Archivio per Luglio 2008

Senza titolo

 

 

Senza titolo, 2000. Olio e sabbia su tela

 

Non è mica bello che un quadro sia Senza titolo, lo so. Lo puoi fare se sei un pittore famoso, che ne hai dipinti un centinaio e a un certo punto si capisce che ti stufi pure di cercare i titoli, e allora li classifichi come Senza titolo e ci abbini un numero, giusto per distinguerli. Ma, nel mio caso, è evidente che non ricorrono questi presupposti. 

Il fatto è che questo quadro l’ho dipinto un po’ a caso, e si vede. L’ho fatto perchè volevo coprire ciò che avevo dipinto in precedenza sulla stessa tela, cioè un suicidio in vasca da bagno. Lo so, tema truce. Ma un tempo, una decina d’anni fa,  ero attratta dai temi truci e per altro mi dedicavo ancora al figurativo. Quindi, un pomeriggio, ho cominciato a spennellare sopra al suicidio in vasca da bagno, ed è venuta fuori questa cosa qua. E l’ho appesa alla perete del corridoio della zona notte, dove si trova ancora adesso.

Allora, siccome io un titolo non riesco proprio a triovarlo e un po’ mi dispiace che questo dipinto rimanga senza, ho pensato di sottoporlo ai miei pochi e preziossimi lettori, perchè propongano qualcosa. E fate i seri, per cortesia… niente volgarità! :-)

E quando torno dalle ferie, perchè domani parto e me ne sto via una decina di giorni, valuterò le eventuali proposte e deciderò il titolo appropriato. Fate che ce ne sia almeno una :-)

Un abbraccio a tutti, a presto!

     

La dotta ignoranza

     

Oggi sono qui a chiedermi cosa sia l’ignoranza. Stimolata e divertita, sia chiaro, e non irritata, da recenti questioni sull’argomento.
È il non sapere, l’ignorare qualcosa. O il conoscerla in modo parziale, incompleto, inadeguato…
O forse è il non sapere quasi niente?
O è il non conoscere cose tipo l’educazione, le buone maniere, l’italiano corretto, il rispetto per gli altri.
O è il non saper conoscere, l’essere limitati nel guardare, nel cogliere le visioni d’insieme o i dettagli.

Cercando sullo Wikipediario, ecco qua:

1. il mancare della conoscenza, del sapere, inteso in generale o su di un fatto specifico
2. non avere informazioni su un fatto o su un argomento
3. carenza di istruzione, di cultura, analfabetismo, mancanza di conoscenza delle buone maniere e/o delle regole di comportamento

Etimologia:
dal latino ignorantia, a sua volta derivato dalla negazione della parola greca gnosis, “conoscenza”, letteralmente “mancanza di conoscenza”

In pratica, non mi sono discostata molto da queste definizioni ufficiali. Poi, nella realtà, credo che la questione sia molto più complessa. Perché dipende sempre dalla nostra percezione dell’altro.

Mia nonna mi guardava esterrefatta, quando le chiedevo spiegazioni sulle uova della gallina. Che pensavo che le uova venissero tutte fecondate dal gallo e bastava che la chioccia le covasse per far nascere i pulcini… ma mi pareva strano che il gallo, unico del pollaio, stesse sempre lì a spennacchiare tutte le galline, tutti i giorni… e allora, come faceva la gallina a distinguere le uova fecondate da quelle non fecondate? Mica le sapevo, io, queste cose, che ho vissuto sempre in città. E lei, la mia nonnina, mi guardava e scuoteva la testa e non sapeva da dove cominciare a darmi spiegazioni.
Eppure mi diceva sempre che dovevo studiare, che era importante. Che lei aveva imparato a scrivere da suo fratello, perché a scuola ci poteva andare solo un figlio in famiglia. E arrivavo da lei, ogni estate, con una pagella piena di bei voti e le raccontavo cose che forse non poteva comprendere, eppure sembrava comprenderle meglio di altri. Ed era bello farle le domande strane, sulle piante, i fiori, le erbe strane che metteva a seccare fuori al sole. Sembrava conoscere molti segreti, cose che a scuola non avrei mai imparato. E non so come, ma l’avevo compresa bene questa cosa, nonostante fossi ancora una bambina.

