Allora, si parla di un raccontino, e lo so da sola che parlare di un raccontino spendendo il doppio delle parole della sua lunghezza fa già ridere… però me ne frego e lo faccio lo stesso, ripromettendomi di non essere troppo prolissa.
Il racconto in questione è un affarino di 276 parole e si intitola Solo aria, e al momento sta concorrendo per il 300 parole per un incubo, il concorso per racconti horror indetto da Scheletri.com.
Eccolo qua:
Solo aria
Sai cosa succede?
Che ti metti a strillare e urli fino a sfondarti la gola. Eppure ti sembra di muovere solo aria.
Cerchi di colpire il legno a calci, pugni, perfino a testate, con tutta la forza che hai.
O che ti aggrappi al velo di raso amaranto o al lenzuolo di seta e tiri, tiri forte.
Eppure ti sembra di muovere solo aria.
Ti disperi, nel tentativo di fare abbastanza rumore, anche se lo sai che non ti sentiranno mai. Non si accorgeranno mai di te, che sei condannato all’eterna prigionia.
E piangi. Silenzioso come il buio in cui sopravvivi.
Lei si gira nel letto. Sbuffa.
Non dormi? biascica lui, assonnato.
Non ci riesco, risponde. Questa stanza è un continuo scricchiolare.
Saranno i fantasmi, le sussurra abbracciandola.
Sorride, lei. E gli si accosta al petto, scivolando tra le fredde lenzuola di seta.
E si abbandona al sonno, pensando a un armadio nuovo, che quello non la smette di scricchiolare, mentre un filo di vento sposta appena appena la tenda di raso amaranto.
È solo aria, pensa, e si addormenta.
Non ricorda che la finestra è chiusa.
E tu allora gridi e tiri un altro calcio all’armadio, più per stizza che per farti sentire. Riesci solo a farlo scricchiolare. E nemmeno se ne accorgono, loro, che ormai dormono.
Dunque non ti resta che desistere. Perché lo sai, che è solo in quell’attimo prima dell’addormentarsi, che il limite tra vivo e morto quasi si annulla. E l’hai perso, ancora una volta.
Così, rassegnato, succede che te ne resti lì a osservarli, nel buio. E se ti va, ti stendi in mezzo a loro, ancora per un’altra notte.
- Valchiria -
La necessità di spendere tante parole per questo lavoro nasce da una motivazione circostanziale.
Ci tenevo a rendere pubblico questo racconto così come lo vedete qui, nella sua versione originale, come io l’ho ideata, modellata e inviata al concorso, perché mi sono accorta che la versione che è stata pubblicata su Scheletri, come anche quella che è stata inviata ai giurati per la valutazione, è leggermente diversa.
Nello specifico, la parte centrale del racconto, invece di avere il margine sinistro rientrato, è allineata alle altre… insomma, sembra che per qualche particolare motivo tecnico sia stato impossibile far rientrare quel benedetto margine e il racconto sia stato mandato avanti così.
Un po’ mi è spiaciuto che il racconto non sia stato valutato nella sua forma originale, perché quella del margine rientrato era una caratteristica che mi piaceva tanto… insomma, mi sembrava proprio che fosse il valore aggiunto.
Ci tenevo a sottolineare questo particolare, perché non posso dimenticare che, prima di essere una che si diverte con le parole, sono un’artista. E come artista, per me è fondamentale l’impatto che ogni mia creazione ha sugli occhi.
Non posso sottovalutare l’importanza che hanno gli occhi come mezzo, come strumento per godere della lettura di ciò che qualcuno ha scritto.
Quindi, nel mio modo di vedere la scrittura, anche gli spazi vuoti hanno un valore, che è importante tanto quanto i pieni. Le pause, i punti, gli a capo. Il salto di una riga, una pagina vuota tra due capitoli.
Un margine rientrato.
È palese che nel racconto siano delineati due mondi.
Il mondo di chi vive ed è ignaro di ciò che esiste accanto a sé, perché non lo vede. Eppure, qualche volta, ne percepisce la presenza, in una sensazione, in uno scricchiolio, in un movimento colto con la coda dell’occhio.
E c’è il mondo di chi la vita non ce l’ha più, eppure a quella vita in qualche modo è rimasto aggrappato, e se la vede scorrere accanto, e cerca un contatto.
Sono due mondi che esistono contemporaneamente, ma che sono divisi.
Questo margine rientrato vuole rimarcare, anche a livello visivo e quindi metacomunicativo, questa separazione.
Ecco, credo di aver speso il numero di parole che mi ero concessa e di aver detto tutto ciò che volevo dire.

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