toccante.
Costruito alla perfezione, tassello dopo tassello, tutto va a incastrarsi meravigliosamente. Non c’è dettaglio fine a se stesso, non c’è quello strafare dello scrittore a cui piace parlarsi addosso. Quello che c’è è lì perché serve, fino all’ultima pagina.
E se i primi passaggi risultavano poco credibili, ciò che segue lo è di più. E l’incredulità del lettore si accompagna a quella raccontata dal protagonista, lui stesso incapace di credere a quanto gli era capitato finché lo stava vivendo. Ma nel frattempo, il racconto si permea di dettagli, si arricchisce di particolari, tocca profondità emotive importanti, e pian piano, sotto gli occhi del lettore, tutto diventa reale. Maledettamente reale.
In definitiva, è un libro con i controc. che sono felice di aver letto.

Grazie Ale, a buon rendere!   :-)

 

Antagonista

 

antagonista1

  2005, olio sabbia e madreperla su legno

 

Un quadro, dopo tanto tempo. 

Per altro con una foto davvero brutta, ma tant’è.

Antagonista fa parte della tetralogia a cui appartengono Se non so (So), Telepatia e Argine, quest’ultimo non ancora inserito nel blog (e forse sarà il prossimo ad arrivare, vedremo)

Ma mi sono chiesta, si può parlare di tetralogie quando ci si riferisce a quadri? Secondo me non è appropriato. Sarebbe più pertinente “polittico” , forse. Ma che connotazione spocchiosa!

In fondo, mi dico, ho sempre in qualche modo legato le parole ai quadri. Ho sempre lavorato sul tentativo di far parlare l’opera, di caricarla di significato. Qualche volta, le parole ce le ho perfino incise sopra. E allora, perchè no? Tetralogia va bene. E sbuffo per quanto sono cavillosa, maledettamente legata al puntiglio.

Forse in realtà mi aggrappo a queste faccenduole per dire qualcosa del quadro e non dire qualcosa sul quadro.

Ne avrei di cose da dire, altrochè se ne avrei. Solo che non ho voglia.

Riservatezza forse. Imbarazzo.

La sensazione di aver già speso per questo quadro molte parole, altrove… inutili…

Forse è l’amarezza di una sfida in cui a vincere è stata l’Antagonista.

 

 

 

 

Le dita del mare

 

Guardavo la purezza di una linea
lo schianto d’un colore nell’altro
insofferente.
Tu guardavi me.
L’acqua carezzava le caviglie
e ci toglieva il mondo
dai piedi e dagli occhi.
Le onde son le dita del mare
m’hai detto
puntando i segni sulla sabbia
e dalle unghiate
puoi misurarne i desideri.
Non smette mai
ho detto io
quando la schiuma s’è fatta lingua
per leccare l’ultima ferita
e unghia
nuovo graffio da medicare.
Non smette mai di desiderare
ho detto ancora
e tu hai riso
di me.

