Archivio per Ottobre 2008

Acqua e terra

 

Acqua e terra, 2005.  Olio su legno

 

 

Mi spiace un po’ parlare di questo quadro mostrandone un’immagine che non può in alcun modo rappresentarlo. Il problema sta nelle misure, perchè si tratta di un’opera realizzata su un supporto ligneo di cm 150×50 e appare evidente che una foto così piccola non permette di coglierne i particolari.

 

Questo quadro mi piace. Forse perchè è stato un lavoro durissimo, che mi è costato tanta fatica e che mi ha impegnato una buona quantità di tempo. Ci sono tanti incroci di linee e alcuni vanno a formare angoli acutissimi. Posso dire che è stato quasi un lavoro di cesellatura. E anche la ricerca delle particolarità cromatiche è stata impegnativa, sì.

Poi mi piace perchè sento di aver reso quello che avevo in testa. L’idea mi era venuta camminando per la strada, dopo che aveva smesso di piovere. L’acqua, che si era mescolata alla terra formando una pozzanghera fangosa, tornava a dividersi, in parte evaporando, in parte penetrando nel terreno, in parte defluendo in piccoli vortici. E intanto intrappolava riflessi di cielo e nuvole.

 

Sì, è un quadro che continua a piacermi, senza dubbio, anche se oggi sono più critica e severa con me stessa, e ne colgo le numerose imperfezioni.

 

A fuoco lento

 

Siccome ieri si è conclusa la sesta edizione de La Fossa (e non mi metto mica a spiegare cos’è, che tanto gran parte di chi legge lo sa già e alla restante parte non interesserebbe) ho pensato di riesumare il racconto con cui ho vinto la precedente edizione, che se non lo tiro fuori adesso poi finisce che non lo faccio più.
È un racconto che voglio sia qui, tra le mie cose di oggi, perché in qualche modo ha segnato una svolta nelle mie scelte stilistiche, è stato un tentativo il cui esito mi ha indirizzato al percorso che ora sto facendo.
Il racconto si intitola A fuoco lento ed è ispirato a questo tema:

Click
Certo, inventare una macchina fotografica digitale che oltre a catturare l’immagine cattura anche gli odori è già un’innovazione particolare. Scoprire che quel che viene fotografato li perde è ancora più preoccupante. Ma scoprire che…

 

