Siccome ieri si è conclusa la sesta edizione de La Fossa (e non mi metto mica a spiegare cos’è, che tanto gran parte di chi legge lo sa già e alla restante parte non interesserebbe) ho pensato di riesumare il racconto con cui ho vinto la precedente edizione, che se non lo tiro fuori adesso poi finisce che non lo faccio più.
È un racconto che voglio sia qui, tra le mie cose di oggi, perché in qualche modo ha segnato una svolta nelle mie scelte stilistiche, è stato un tentativo il cui esito mi ha indirizzato al percorso che ora sto facendo. Il racconto si intitola A fuoco lento ed è ispirato a questo tema:
Click
Certo, inventare una macchina fotografica digitale che oltre a catturare l’immagine cattura anche gli odori è già un’innovazione particolare. Scoprire che quel che viene fotografato li perde è ancora più preoccupante. Ma scoprire che…
A FUOCO LENTO
Chissà perché, ogni volta che ho un problema grosso, mi ritrovo rannicchiata sul tappeto, davanti al caminetto acceso. Lo facevo a otto anni, quando i miei genitori litigavano, e lo faccio ancora adesso, a trentacinque. La cosa che mi fa sentire scema è che parlo col fuoco. Cioè, passo e ripasso i miei pensieri e mi sembra che il fuoco mi ascolti. Qualche volta gli chiedo se una scelta sia giusta o no, e lui scoppietta, oppure fa crollare un ceppo rosso di brace. Mi piace pensare che sia il linguaggio del fuoco e che in qualche modo comunichi con me.
Ero qui davanti al camino quando ho aperto gli occhi sul fatto che mio marito mi tradiva. Che poi di certo lo sapevano tutti tranne me, come sempre. Qualcuno aveva anche provato a dirmi che non c’era da fidarsi, ma l’amore, si sa, fa inebetire.
E poi volevo pensare che la gente parlasse per invidia, perché, insomma, gli occhi li ho pure io, e anche io mi sono chiesta cosa ci stesse a fare un pezzo d’uomo come quello con una come me. Non sono brutta, per carità, ma bella è un’altra cosa. Marianna è bella. Viso dai lineamenti orientali, bel culo, belle gambe, tette sulla terza. Non è che mi sia mai stupita del fatto che gli uomini si accorgessero prima di lei e poi di me. Insomma, si sa che gli uomini hanno due paia d’occhi e che ogni tanto usano anche quelli che sono ai lati del naso.
Ma mio marito era diverso. Lui infatti si è accorto prima di me e poi anche di lei. Dicono sia il tradimento più comune, lui con la migliore amica di lei.
Che l’amante fosse Marianna l’ho scoperto un paio di mesi dopo, una sera che ero qui davanti al fuoco. Forse mi ci voleva quella bottiglia di Lugana per ricordarmi che due più due fa quattro. Tutti quei piccoli dettagli, in un istante sono andati a combaciare, accompagnati da uno scoppiettio di faville. La realtà era tanto evidente quanto velenosa.
Avrei voluto prenderli, quei due, e ucciderli con le mie mani e vederli bruciare all’inferno! Come potevo ancora fingere che tutto andasse bene?
È stato allora che, le ginocchia contro il mento, la testa annebbiata e gli occhi pieni di lacrime e rabbia, ho visto il fuoco allungare una lingua e accarezzarmi.
…a fuoco lento… ho sentito sussurrare tra il crepitio dei ciocchi.
L’ho guardato incredula e affascinata, e mi sono lasciata coccolare dalle sue parole sussurrate, fino ad addormentarmi.
Quando mi sono svegliata, in piena notte, mio marito non era ancora rientrato – chissà dov’era? – e nel camino ardevano ormai solo poche braci.
La cosa incredibile è che in testa non sentivo più nemmeno una lontana eco del Lugana, ma, come una piccola scintilla, si era accesa in me una possibilità, assurda, insensata, ma comunque una possibilità. E io ho saputo aspettare. Ma soprattutto, non so come, ho saputo crederlo possibile.