Bè, ho divagato, presa dalla nostalgia. Ma poi nemmeno tanto. Insomma, quello che volevo dire l’ho detto, e credo si sia capito.
E se l’ignoranza è non sentirsi mai sazi di quello che si impara, è mettere sempre in discussione le proprie conoscenze, è guardare ammirato chi sa di più e voler rubare con gli occhi, allora voglio restare sempre ignorante.
Voglio sempre sentirmi insoddisfatta e cercare, cercare, cercare.
Voglio imparare da tutti. Da professori e contadini e pazzi e bambini.
E nella mia socratica dotta ignoranza, voglio riempirmi di Mondo, con i sensi e con la testa, con la consapevolezza di sapere di non sapere mai abbastanza, con umiltà ed entusiasmo.
Sempre, fino all’ultimo giorno in cui ne sarò capace.

Ecco, sono stata lagnosa anche stavolta… volendo rimediare, chiudo rivolgendo un pensiero affettuoso allo scarabocchio, rimasto troppo presto orfano di d eufoniche.

       

24 Luglio

   

Mi ricordo incredula
di piacerti,
che ero una crisalide
scalza e spigolosa.
Stupita,
di quel che era palese
per tutti tranne me.
E le risate,
a recitare l’uomo e la donna
(e la figlia tossica)
mentre i ghiaccioli si scioglievano
e ci gocciolavano sui piedi.
Ricordo la mia faccia da culo
(sì, sempre avuta)
con l’indice puntato sulla A
d’un portachiavi di gomma colorato.
E ricordo te.
Anzi, non voglio.
Ricordo la tua foto, quella sì.
Occhi verdi, capelli scuri
(capelli)
e sei bello,
hai la bellezza dei tredici anni
(mai compiuti)
e sorridi, che ancora non lo sai
che chi ti guarda
presto piangerà.
Ma qui
ne son passati di anni,
tantissimi…
eppure in fondo in fondo
lo sai che sono ancora una crisalide,
forse meno spigolosa, sì,
ma ancora scalza,
ancora sempre felicemente scalza.

  

Lo rifacciamo? (Tutto si può rifacciare)

 

Pensavo fosse fame (o sete?) o una necessità come dormire.
Pensavo così perché le dipendenze le ho sempre vinte.
Perché riuscire a smettere mi ha sempre riempito la pancia
e le vene, più di quello che iniettavo.
Perché l’intransigenza era un binario arroventato
e la mandavo avanti a frustate, china e zoppa, la mia volontà.
Pensavo che la scelta (devi scegliere!) fosse la chiave di ogni cosa
e che quella giusta fosse sempre la più difficile.
Pensavo fosse un bisogno, come fare la pipì o liberarsi da un’apnea.
E ancora ci penso, a cos’è (e perché?)
che mi disseta giusto il tempo di un sorso, come la frenesia di un assaggio
o un sonnellino fatto in macchina, nella piazzola di sosta
o la pipì nel vialetto o sotto il portone del palazzo in centro.
C’è che non mi serve, potevo anche farne a meno.
C’è che mi piace pensare al destino e all’ineluttabilità.
E infine c’è che c’è. Esiste. (È sempre esistito?)
Esiste insieme a me e dà fastidio, come le mie mille domande.
È un fastidio ondulato. Vira al piacere, alla gola che trema,
come quando ridi dentro e ti sembra di avere il corpo che ride.
Ma fa anche male, quando mi mancano le chiavi per rientrare
o per aprire la cassaforte o per mettere in moto la macchina.
E oggi sono qui, che ondeggio, faccio su e giù, un po’ come nel sesso
che cerchi l’orgasmo e lo trattieni, e avanti così perché possa non finire.
Ma come nel sesso, in questo mio (nostro?) sesso della testa
vorrei smettere di trattenere, e prendermi un orgasmo forte (un altro)
e tu pure (dentro me)
e poi aspettare un po’, tipo abbracciati nudi col sorrisino ebete
e mentre gioco coi peli del tuo petto, dare uno sguardo interessato al groviglio
e chiederti
Lo rifacciamo?

A occhi chiusi

  

Prova a guardarle tu,
le girandole a vento!
Sono schiaffi sugli occhi,
sorrisi ubriachi.
Sono verdi brillanti
e denti,
odore scivolato via
dalle narici e dalle fibre,
come i suoni tremuli
striduli
sciolti tra le labbra
e il fondo del bicchiere.
Girano, colorate e veloci
e mi rubano carezze,
sbiadite dalle mani
e dalla pelle
come un livido guarito,
un desiderio sfiorato,
come i ricordi
che rincorro a stento
e cerco di fermare
a graffito
sotto le palpebre
in abbandono.

