Archivio per Settembre 2008

L’Assenza

Non te l’ho mai detto
che leggo il senso dei vuoti
come i silenzi di una melodia
e che l’assenza
è come lo spazio bianco
tra una parola e l’altra.
E non te l’ho mai detto, no
che giorno e notte
sono la stessa cosa,
e che l’inverno
non è che una primavera
solo più distante.
Perchè lo sai da te
che ogni stella che punge la notte
è un sole
solo più freddo.

  

Luce dell’Acqua

 

Oggi niente parole, che ho la febbre e poco controllo.

Oggi solo un’immagine…

Che parli da sé!

 

 

Luce dell’Acqua, 2008

Colorido

 

Parole a cestini
come petali di rose
lasciati cadere a terra,
coriandoli e tappeti

C’è chi li calpesta
con la grazia della ninfa
e dal peccato
che si consuma sotto al piede nudo
coglie il profumo
ultima essenza di vita.

C’è chi ci cammina sopra
noncurante
cieco del sacrificio
e scrolla via dai tacchi la poltiglia.

E c’è chi li raccoglie
ora tra le dita
ora tra le labbra
e li tiene lì

dove i petali diventano ali
e mi si posano tra i capelli
come farfalle.

 

Take Away

 

Mi sono accorta che è un bel po’ di tempo che non inserisco nel blog un mio racconto.
Allora ho voluto cogliere l’occasione dell’odierna pubblicazione su Scheletri di un mio lavoro di un paio di mesi fa, per riportarlo anche qui, spendendo due parole per raccontare come è nato.
Dunque, un amico di horror – MisterEcho (Paolo Azzarello) – lamentava una certa pigrizia creativa. Io riesco a scrivere solo quando sono costretto, se ho una scadenza, un concorso! Così ha detto.
E allora, per dare una piccola spinta alla sua creatività, abbiamo deciso di scrivere entrambi un racconto che avesse lo stesso tema. E per rendere la cosa più stimolante, abbiamo concordato di consegnarci i racconti in cartaceo, alla famosa serata del 12 Luglio a Milano (per i curiosi, per chi non l’ha già letto e per chi non era presente fisicamente all’evento, è tutto raccontato QUI)
Tornando ai racconti, il tema a cui ci siamo ispirati era Lo stereotipo maschile e femminile. Entrambi abbiamo optato per una visione ironica della faccenda, e ne sono usciti fuori due raccontini simpatici.
Il mio, è leggibile qui di seguito.
Il racconto di MisterEcho, è leggibile cliccando QUI.
Buona lettura!

 

