La dotta ignoranza

     

Oggi sono qui a chiedermi cosa sia l’ignoranza. Stimolata e divertita, sia chiaro, e non irritata, da recenti questioni sull’argomento.
È il non sapere, l’ignorare qualcosa. O il conoscerla in modo parziale, incompleto, inadeguato…
O forse è il non sapere quasi niente?
O è il non conoscere cose tipo l’educazione, le buone maniere, l’italiano corretto, il rispetto per gli altri.
O è il non saper conoscere, l’essere limitati nel guardare, nel cogliere le visioni d’insieme o i dettagli.

Cercando sullo Wikipediario, ecco qua:

1. il mancare della conoscenza, del sapere, inteso in generale o su di un fatto specifico
2. non avere informazioni su un fatto o su un argomento
3. carenza di istruzione, di cultura, analfabetismo, mancanza di conoscenza delle buone maniere e/o delle regole di comportamento

Etimologia:
dal latino ignorantia, a sua volta derivato dalla negazione della parola greca gnosis, “conoscenza”, letteralmente “mancanza di conoscenza”

In pratica, non mi sono discostata molto da queste definizioni ufficiali. Poi, nella realtà, credo che la questione sia molto più complessa. Perché dipende sempre dalla nostra percezione dell’altro.

Mia nonna mi guardava esterrefatta, quando le chiedevo spiegazioni sulle uova della gallina. Che pensavo che le uova venissero tutte fecondate dal gallo e bastava che la chioccia le covasse per far nascere i pulcini… ma mi pareva strano che il gallo, unico del pollaio, stesse sempre lì a spennacchiare tutte le galline, tutti i giorni… e allora, come faceva la gallina a distinguere le uova fecondate da quelle non fecondate? Mica le sapevo, io, queste cose, che ho vissuto sempre in città. E lei, la mia nonnina, mi guardava e scuoteva la testa e non sapeva da dove cominciare a darmi spiegazioni.
Eppure mi diceva sempre che dovevo studiare, che era importante. Che lei aveva imparato a scrivere da suo fratello, perché a scuola ci poteva andare solo un figlio in famiglia. E arrivavo da lei, ogni estate, con una pagella piena di bei voti e le raccontavo cose che forse non poteva comprendere, eppure sembrava comprenderle meglio di altri. Ed era bello farle le domande strane, sulle piante, i fiori, le erbe strane che metteva a seccare fuori al sole. Sembrava conoscere molti segreti, cose che a scuola non avrei mai imparato. E non so come, ma l’avevo compresa bene questa cosa, nonostante fossi ancora una bambina.

Bè, ho divagato, presa dalla nostalgia. Ma poi nemmeno tanto. Insomma, quello che volevo dire l’ho detto, e credo si sia capito.
E se l’ignoranza è non sentirsi mai sazi di quello che si impara, è mettere sempre in discussione le proprie conoscenze, è guardare ammirato chi sa di più e voler rubare con gli occhi, allora voglio restare sempre ignorante.
Voglio sempre sentirmi insoddisfatta e cercare, cercare, cercare.
Voglio imparare da tutti. Da professori e contadini e pazzi e bambini.
E nella mia socratica dotta ignoranza, voglio riempirmi di Mondo, con i sensi e con la testa, con la consapevolezza di sapere di non sapere mai abbastanza, con umiltà ed entusiasmo.
Sempre, fino all’ultimo giorno in cui ne sarò capace.

Ecco, sono stata lagnosa anche stavolta… volendo rimediare, chiudo rivolgendo un pensiero affettuoso allo scarabocchio, rimasto troppo presto orfano di d eufoniche.

       

4 Risposte a “La dotta ignoranza”


  1. 1 Walter Luglio 29, 2008 alle 7:12 pm

    Passavo giusto di qui e ho letto…
    Concordo con quanto hai scritto. In ogni punto.
    E mi fa piacere che tu l’abbia scritto…

    Un saluto!

  2. 2 R. Luglio 29, 2008 alle 7:56 pm

    ma fatti un esame di coscenza.
    E sì, coscenza lo volevo scrivere proprio così :) :)

  3. 3 Valchiria Luglio 29, 2008 alle 9:02 pm

    Grazie Walter, un abbraccio forte :-)

    e tu, quassopra, ricordati l’apostrofo! si scrive un’esame! Non capisco come fai a vincere i concorsi, ignorante come sei… ;-)

  4. 4 Ale McNab Luglio 29, 2008 alle 10:36 pm

    Ignoranza come perenne sete di sapere?
    Sì, può funzionare anche in questi termini!
    Allora anch’io sono un grande ignorante, e lieto di esserlo.
    Effettivamente c’è da imparare da quasi tutti. Io nella “manualità” sono una frana, perciò osservo ammirato ogni qual volta che ho a che fare con un meccanico, un operaio, un contadino. Lì mi sento davvero ignorante.
    Poi però rifletto e mi dico che nessuno può sapere tutto, ma che tutti insieme si può fare tanto.
    Nel mondo di utopia ciascuno dovrebbe seguire la propria indole, fare un lavoro adatto alle proprie capacità. Ciò lascerebbe poi spazio per interessarsi di altro, per mischiare idee e competenze.
    Purtroppo non funziona così, e abbiamo tanti piccoli supponenti che si arroccano nelle torri del loro “sapere”.
    Si capisce, anch’io a volte cado in questo errore.


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