 

 

 

28 ore di Casa-Milano-Casa

Dopo più o meno due mesi di preparativi, finalmente io e la mia amica Ale siamo riuscite a conciliare una serie di vecchi progetti e nuovi desideri, inglobandoli in 28 ore di casa-Milano-casa.
Siamo partite verso le 13.00 di sabato, con l’idea di fermarci a mangiare qualcosa all’Autogrill e di arrivare a Milano per le 16.00. Nel programma era già calcolata la mezzora che tutte le volte perdiamo perchè sbagliamo strada. Il fatto è che chiacchieriamo sempre e quindi capita così. Ma è il rito. Succede sempre. Ormai fa parte delle nostre avventure.
Tutto va secondo i programmi, e all’Autogrill abbiamo pure rimediato un Muffin al cioccolato gratis, che io ho avvolto in un fazzoletto di carta e messo nella borsa per mangiarlo più tardi.
All’arrivo a Milano, proprio davanti casa del mio amico Samuele (che ci ha ospitate) ci siamo congratulate reciprocamente – quasi stupite – della nostra bravura. Mai sbagliato strada!
Avremmo dovuto capirlo, che c’era qualcosa di strano.
Avremmo dovuto capirlo, invece di ridere ed esultare, che l’avremmo pagata in qualche altro modo…

Comunque, saluti e due chiacchiere con i padroni di casa e immediata partenza per un giro in centro a Milano. Dopo aver sbirciato diversi negozi di abbigliamento e una libreria (ed essermi accorta che il Muffin nella mia borsa si era liberato del fazzoletto e si era sbriciolato investendo e sporcando tutto) siamo tornate a casa, senza aver comprato nulla. Nemmeno in libreria.
Avremmo dovuto capirlo, che c’era qualcosa di strano.

Una doccia, una cenetta fresca e veloce, come avevamo chiesto (compreso il bicchiere di vino che ci ha tagliato le gambe e che Ale – da paracula – ha lasciato a metà e che io invece ho scolato fino alla fine), e via con i preparativi per la grande serata: la festa organizzata da Latelanera, occasione per conoscere di persona qualche ragazzaccio che condivide le mie stesse passioni per l’horror e che frequento virtualmente da due o tre anni.
Quindi, una volta pronte, ci vengono consegnate le chiavi di casa per il rientro, e un ombrellino, visto che fuori la situazione sembra mettersi piuttosto male. Il vento fa sbattere tutte le porte e il cielo è pesto.
Quando Samuele dice «Se uscite subito forse ce la fate ad arrivare prima che arrivi il disastro» ci precipitiamo fuori casa.
Nei 30 metri tra il portone e la macchina, proprio a metà, arriva una scarica di pioggia e vento che ci scoperchia l’ombrellino e ci dà una bella inzuppata. Serve a poco affrettare il passo e cercare di infilarsi in auto in fretta.
In questa operazione, ovviamente io tenevo l’ombrellino che ci avevano prestato, che ovviamente, essendosi del tutto imbarcato, non si chiudeva più. Così, mentre Ale se ne stava comoda al riparo, io ero seduta in auto con il braccio sinistro fuori, la pioggia che mi grondava dalla mano sulla spalla e sul fianco e l’ombrellino che non si chiudeva.
A quel punto, mentre Ale si protendeva dalla mia parte cercando di aiutarmi a chiuderlo, è arrivata anche la scarica di grandine.
Solo quando un chicco di un centimetro mi ha colpito alle costole, ho deciso di trascinare dentro l’ombrellino, finendo di distruggerlo, e di chiudere lo sportello.
A quel punto abbiamo aspettato una ventina di minuti, sotto il diluvio e la grandine, a ridere come due deficienti completamente inzuppate. Lì un pensiero – come di un triste presagio – si era insinuato in noi… ma poi finalmente sembrava spiovere, e così ci siamo mosse.
In tre minuti eravamo sul luogo della festa.