A FUOCO LENTO

Chissà perché, ogni volta che ho un problema grosso, mi ritrovo rannicchiata sul tappeto, davanti al caminetto acceso. Lo facevo a otto anni, quando i miei genitori litigavano, e lo faccio ancora adesso, a trentacinque. La cosa che mi fa sentire scema è che parlo col fuoco. Cioè, passo e ripasso i miei pensieri e mi sembra che il fuoco mi ascolti. Qualche volta gli chiedo se una scelta sia giusta o no, e lui scoppietta, oppure fa crollare un ceppo rosso di brace. Mi piace pensare che sia il linguaggio del fuoco e che in qualche modo comunichi con me.
Ero qui davanti al camino quando ho aperto gli occhi sul fatto che mio marito mi tradiva. Che poi di certo lo sapevano tutti tranne me, come sempre. Qualcuno aveva anche provato a dirmi che non c’era da fidarsi, ma l’amore, si sa, fa inebetire.
E poi volevo pensare che la gente parlasse per invidia, perché, insomma, gli occhi li ho pure io, e anche io mi sono chiesta cosa ci stesse a fare un pezzo d’uomo come quello con una come me. Non sono brutta, per carità, ma bella è un’altra cosa. Marianna è bella. Viso dai lineamenti orientali, bel culo, belle gambe, tette sulla terza. Non è che mi sia mai stupita del fatto che gli uomini si accorgessero prima di lei e poi di me. Insomma, si sa che gli uomini hanno due paia d’occhi e che ogni tanto usano anche quelli che sono ai lati del naso.
Ma mio marito era diverso. Lui infatti si è accorto prima di me e poi anche di lei. Dicono sia il tradimento più comune, lui con la migliore amica di lei.
Che l’amante fosse Marianna l’ho scoperto un paio di mesi dopo, una sera che ero qui davanti al fuoco. Forse mi ci voleva quella bottiglia di Lugana per ricordarmi che due più due fa quattro. Tutti quei piccoli dettagli, in un istante sono andati a combaciare, accompagnati da uno scoppiettio di faville. La realtà era tanto evidente quanto velenosa.
Avrei voluto prenderli, quei due, e ucciderli con le mie mani e vederli bruciare all’inferno! Come potevo ancora fingere che tutto andasse bene?
È stato allora che, le ginocchia contro il mento, la testa annebbiata e gli occhi pieni di lacrime e rabbia, ho visto il fuoco allungare una lingua e accarezzarmi.
…a fuoco lento… ho sentito sussurrare tra il crepitio dei ciocchi.
L’ho guardato incredula e affascinata, e mi sono lasciata coccolare dalle sue parole sussurrate, fino ad addormentarmi.
Quando mi sono svegliata, in piena notte, mio marito non era ancora rientrato – chissà dov’era? – e nel camino ardevano ormai solo poche braci.
La cosa incredibile è che in testa non sentivo più nemmeno una lontana eco del Lugana, ma, come una piccola scintilla, si era accesa in me una possibilità, assurda, insensata, ma comunque una possibilità. E io ho saputo aspettare. Ma soprattutto, non so come, ho saputo crederlo possibile.
E così, eccoli qui. Mio marito e la mia migliore amica. Una cenetta senza troppe pretese, come ce n’erano state tante, e poi quattro chiacchiere davanti al caminetto.
Ma come sono affiatati, loro due. Le guance arrossate dal calore del fuoco, ridono, si capiscono al volo.
Dài che vi faccio una foto! Le due persone che mi stanno più a cuore, ci vuole, no?
Fermi così… più vicini, che vi prendo tutti…
Click.
Bravi.
No, no, non ve la faccio vedere subito, che dal display non rende. La vado a stampare. Vi lascio soli giusto qualche minuto, mica vi offendete, no?
Mi sento tremare quando, dalla stampante, la carta fotografica esce completamente nera. Ma in quel nero qualcosa si muove, impercettibilmente, come qualcosa di vivo.
La tengo tra le mani come fosse una creatura delicata e l’odore comincia a propagarsi. È il loro odore. Non è solo la mescolanza nauseante dei due profumi, ma il timbro stesso della loro pelle, il sudore, l’alito, i feromoni. Mi fa vomitare.
Nascondo la foto in un cassetto e torno da loro.
Vi sono mancata?
Ah, la foto? No, è venuta male, forse non ho saputo tenere la mano ferma. Sì, esatto, era sfuocata.
Loro sembrano a disagio. Si guardano intorno come disorientati ma non possono capire il perché. Non hanno più odore.
In pochi minuti vedo le loro facce cambiare colore. Le guance non sono più rosse, nonostante il fuoco stia avvampando. Sono pallidi. Continuano a parlare ma il suono delle loro voci si fa fastidioso perché a tratti battono i denti.
Sì, amore, anch’io sento freddo. Certo che aggiungo un ceppo.
Mi avvicino al fuoco, sapendo con assoluta certezza che, nel cassetto, la foto si sta lentamente scaldando, sottraendo calore ai loro corpi.
Mi sembra quasi di vederlo, il tremolio che si irraggia dalla superficie nera e porosa… porosa? Non so come, ma so che la superficie della foto sta diventando membrana.
Mi volto a guardarli e vedo che anche loro si stanno accorgendo del cambiamento. Si toccano, ma non riescono a percepirsi attraverso il tatto. La loro cute è quasi del tutto priva di pori. Non ci sono più peli, nei, rughe. Sembrano ricoperti da uno strato di pellicola opaca biancastra.
Cominciano ad agitarsi, ma hanno troppo freddo. Si stanno lentamente accasciando sul tavolo.
Le loro voci sono flebili.
Corro a prendere la foto. Lei è lì, nel cassetto.
Non è più nera. Si cominciano a intravedere i loro volti, su una superficie che sembra viva. Che è viva. Perché accarezzo le loro facce e sento la pelle, calda e porosa. I contorni sono in lieve movimento, sempre più definiti.
Allora me ne torno di là.
Loro ci sono ancora, ma sembrano un’immagine in dissolvenza.
Hanno giusto la forza di volgermi gli occhi, quasi spenti anch’essi. Sembrano supplicarmi di fare qualcosa.
Mi viene da ridere. Gli sventolo in faccia la loro immagine e mi volto. La foto puzza del sudore freddo della paura, i loro corpi sono ormai del tutto definiti, gli occhi che lanciano sguardi di terrore. Alle mie spalle non c’è più nessuno.
Sì, tesori cari, avete ragione, il gioco è bello quando dura poco.
Così decido che è ora di smetterla.
Dall’immagine sento sollevarsi sospiri di sollievo. Sento la voce di lei supplicare perdono, mentre lui mi giura amore eterno.
Me ne vado a rannicchiarmi sul tappeto, davanti al mio caminetto.
Il fuoco è lì, scoppiettante. Due ceppi crollano sbriciolandosi in un letto di braci ardenti.
Un lancio deciso e la foto vi si adagia, accartocciandosi.
È che non era venuta perfettamente a fuoco! Dico ridendo.
Nello sfrigolio, sento un sussurro …per certe foto la messa a fuoco è lenta… molto lenta…