TAKE AWAY

Ines tirò una maledizione quando si accorse di aver dimenticato l’auricolare a casa. Lasciò il telefono suonare e fece attenzione al pulmann che stava sorpassando un camion. Doveva uscire a Brescia nord, così le aveva indicato Hugues. Lui l’avrebbe attesa al primo distributore dopo il casello.
Moderò un po’ la velocità. Era partita in anticipo per paura di trovare intoppi per la strada e arrivare in ritardo. Intanto il telefono annunciò l’arrivo di un sms, che probabilmente riassumeva il contenuto della telefonata a cui non aveva risposto.
Qualche minuto prima delle 20.00 Ines si accostò sulla destra del piccolo parcheggio del distributore di benzina. Hugues doveva arrivare con una Focus blu. E ovviamente non era ancora là.
Scese dall’auto, si accese una sigaretta e intanto lesse il messaggio. Ripose rapidamente:
Grazie cara, ma stasera mi vedo col ballerino mulatto, gli ho sganciato quest’incontro venerdì notte, mentre lavorava in disco. Divertiti anche x me, a domani.
Inviò il messaggio alla sua collega e fece l’ultimo tiro di sigaretta prima del filtro. Intanto, di Hugues nemmeno l’ombra.
Ma ecco arrivare una Focus blu. Un quarto d’ora di ritardo, ma per fortuna c’era. Non sarebbe stata la prima volta in cui le capitava che il tipo di turno non si era presentato all’appuntamento, probabilmente perché a casa aveva una moglie o una compagna e il senso di colpa, buon senso talvolta, aveva avuto il sopravvento.
Ma Hugues la donna non ce l’aveva più da un paio di mesi e d’altra parte era stato lui a invitare Ines, la sera che l’aveva vista ballare proprio sotto il palco, mentre lui si esibiva.
Stava per scendere dall’auto quando lui, dal finestrino, le fece cenno con la mano di seguirlo, senza nemmeno scomodarsi per smontare e salutarla. Lei rimase un po’ sorpresa e pensò che avrebbe fumato un’altra sigaretta.
Dopo pochi chilometri lui rallentò e inserì la freccia per parcheggiare. Intanto le fece segno di andare avanti e di cercarsi un parcheggio lungo quella via. Ines si sentiva un po’ confusa, ma non aveva voglia di fare la bacchettona e poi trovò subito un posto, venti metri più avanti.
Quando scese dall’auto trattenne il respiro, per gonfiare il petto e tenere in dentro la pancia, e cercò di mostrare movimenti eleganti, adatti alla serata e all’abito che aveva indossato. Un tubino nero sotto al ginocchio, fasciatissimo, con lo scollo all’americana e un paio di sandali neri e argento con sottile tacco a spillo.
Lui la guardava arrivare, appoggiato alla fiancata della Focus, con in dosso una canotta bianca slisa e un paio di pantaloni verde militare che lasciavano spuntare l’elastico degli slip.
«Come sei… elegante» disse lui, centuplicando l’imbarazzo che lei provava in quel momento. Che galanteria, pensò Ines.
Si strinsero la mano e si diedero tre baci alternati sulle guance, perché il terzo porta sesso, dicono… mah… Il profumo di Ines non riuscì a coprire un certo odore di stantio che promanava da Hugues e le si strinse la gola come avesse ingoiato una manciata di sabbia.
«Scusami per il ritardo, ma stavo provando i passi per la serata di domani, a Desenzano.»
«Figurati, ero appena arrivata…» e intanto immaginò che non si fosse fatto nemmeno una doccia.
«Dai, saliamo che ti faccio vedere casa mia. Poi andiamo a cena, che ho fame».
L’appartamento si trovava al secondo piano di una bella palazzina, in una zona di Brescia che a Ines sembrava piuttosto recente.
Lui aprì la porta ed entrò. Lei riuscì a stento a trattenere un Oddio!
Era un salotto open space, con un angolo cottura e tavolo sulla sinistra e, sulla destra, due porte, facilmente bagno e camera da letto.
A parte il cilindro di cartone del rotolo di carta igienica che giaceva abbandonato accanto a una porta (quella del bagno probabilmente) come il torsolo di una mela accanto a un cassonetto, il calzino ancora arrotolato appoggiato sul bracciolo del divano, il telo del divano che era sceso sul pavimento quasi fosse un tappeto, le briciole che formavano uno strato indecente sotto al tavolo e la quantità di oggetti sparsi sopra, ciò che davvero la sconcertò fu il lavello della cucina. Ne usciva una catasta di piatti, pentole e posate da far invidia a un equilibrista.
Bicchieri non ce n’erano e capì il perché quando lo vide andare verso il frigorifero ed estrarre una bottiglia d’acqua, dal collo della quale trangugiò un’interminabile sorsata.
Ines gli guardava il pomo d’Adamo fare su e giù e per un attimo temette che lui le offrisse da bere passandole la bottiglia.
Quando si sentì abbastanza dissetato la ripose nel frigorifero e parlò.
«Senti, che vuoi fare, andiamo fuori o prendiamo qualcosa take away e lo mangiamo da me, magari guardando un film? »
Ines guardò il tavolo, il lavello, il caos che regnava in quell’ambiente e avrebbe voluto assolutamente uscire. Almeno per mangiare. Ma si fece forza e lasciò che fosse lui a decidere.
«Bè, come preferisci tu…»
«Sai cosa, a me andrebbe un po’ di cucina tailandese. C’è un ristorantino dove vado sempre, cucinano bene. Dai dai, ne ho proprio voglia. »
E così, tirando un sospiro di sollievo, andarono al ristorante tailandese.
Nel viaggio di ritorno verso l’appartamento di Hugues, Ines non sapeva se ridere o piangere.
Non appena erano entrati nel piccolo ristorante, mentre Ines guardava i cinque tavolini apparecchiati e assolutamente liberi, si era accorta che Hugues si era avvicinato al tipo dietro al banco – un tailandese vero – e aveva ordinato un paio di piatti take away. Poi si era girato a guardarla e le aveva detto: « tu cosa vuoi che ti prepari? »
«Quello che hai preso tu» aveva risposto lei. Mai mangiata cucina tailandese in vita sua.
Così si ritrovò nell’appartamento. Lui si avvicinò al tavolo e con il braccio scansò tutta una serie di oggetti e li ammucchiò sulla metà sinistra. Poi tolse i contenitori in alluminio dal sacchetto e li appoggiò sul nudo legno del tavolo. Quindi prese la bottiglia d’acqua e una forchetta e si accomodò. Mentre scoperchiava il suo contenitore di Pad Thai, evidentemente affamato, si ricordò di Ines.
«Prenditi una forchetta lì sopra e vieni a mangiare, no? »
Lei aveva più che altro sete, ma non osò chiedere da bere e prese una forchetta.