Appena entrate nel locale, ci assale uno strano senso di smarrimento. C’è gente strana… molto strana… Ale mi guarda male. Mi chiede in che cazzo di cosa l’ho trascinata. E io rispondo che non lo so e che conviene buttarsi subito sull’alcol. Così cominciamo col primo cocktail.
Nel frattempo vedo Ian con la sua donna e mi accorgo che c’è un tavolino con alcuni libri horror esposti. Mi sento meglio.
Di lì a poco arriva MisterEcho, e la situazione sembra risollevarsi. Poi arrivano anche Gelostellato (sorpresa!) e Claire, che non ho subito riconosciuto, poi Silente, Gabriel, Alessio Valsecchi e Simona Cremonini (che avevo già conosciuto un paio di anni fa alla fiera del libro a Villafranca), Kick e anche Vinch, che mi è sembrato un po’ frastornato…
Non farò un resoconto dettagliato della festa, anche perché mi sono persa un po’ di passaggi… ero, come dire… distratta… comunque, per chi è interessato a saperne di più, e per chi ha l’assoluto bisogno di guardare anche le foto, vi rimando ai blog dei ragazzi (Silente e Gelostellato) che in queste cose sono molto più bravi di me (e non solo in queste).
Bè, la serata è stata bella, la musica assordante è stata la distruzione dei miei timpani ma, a pensarci dopo, se non ci fosse stato tutto quel rumore… insomma, meglio così.
Verso le 2.00 e altri due cocktail il locale ha chiuso e ci siamo fermati fuori per qualche chiacchiera, mentre Echo e Gelo si drogavano con le patatine, Ale e Silente confrontavano il dialetto veronese e quello vicentino e io mi lamentavo che dovevo fare la pipì.
Verso le 4.00 ci siamo dati la buona notte.

Come per l’andata, in tre minuti eravamo sotto casa.
Sotto, appunto.
Dopo una decina di tentativi, abbiamo capito che ci mancava una chiave, proprio quella della porta, e quindi non potevamo entrare. Allora, spiacenti di dover svegliare i padroni di casa, abbiamo suonato al campanello. Più volte. Molte volte.
Verso le 4.30 abbiamo deciso di telefonare, ma il numero ce l’avevo io, e il mio telefono era del tutto scarico. Abbiamo tentato di fare la sostituzione di batteria o sim col telefono di Ale, ma non ci siamo riuscite.
Alle 4.45, ormai sconfitte, abbiamo deciso di dormire in auto. Qualcuno doveva ancora fare la pipì, qualcun altro l’aveva già fatta nel vialetto.
Solo allora ci è venuto in mente che potevamo provare a suonare dal citofono esterno. Vari tentativi, inutili.
A me veniva da ridere, perché sono scema e quando succedono queste cose mi viene da ridere. Ale invece era nerissima. E borbottava e diceva che per forza doveva succedere qualcosa, visto che non avevamo mica sbagliato strada! E io ridevo di più.
Quando ormai stavamo entrando in macchina, abbiamo sentito dal citofono la voce assonnata della padrona di casa che ci rispondeva. Miracolo!
Corriamo verso casa e finalmente riusciamo ad andare a letto. Erano le 5.00

Alle 7.30 mi sono svegliata e non sono più riuscita a riaddormentarmi. Mi sono girata nel letto fino alle 9.30, sperando di scacciar via qualche pensiero e di rincorrerne qualche altro che temevo di lasciar sfuggire.
Poi, mentre Ale ancora dormiva, sono scesa al piano di sotto, con l’intenzione di leggere un paio di racconti che mi interessavano, dell’antologia L’Altalena (avuto in regalo con dedica da uno degli autori, in un momento in cui l’alcol aveva avuto il sopravvento).
Poi pranzo, bello abbondante… io e Ale eravamo verdi… e cercavamo di ingoiare a sforzo…
E poi siamo partite, ma solo dopo aver restituito alla padrona di casa l’ombrello divelto che era ancora in macchina. Ero imbarazzata all’idea che potesse pensare che l’avessimo dimenticato da qualche parte.
Il viaggio di ritorno è stato perfetto. Abbiamo subito sbagliato strada, nel prendere la Tangenziale Est. Così ci siamo sentite più tranquille.
Alle 17.00 eravamo a casa. Distrutte, soddisfatte.
E con la testa zeppa. Soprattutto io.

 

 

Peccato di gola

 

Nella lingua dilatata
che si addossa al palato
e si strofina
assottigliando il piacere
fino in fondo alla gola,
è lì
che ti voglio
come il più dolce dei sapori.