E così, eccoli qui. Mio marito e la mia migliore amica. Una cenetta senza troppe pretese, come ce n’erano state tante, e poi quattro chiacchiere davanti al caminetto.
Ma come sono affiatati, loro due. Le guance arrossate dal calore del fuoco, ridono, si capiscono al volo.
Dài che vi faccio una foto! Le due persone che mi stanno più a cuore, ci vuole, no?
Fermi così… più vicini, che vi prendo tutti…
Click.
Bravi.
No, no, non ve la faccio vedere subito, che dal display non rende. La vado a stampare. Vi lascio soli giusto qualche minuto, mica vi offendete, no?
Mi sento tremare quando, dalla stampante, la carta fotografica esce completamente nera. Ma in quel nero qualcosa si muove, impercettibilmente, come qualcosa di vivo.
La tengo tra le mani come fosse una creatura delicata e l’odore comincia a propagarsi. È il loro odore. Non è solo la mescolanza nauseante dei due profumi, ma il timbro stesso della loro pelle, il sudore, l’alito, i feromoni. Mi fa vomitare.
Nascondo la foto in un cassetto e torno da loro.
Vi sono mancata?
Ah, la foto? No, è venuta male, forse non ho saputo tenere la mano ferma. Sì, esatto, era sfuocata.
Loro sembrano a disagio. Si guardano intorno come disorientati ma non possono capire il perché. Non hanno più odore.
In pochi minuti vedo le loro facce cambiare colore. Le guance non sono più rosse, nonostante il fuoco stia avvampando. Sono pallidi. Continuano a parlare ma il suono delle loro voci si fa fastidioso perché a tratti battono i denti.
Sì, amore, anch’io sento freddo. Certo che aggiungo un ceppo.
Mi avvicino al fuoco, sapendo con assoluta certezza che, nel cassetto, la foto si sta lentamente scaldando, sottraendo calore ai loro corpi.
Mi sembra quasi di vederlo, il tremolio che si irraggia dalla superficie nera e porosa… porosa? Non so come, ma so che la superficie della foto sta diventando membrana.
Mi volto a guardarli e vedo che anche loro si stanno accorgendo del cambiamento. Si toccano, ma non riescono a percepirsi attraverso il tatto. La loro cute è quasi del tutto priva di pori. Non ci sono più peli, nei, rughe. Sembrano ricoperti da uno strato di pellicola opaca biancastra.
Cominciano ad agitarsi, ma hanno troppo freddo. Si stanno lentamente accasciando sul tavolo.
Le loro voci sono flebili.
Corro a prendere la foto. Lei è lì, nel cassetto.
Non è più nera. Si cominciano a intravedere i loro volti, su una superficie che sembra viva. Che è viva. Perché accarezzo le loro facce e sento la pelle, calda e porosa. I contorni sono in lieve movimento, sempre più definiti.
Allora me ne torno di là.
Loro ci sono ancora, ma sembrano un’immagine in dissolvenza.
Hanno giusto la forza di volgermi gli occhi, quasi spenti anch’essi. Sembrano supplicarmi di fare qualcosa.
Mi viene da ridere. Gli sventolo in faccia la loro immagine e mi volto. La foto puzza del sudore freddo della paura, i loro corpi sono ormai del tutto definiti, gli occhi che lanciano sguardi di terrore. Alle mie spalle non c’è più nessuno.
Sì, tesori cari, avete ragione, il gioco è bello quando dura poco.
Così decido che è ora di smetterla.
Dall’immagine sento sollevarsi sospiri di sollievo. Sento la voce di lei supplicare perdono, mentre lui mi giura amore eterno.
Me ne vado a rannicchiarmi sul tappeto, davanti al mio caminetto.
Il fuoco è lì, scoppiettante. Due ceppi crollano sbriciolandosi in un letto di braci ardenti.
Un lancio deciso e la foto vi si adagia, accartocciandosi.
È che non era venuta perfettamente a fuoco! Dico ridendo.
Nello sfrigolio, sento un sussurro …per certe foto la messa a fuoco è lenta… molto lenta…
- Valchiria -
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