Storia di Neve

storia-di-neve

Storia di Neve non è la storia di Neve.
È la storia di Erto, questo paesino “dimenticato da Dio” , che si muove per quasi un trentennio attorno a Neve, la bambina strana, speciale, la cui pelle sembra bianca e trasparente come il vetro, la bambina che non ha mai freddo, la bambina che fa i miracoli e guarisce le persone.
Dico questo, perché Neve non è un vero personaggio “letterario”.
Di lei si scopre tutto molto presto.
Si sa che non è una bambina come le altre. Si sa che è la parte buona dell’anima della malvagia strega Melissa, che – uccisa e sepolta nel ghiaccio – deve tornare nel mondo a fare un po’ di bene.
Ma solo bene per gli altri, non per se stessa.
Si scopre presto che Neve morirà a ventinove anni, e che gli ultimi dodici della sua vita saranno costellati di sofferenze.
Si sa che a Neve non è concesso godere dell’amore, perché quando ama si scioglie e muore.
Insomma, nessuna sorpresa. Tutto quello che riguarda Neve, il lettore lo riceve subito, in dotazione, alla partenza.
E il bello è proprio questo. Perché su questa base, Corona costruisce un intrico allucinante di storie, che ruotano attorno a Neve.
E tra tutte queste storie, incatenate l’una all’altra con la precisione di un intarsio, emergono personaggi unici, che si fanno amare o detestare in pochi semplici passaggi. Emerge uno spaccato di vita cruda, alle volte brutale, dove ciò che muove l’essere umano è soldi, sesso e vendetta. Dove l’uomo, in alcuni momenti, non è che un animale solo un po’ più addomesticato, e talvolta nemmeno quello. Devo dire che in alcuni momenti ho percepito qualche forzatura, qualche eccesso di violenza gratuita, un qualcosa di esagerato, ecco.
Allo stesso tempo, queste storie sembrano innestarsi in un contesto naturale travolgente, che alle volte sembra essere il vero protagonista della storia:
gli inverni “da castigo”, che durano otto mesi l’anno e il resto è estate, i boschi e i colori delle foglie sugli alberi, il fiume Vajont e le sue “stue”, i Fuochi d’inizio inverno e inizio primavera.
Insomma, senza voler raccontare troppo, in questo romanzo c’è davvero un po’ di tutto.
C’è un ottimo intreccio, gestito quasi sempre con sapienza ed equilibrio e qualche volta sfuggito, ma solo qualche volta.
C’è un saper descrivere che fa venire la pelle d’oca, per come è schietto, per come riesce a far arrivare l’idea in passaggi brevi ed efficaci.
È un continuo gioco di similitudini di quelle fatte a regola d’arte, quelle che con due parole ti rendono subito visualizzabile un concetto. E la perfezione di queste similitudini, sta nel loro essere costruite sul mondo della natura, nel loro trarre alimento dal contesto stesso in cui le storie vivono.
Memorabile quella della “talpa di velluto”, non la dimenticherò mai.
Ci sono alcune idee talmente buone, ma talmente buone, che ho pensato che mi sarebbe piaciuto averle scritte io. E onestamente non mi è capitato spesso.
Per chi ha letto il libro e per non rovinare sorprese a chi lo leggerà, mi riferisco a idee come quella dell’eco alle curve di Vinchiarei, ai gatti di legno e le unghie di Sgnara Conin, al mulino e i bestiacci di Felice Corona Menin.
Altri passaggi, invece, ho pensato che li avrei gestiti in modo diverso.
Corona stesso, nelle sue note personali tra la fine di un quaderno e l’inizio del successivo (perché Corona scrive a mano, su quaderni di scuola) racconta di come abbia nascosto mine lungo il percorso del romanzo e di come poi sia giunto il momento di farle esplodere.
Ecco, io le avevo già scovate tutte. Parlo della vipera, degli occhi del bue, di Valentino.
Le mine erano state seminate, ma non abbastanza in profondità. Erano stati forniti troppi elementi, perché quelle mine riuscissero a sorprendere col loro scoppio.
Ma questo può essere soggettivo e dipendere da quanto il lettore sia più o meno smaliziato.
E ora, come sempre quando arrivo alla pagina finale di un libro, lascio passare qualche giorno e poi decido se mi è piaciuto o no.
Eh sì, perché io lo decido.
Ebbene, ho deciso che Storia di Neve mi è strapiaciuto.
Perché, ora che l’ho letto, mi sento una persona diversa. Sembra retorico, ma è una sensazione reale. È la sensazione di aver vissuto a Erto, di aver ficcato il naso nelle faccende di quella gente chiusa, schiva, nelle loro abitudini, nei loro segreti.
È la sensazione di aver fatto parte di quella storia, tanto da arrivare a piangere come una fontana in più di un’occasione.
E poi, per una come me, che si diverte a scrivere, Storia di Neve è stata un’esperienza importante. Superato il fastidio iniziale che mi derivava da una quasi assoluta mancanza di tecnica, ho compreso come la tecnica mancasse solo in apparenza. Corona usa scrivere con le stesse dinamiche con cui la gente parla, si esprime, comunica. E questo modo di raccontare, per altro di una coerenza assoluta con personaggi e storia, riveste tutto di un realismo così forte che ancora mi chiedo quanto, nel romanzo, sia frutto di fantasia o di fatti reali.
E lo so già che qualcosa di Storia di Neve trasparirà nelle mie cose future, è inevitabile e mi piace che sia così.
Concludo con un accenno alla copertina, che considero bellissima. Chi mi conosce un pochino, sa che amo le figure a spirale. E che se vedo un libro con una spirale in copertina, mi ci fiondo sopra e alla fine lo compro. Così è stato per Storia di Neve, la cui copertina mi ha attirato morbosamente, anche se il prezzo di ventidue euro mi era sembrato un po’ esagerato. Oggi invece so che li spenderei di nuovo, perché li vale tutti… quindi non venite a chiedermi di prestarvelo, perché stavolta non ho intenzione di separarmi dal mio tomo!

 


Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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Il diavolo non può nulla contro la volontà, pochissimo sull'intelligenza e tutto sulla fantasia. (Joris-Karl Huysmans)