Archivio per Novembre 2008

Solo aria

 

Allora, si parla di un raccontino, e lo so da sola che parlare di un raccontino spendendo il doppio delle parole della sua lunghezza fa già ridere… però me ne frego e lo faccio lo stesso, ripromettendomi di non essere troppo prolissa.
Il racconto in questione è un affarino di 276 parole e si intitola Solo aria, e al momento sta concorrendo per il 300 parole per un incubo, il concorso per racconti horror indetto da Scheletri.com.
Eccolo qua:

 

Solo aria

 

Sai cosa succede?
Che ti metti a strillare e urli fino a sfondarti la gola. Eppure ti sembra di muovere solo aria.
Cerchi di colpire il legno a calci, pugni, perfino a testate, con tutta la forza che hai.
O che ti aggrappi al velo di raso amaranto o al lenzuolo di seta e tiri, tiri forte.
Eppure ti sembra di muovere solo aria.
Ti disperi, nel tentativo di fare abbastanza rumore, anche se lo sai che non ti sentiranno mai. Non si accorgeranno mai di te, che sei condannato all’eterna prigionia.
E piangi. Silenzioso come il buio in cui sopravvivi.

 

Lei si gira nel letto. Sbuffa.
Non dormi? biascica lui, assonnato.
Non ci riesco, risponde. Questa stanza è un continuo scricchiolare.
Saranno i fantasmi, le sussurra abbracciandola.
Sorride, lei. E gli si accosta al petto, scivolando tra le fredde lenzuola di seta.
E si abbandona al sonno, pensando a un armadio nuovo, che quello non la smette di scricchiolare, mentre un filo di vento sposta appena appena la tenda di raso amaranto.
È solo aria, pensa, e si addormenta.
Non ricorda che la finestra è chiusa.

 

E tu allora gridi e tiri un altro calcio all’armadio, più per stizza che per farti sentire. Riesci solo a farlo scricchiolare. E nemmeno se ne accorgono, loro, che ormai dormono.
Dunque non ti resta che desistere. Perché lo sai, che è solo in quell’attimo prima dell’addormentarsi, che il limite tra vivo e morto quasi si annulla. E l’hai perso, ancora una volta.
Così, rassegnato, succede che te ne resti lì a osservarli, nel buio. E se ti va, ti stendi in mezzo a loro, ancora per un’altra notte.

 

 - Valchiria -

 

 

La necessità di spendere tante parole per questo lavoro nasce da una motivazione circostanziale.
Ci tenevo a rendere pubblico questo racconto così come lo vedete qui, nella sua versione originale, come io l’ho ideata, modellata e inviata al concorso, perché mi sono accorta che la versione che è stata pubblicata su Scheletri, come anche quella che è stata inviata ai giurati per la valutazione, è leggermente diversa.
Nello specifico, la parte centrale del racconto, invece di avere il margine sinistro rientrato, è allineata alle altre… insomma, sembra che per qualche particolare motivo tecnico sia stato impossibile far rientrare quel benedetto margine e il racconto sia stato mandato avanti così.
Un po’ mi è spiaciuto che il racconto non sia stato valutato nella sua forma originale, perché quella del margine rientrato era una caratteristica che mi piaceva tanto… insomma, mi sembrava proprio che fosse il valore aggiunto.
Ci tenevo a sottolineare questo particolare, perché non posso dimenticare che, prima di essere una che si diverte con le parole, sono un’artista. E come artista, per me è fondamentale l’impatto che ogni mia creazione ha sugli occhi.
Non posso sottovalutare l’importanza che hanno gli occhi come mezzo, come strumento per godere della lettura di ciò che qualcuno ha scritto.
Quindi, nel mio modo di vedere la scrittura, anche gli spazi vuoti hanno un valore, che è importante tanto quanto i pieni. Le pause, i punti, gli a capo. Il salto di una riga, una pagina vuota tra due capitoli.
Un margine rientrato.
È palese che nel racconto siano delineati due mondi.
Il mondo di chi vive ed è ignaro di ciò che esiste accanto a sé, perché non lo vede. Eppure, qualche volta, ne percepisce la presenza, in una sensazione, in uno scricchiolio, in un movimento colto con la coda dell’occhio.
E c’è il mondo di chi la vita non ce l’ha più, eppure a quella vita in qualche modo è rimasto aggrappato, e se la vede scorrere accanto, e cerca un contatto.
Sono due mondi che esistono contemporaneamente, ma che sono divisi.
Questo margine rientrato vuole rimarcare, anche a livello visivo e quindi metacomunicativo, questa separazione.
Ecco, credo di aver speso il numero di parole che mi ero concessa e di aver detto tutto ciò che volevo dire.

 

  

 

Arlecchini nudi

 

Sembriamo avversari
armare ognuno i propri soldatini
di carta.
Depongo gli elmi, io
e di piume intreccio gli scudi.
Scalzi li mando in marcia
arlecchini nudi
spogliati delle armi
un pezzo alla volta.
Frusciano, i tuoi
e sfoderano lance dai mantelli
plissettati e sporchi d’inchiostro.
Le punte
pieghe di origami.