 

Le cose che scopro

 

Il mondo va più veloce di me. Ah, be’, non l’ho scoperto adesso. È che certi momenti, quando scopro qualcosa di nuovo, all’iniziale stupore, a quel piacevole senso di meraviglia, si affianca una punta di desolazione. Resto indietro, resto indietro su tutto.
Ho scoperto che esistono dei dispositivi antizanzara che funzionano a ultrasuoni. E ho scoperto che esistono da un bel po’ di tempo, non è mica una novità del momento. Niente più puzza di geranio e citronella sintetica, niente più aggeggio a pastiglie. È una cosa che acquisterò a breve, anche perché costa poco e non si deteriora, e soprattutto non è nociva. Ottimo. Mi sarebbe solo piaciuto saperlo prima.
Poi ho scoperto che in Giappone stanno realizzando una fotocamera digitale che, oltre all’immagine, cattura anche l’iride del fotografo, così da poterne tutelare i diritti d’autore. Non ho idea di come possa funzionare, e credo anche che non arriverà mai il giorno in cui possa essermi utile a qualcosa, però mi è parsa una cosa ficosa.
L’ultimo sabato di Giugno ho scoperto l’incredibile bellezza di Parco Sigurtà. Mai avrei immaginato l’esistenza, a poche decine di chilometri da casa mia, di un posto così incantevole, così meravigliosamente magico. Un’intera giornata a contatto con centinaia di verdi diversi, alberi e piante, i colori dei fiori, i laghetti con i giochi di luci, i fiori di loto, pesci, tartarughe e ranocchi. Dio che bello!

 

 

 

 

 

 

 

 

Credo di aver scoperto che il verde, oltre a essere rilassante, crei anche assuefazione. La notte ho sognato alberi, piante, alberi, piante… e nei giorni successivi, ogni volta che guardavo un’aiuola o un giardino sentivo una sorta di secchezza nella gola e la forte necessità di tornare al Parco Sigurtà e di riempirmene gli occhi.
Inoltre, ho scoperto che le ninfee e i fiori di loto sono la stessa cosa. Allora, nonostante ai tempi dell’università avessi anche sostenuto (con grande successo) un esame di botanica, devo dire che la mia conoscenza delle ninfee era legata quasi esclusivamente ai quadri di Monet, mentre quella dei fiori di loto (fiori dell’oblio) a Omero, ai Lotofagi dell’Odissea. Ho scoperto, per caso, che altro non sono che la stessa pianta, ninfea allo stato giovanile, quando le foglie sono adagiate sull’acqua, fiore di Loto o Lotus nella fase adulta, quando foglie e fiori si innalzano anche fino a un metro e mezzo dalla superficie. Come dire, vivevo bene anche prima di saperlo, ma adesso che lo so sto meglio.
Sempre al Parco ho scoperto che gli scoiattoli sono piccoli e maledettamente veloci. E che fanno una tenerezza incredibile. E che le carpe mi fanno paura… sono grosse, e finché stanno sott’acqua riesco a non temerle, ma quando saltano fuori mi terrorizzano. A ognuno il proprio habitat.
La scoperta dell’esistenza di questo parco da una parte mi ha fatto un po’ di rabbia, per la sensazione di aver vissuto qui per quasi dodici anni e aver perso questa meraviglia, ma allo stesso tempo mi ha riempito di entusiasmo, al pensiero di quanto mondo c’è ancora da vedere anche vicino, anche dove si può andare con un bambino piccolo.
Infine, tra le varie cose nuove che mi sono accadute in queste ultime settimane, non posso non dire che mio figlio non ha più un sorrisone sdentato ma mostra con fierezza i suoi primi due dentini (incisivi inferiori) e che, inoltre, ha aggiunto al pa-pa-pa-pa anche un qualcosa che suona come “mamma” ma che probabilmente è solo un ma-ma-ma-ma… ma che emozione!

 

Fiore di Loto

  

Una sorella piange
e curva la schiena
dove un masso era già troppo pesante.
Una sorella assaggia
piccoli bocconi di vita
a cancellare vomito amaro sulla lingua.
Una sorella lontana
cerca il valore di un’etichetta
nella cucitura tra la pelle e la nuca.
E tu, piccolo mostro
cosa vuoi dimenticare?
Bevi avido il succo,
ti impiastricci le zampe
e non ne offri un solo goccio.
Brinda a me,
che mi spendo in abbracci
parole e desideri,
brinda a me
e a lei,
sorella vicina,
che si avvicina
e si avvicina.


Valchiria Pagani

schizzidisangue@hotmail.com

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Il diavolo non può nulla contro la volontà, pochissimo sull'intelligenza e tutto sulla fantasia. (Joris-Karl Huysmans)