Sembrava la scena di una di quelle pubblicità in cui le comuni casalinghe fanno le pulizie di casa in abito da sera e tacchi a spillo e nemmeno una sbavatura nel trucco né un capello fuori posto.
Così Ines, dopo aver passato una buona mezzora a lavare la catasta di stoviglie ammucchiata nel lavello, si era anche offerta di dare una riordinata in giro e una lavata ai pavimenti, che erano in condizioni pietose.
Fu allora che lui le disse, ridendo, che si sentiva felice per aver trascorso la serata con una bella ragazza che faceva anche da donna delle pulizie. E fu allora che Ines decise che avrebbe passato lì la notte, con lui.
Quando arrivarono in camera da letto, le lenzuola erano ammucchiate lasciando scoperto un angolo del materasso. Di certo non profumavano di fresco, ma tanto nemmeno Hugues.
Lei si era seduta su un lato del letto e lui le stava davanti, in piedi, e si spogliava muovendo il culo e il bacino a suon di musica. D’altra parte essere un ballerino doveva pur servirgli a qualcosa.
Doveva essere uno strano miscuglio, quel ragazzo, pensò Ines. Le aveva detto che era nato in Zaire e poi aveva vissuto in Belgio, prima di venire in Italia. Non era del tutto nero. E anche i lineamenti del viso erano abbastanza sottili, come anche i capelli erano scuri ma non crespi.
Scacciò via quei pensieri, che poco le interessavano. Lui intanto continuava a menare il bacino quando ormai addosso aveva solo gli slip, il cui elastico Ines conosceva già fin troppo bene.
Quando lei gli sfilò anche quelli pensò che in fondo Hugues non dovesse avere una gran percentuale di nero nel sangue.
Comunque la scopata ci fu e Ines pensò che l’avrebbe dimenticata molto prima di aver preso sonno.

Alle sette del mattino la sveglia del cellulare suonò. Ines aveva il collo rotto, per aver dormito tutta rannicchiata sul bordo del materasso, mentre Hugues ronfava serenamente occupando gran parte del letto.
Lei si alzò cercando di fare abbastanza rumore da svegliarlo. Aveva voglia di un caffè e magari di un paio di biscotti. Lui sembrò non accorgersi di nulla.
Allora lei gli si piazzò di fianco in piedi e lo chiamò.
Lui si girò infastidito e le disse che si sentiva tanto stanco.
«Senti, io ho un appuntamento di lavoro tra un po’. Avrei bisogno di un caffè, poi me ne vado. »
Lui si girò di nuovo verso di lei e con la bocca impastata cercò di dire qualcosa di sensato.
«Il caffè è in cucina, fai pure da sola. Per andare a casa, fai la rotonda e la prima a sinistra. Poi al semaforo vedi il distributore di ieri. »
Lei sospirò.
Andò a farsi una doccia veloce e poi si rivestì con cura. Un filo di trucco, come sempre.
Poi, senza nemmeno salutarlo, se ne andò. La strada la conosceva più che bene. Era da oltre un mese che lo tenevano d’occhio.
Ines ripensò al venerdì sera in cui era riuscita ad avere un contatto con lui. Quella era stata la cosa più difficile, più di tutto il resto. Non avrebbe mai pensato di riuscire ad avvicinarlo proprio mentre stava lavorando. Eppure le era parso di cogliere un suo sguardo, mentre lei ballava, proprio sotto il palco. E a fine serata lui l’aveva avvicinata e avevano bevuto insieme un cocktail, scambiando dieci parole e i numeri di telefono.
Guidava tranquilla Ines. Soddisfatta. Aveva prelevato tutto ciò che le serviva. Un suo indumento intimo, qualche capello, la sua saliva e lo sperma. Aveva anche ben nascosto per la casa i cinque piccoli sassi di fiume ricoperti di cera.
Ora non le restava che andare in ufficio a depositare gli elementi prelevati e aspettare le colleghe per la riunione della mattina. In settimana avrebbe confezionato il sortilegio malefico che la sua cliente aveva chiesto. Hugues era un vero coglione, pensò Ines, e per una volta sentì che non avrebbe provato un minimo di rimorso, per ciò che gli sarebbe capitato. Le donne tradite che cercano vendetta erano le clienti che Ines preferiva. Lavorare per loro era un piacere, e la ex compagna di Hugues ne sarebbe rimasta soddisfatta.
Così mise la freccia e svoltò al primo Autogrill. Aveva bisogno di un buon caffè e, per festeggiare, anche di una bella brioche alla crema.