Pensieri e ricordi di feste

Allora, visto che non aggiorno il blog da un tempo così lungo che me ne vergogno e che comunque non ho nulla di interessante da condividere, ho deciso di raccontare qualche mia cosetta personale, per tediare il povero lettore che incapperà in questa pagina.

Dunque, in questi giorni c’è stato un incrocio di pensieri e ricordi di feste che ha portato via un po’ di cose vecchie e ne ha fatte arrivare di nuove!
Per esempio, le caramelle dell’albero di Natale.
Perché, come tante altre cose, anche l’albero mi piace farlo strano. Il più memorabile è stato quello decorato con le catene di metallo. Il più impegnativo quello con dischetti di terracotta dipinti a mano (da me) con soggetti natalizi.
Ebbene, lo scorso anno ho deciso di decorarlo con delle caramelle. Ne avevo trovate di bellissime: dischetti di frutta e crema di latte col disegno a spirale, come le classiche caramelle dei cartoni animati. Ne avrò attaccate all’albero almeno un centinaio.
Il problema, poi, è stato smaltirle… insomma, per farla breve, era da quasi un anno che avevo questo sacchettone pieno di caramelle e ogni giorno meditavo di svuotarlo nella spazzatura, non fosse stato che, per la raccolta differenziata, avrei dovuto mettermi a scartarle una a una, separando il secco dall’umido. Che palle.
Dunque, venerdì sera suonano al campanello. Non ci pensavo più che era Halloween e quando apro la porta, vedo un branco di mostriciattoli. Sette o otto.
Quello con la maschera da diavolo prende l’iniziativa: dolcetto o scherzetto!
Giuro che è stato solo in quel momento che m’è tornato in mente il sacchettone! Non era una cosa premeditata, no!  Bè, quando mi hanno visto arrivare con quel centinaio di caramelle, hanno trotterellato tutti felici! E io di più…
Sono proprio una strega…

Poi, quando si nomina il Natale, per me il primo pensiero è Amsterdam.
Quando qualcuno mi ha chiesto quale sia stato il viaggio più bello della mia vita, la mia risposta ha sempre lasciato tutti stupiti. Eppure sì, è stata proprio la vacanza di Natale di due anni fa, che ho trascorso a Amsterdam. Una vacanza perfetta!
Inutile raccontare gli aneddoti, perché… meglio non raccontare gli aneddoti!
Una città incantevole, la cui bellezza era resa ancora più magica dall’atmosfera natalizia… le famigerate case con le facciate che pendono in avanti, dalle cui finestre (rigorosamente senza tende) si vedevano le stanze addobbate per la festività… le decorazioni anche nei locali, in tutti i locali, e le immancabili canzoncine. Le luci che si riflettevano sui canali, piazza Dam ricoperta dall’azzurro dell’illuminazione, l’esposizione degli alberi “artistici”…
La bellissima visita all’ Amsterdam Dungeon, che è un’attrazione a metà tra una giostra dell’orrore e una rappresentazione teatrale… In sostanza, in una grande casa in centro, sono stati ricostruiti gli scenari dei luoghi delle torture attuate dall’inquisizione spagnola in Olanda nel XVI secolo e anche le varie stragi del XVII secolo causate dall’infestazione di topi e dalle epidemie di peste. In queste stanze, diversi attori (bravissimi) interpretavano (in un inglese abbastanza comprensibile per quasi tutti i turisti) scene della storia olandese, mostrando gli attrezzi di tortura, la sezione dei cadaveri, i corpi devastati dalle malattie e cose rivoltanti di questo tipo.
Alle varie stanze, dislocate su più piani, si accedeva tramite corridoi e un ascensore. L’attrazione si concludeva con un trenino, proprio un vero trenino come quelli di Gardaland, su cui si saliva all’ultimo piano e col quale si piombava al piano terra. Una roba da infarto!
In ogni caso, seppure il costo non era bassissimo (17euro per circa un’ora di rappresentazione) è una di quelle cose che gli appassionati dell’horror non possono perdere!
Eppoi, come dimenticare le decine di chilometri a piedi nel freddo freddissimo, sopportabile solo con un tè bollente ogni ora, e l’eterogeneità assoluta della gente, e il senso di “libertà” che si respira ovunque!  :-)    Insomma, una vacanza così perfetta che, per due anni, non ho fatto che desiderare di tornarci. Purtroppo però, l’idea di una nuova vacanza a Amsterdam sembrava più impossibile che difficile, almeno nell’imminente. E la nostalgia saliva, saliva, saliva….
Ma adesso basta! Chissenefrega di tutta una serie di cose, si vive una volta sola!
Torno a Amsterdam, non mi sembra vero!
Detto fatto, ho prenotato sabato mattina. Ma non per Natale, no… stavolta andrò a Amsterdam a festeggiare il mio compleanno. Cinque giorni/quattro notti, auguri!
Stavolta farò la seria e visiterò i musei: priorità al museo archeologico, a quello di Van Gogh e alla casa-museo di Rembrandt. Il Rijks è un po’ impegnativo, deciderò al momento.
Inutile ripetere che la cosa mi emoziona oltremodo e sfriccico tutta!
Ecco, non ho altre novità, e concludo qui le mie cosette.
Anzi, aggiungo solo che nel frattempo sono riuscita a non comprare altri libri, però ho preso un paio di stivali! ;-)

 

 


Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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