 - Valchiria -

Non voglio guarire!

 

Ormai ne sono certa, è compulsivo. Non può che essere così!
Perché qualche volta esco già con l’intenzione, e allora ok.
Ma tante, troppe volte, esco ripetendomi che non lo devo fare, che devo resistere, che devo riuscire a smettere! E di queste volte, un buon 50% ci riesco e mi sento molto bene per aver vinto.
L’altro 50% invece crollo. E non mi sento nemmeno troppo dispiaciuta. Anzi, non vedo l’ora di andare a casa a godere della mia sconfitta!
Giuro che ci provo, davvero. Quando con la coda dell’occhio vedo un elemento di tentazione, cerco di tirare dritto. Non ci entro nemmeno più, in quel tipo di negozio.
Ma adesso l’insidia si nasconde anche dove non dovrebbe!
Era un negozio d’abbigliamento, quello! E io volevo solo un leggins nero al ginocchio!
Poi le vedo: amore a prima vista! Oddio, oddio!
A quel punto ricordo poco… penso di aver lottato meno di una frazione di secondo.
Povera me… è il quinto paio di scarpe in un mese e mezzo. E non voglio andare indietro nel tempo a contare perché sarebbe imbarazzante…
Eppoi uno va al supermercato per comprare cose necessarie tipo il latte o il pane e si imbatte nella corsia dei libri. Già uno si sente tentato. Poi ci sono pure gli sconti del 40% …
Dite che quell’uno lì può resistere? Per me no…
Libri e scarpe, libri e scarpe!
È compulsivo! Non può che essere così!
E la verità è che non voglio guarire! No, non voglio guarire!
Però tra libri e scarpe mi sento meno in colpa per i libri… ma davvero mi sento in colpa?
Libri e scarpe!
Non voglio guarire!

Cinque lacrime di fuoco

 

Cinque  lacrime di fuoco ch’eravate ben nascoste,

van chiedendo cosa foste nella vita appena andata,

sulla maschera emaciata della donna senza ciglia.

Van chiedendo della figlia, la bambina solitaria

che i capelli aveva d’aria e la bocca di sussurri,

nelle mani fuochi azzurri, delle impronte alcuna traccia.

Van chiedendone la faccia che nessuno ormai ricorda

mentre sciolgono la corda stretta al collo della madre,

lei, senz’ombra sulle strade, copre i segni con le mani.

Siete i simboli lontani, cinque macchie di vermiglio

sulla pelle, nascondiglio del segreto condannato

ch’ormai Morte ha sigillato, proteggendo il vostro gioco.

 

 

Acchiappanuvole

 

E non mi pare nemmeno troppo strano che mi metto a sfogliare le copertine dei dischi come fossero libri
e che ci trovo cose così belle per gli occhi che sembrano suonare d’argento più delle canzoni.
Come è successo ieri con queste parole, disegnante su un tappeto di nuvole
e gli steli a fare il solletico.

  

Quante solitudini attraversano il cammino che trovo
e quante lontananze mi uccidono giorno per giorno,
eppure, lo specchio che vivo
è proprio nelle movenze dei cuori puliti,
quelle che in te s’annidano
e in me procurano un sano profittare di sensi.
Quello specchio che, nel capitare satellite,
riflette di te, nel mio amore perduto,
ogni salivazione azzerata che lingua m’inventa.
E poi la mano e poi il cuore e poi la mano ancora.
Quel ripetersi cantilenante di strofe già scritte
nel vuoto di stomaco che dagli occhi commuove i polsi.
M’innamorai di te come un attimo senza destino.

(Acchiappanuvole, Pino Mango)