 Valchiria

Quel qualcosa che…

 

Ci sono libri che ti restano dentro, per un motivo o per un altro. Un personaggio, una storia, un’immagine, un finale, qualcosa. E restano in profondità, nel tempo.

Qualche volta ti dimentichi perfino che libro era, o se ti era piaciuto, o come andava a finire.. però ti ricordi quel qualcosa, anche solo quello.

C’è un qualcosa, nel libro che sto leggendo, che so che porterò con me a lungo. Parola dopo parola, la sensazione è stata quella di riconoscermi. Di trovare nero su bianco idee che mi appartengono in modo istintivo.

Non l’ho ancora finito, il libro. Non sono nemmeno alla metà. E sebbene finora si stia rivelando un ottimo lavoro, sento di aver già trovato il mio personalissimo buon motivo per averlo letto, indipendentemente da quella che sarà la mia opinione finale. 

E le voglio mettere qui, queste parole, per regalarle a chiunque abbia il desiderio di leggerle.

 

Si comincia con uno spazio bianco. Non dev’essere necessariamente carta o tela, ma secondo me dev’essere bianco. Noi diciamo bianco perché abbiamo bisogno di una parola, ma la definizione giusta è “niente”. Il nero è l’assenza della luce, ma il bianco è l’assenza della memoria, il colore del non ricordo.

                                                        (…)

Ricordate che la verità è nei particolari, comunque vediate il mondo o quale che sia lo stile che esso impone sul vostro lavoro artistico, la verità è nei particolari. Naturalmente lì c’è anche il diavolo, lo dicono tutti, ma forse verità e diavolo sono definizioni della stessa cosa. Può essere, sapete.

(…)

Fame. Ha funzionato per Michelangelo, ha funzionato per Picasso, e funziona per centomila artisti che non lo fanno per amore (anche se può darsi che abbia la sua parte) ma per mettere il pane in tavola. Se vuoi tradurre il mondo, devi usare i tuoi appetiti. Vi stupisce? Non dovrebbe. Non c’è niente di più umano della fame. Non c’è creazione senza talento, ve lo concedo, ma il talento è gramo. Il talento mendica. La fame è la spinta dell’arte.

(…)

Non aver paura di sperimentare; trova la tua musa e lasciati guidare da lei.

(Duma Key, Stephen King)

 

 

Ora

 

Potevo toccarti
una volta,
potevo prenderti per mano
con la mia mano.

Ora non più.

Perché siamo legati
come iniziali di nomi
su un tatuaggio.
Siamo anelli alterni
della stessa catena
e ci sfioriamo i gomiti
eternamente vicini
eppure divisi.

Ora mi accontento
di baciarti attraverso altre guance
di farti arrivare le parole in volo
di ospitarti in bilico
di amarti in silenzio
di guardarti da lontano.

Ma qualche volta
me lo concedo
di prenderti per mano
con la mia mano
nell’altalena della notte
lungo il corridoio
e ti accompagno nel letto
che un tempo era solo nostro
e ora non più. 

Ricompense

 

Rintocchi di anelli
su mani di labirinto,
calici colorati di cielo
e corolle d’oro incollate.
È il valore ambiguo dell’ambivalente,
è il tipo utopista
in cerca del migliore
articolo d’arte tra pezzi di campionario.
Cercava un cerchio,
trovava legno di vecchie travi,
di case e cose di casa
con muri a tempera
crepati dai rumori del tempo.
Sono le mani dell’uomo umanista,
del comico pazzo e rinchiuso,
e dei due che aspettano il giorno dopo.
E nell’umore viola
di umidi frutti di rovo
rido per il troppo sale nel riso,
per il treno che si allena trainando,
per una foto buia
e per le ricche ricompense solo pensate.