Archivio per Maggio 2008

A Cuba non ci volevo andare

A Cuba non ci volevo andare e non so il perché. Saranno stati alcuni stereotipi fastidiosi che non volevo assecondare, bo… no no, io volevo andare in Venezuela, a Isla Margarita. Pochi giorni prima della conferma, però, vengono bloccate tutte le partenze per il Venezuela, a causa di problemi economici e politici. Insomma, non so né come né perché, alla fine tutte le proposte sostitutive portavano a Cuba. E allora sono andata a Cuba.
Il viaggio è stato il più devastante della mia vita. Una decina di ore di volo fino a L’Havana, che poi sono diventate 12 perché sulla capitale si abbatteva il diluvio universale e non si poteva atterrare. Due ore a volare in cerchio sull’aeroporto, tra vuoti d’aria, fulmini che sembravano accarezzare i finestrini e grandi voltastomaco.
Atterrati a L’Havana, un’ora di scalo tecnico e poi di nuovo in volo per Holguin. Lì mi attendeva il pulmann, con cui avrei raggiunto (dopo altre 2 ore di viaggio) la località più in culonia di tutta l’Isola. Insomma, arrivo nella mia camera da letto nel cuore della notte dopo 24 ore che ero uscita da casa mia. Inutile dire che sono piombata nel mondo dei sogni senza nemmeno rendermi conto di dove mi trovassi.
Al risveglio, ancora stordita dalla stanchezza e dal fuso, e con lo stomaco che reclamava pancetta (all’estero mangio sempre il bacon sbruciacchiato, non posso farne a meno) mi rendo conto di trovarmi nel posto più paradisiaco del mondo. Di nuovo quella sensazione che ti toglie il fiato, come in Messico, ma molto di più. Una baia meravigliosa, un mare che ti ruba l’anima e un sole che non ha pietà.
Dieci giorni a Cuba, dieci giorni di un’altra vita… ho voglia di fermare alcuni momenti, quelli che ancora oggi porto dentro con una certa emozione.
L’acqua… a Cuba ho sentito per la prima volta che potevo non aver paura dell’acqua. La sua trasparenza, la dolcezza con cui ti accoglie, l’intensità con cui ti manifesta la sua profondità verde smeraldo.
I giri in canoa alla foce del fiume, chinando la testa e infilandomi sotto le mangrovie, con la sensazione di violare una natura ancora primitiva, con pesci enormi da far paura. 

Non dimenticherò mai la passeggiata sulla spiaggia e i due contrabbandieri che sbucarono fuori all’improvviso. Scatole di sigari Cohiba e ciondoli di corallo nero, sculture di legno e rhum, me li volevano dare in cambio delle mie infradito. Uno dei due mi disse che potevano andar bene a sua figlia, ma aveva uno sguardo famelico perchè erano di una nota marca americana, cosa introvabile.
A proposito di America, ricordo che mi ha fatto una strana impressione non vedere nulla – ma proprio nulla – di americano. Nemmeno un goccetto di Coca-Cola… tutto era di provenienza locale o europea.
Ricordo col sorriso la giornata trascorsa a Santiago. Un interminabile viaggio di 200 km durato 4 ore, perché le strade erano trappole leggermente asfaltate, con voragini spaventose, percorse da veicoli preistorici.
In città ho mangiato duemila dolcetti con la marmellata, ho accarezzato un porcellino (io adoro i porcellini!) mentre visitavo i monumenti e ho lasciato la mia firma sulle pareti della Casa della Musica, il più famoso locale dove si esibiscono i musicisti cubani.
Ricordo la musica, a Cuba tutto è musica e movimento. La gente per le strade cammina ballando, la musica esce dalle finestre delle case e dai negozi. Anche nei ristoranti, i piatti arrivano accompagnati dalla danza. Tutti cantano e ballano, sembra che non possano farne a meno, sempre.
Ma Cuba non è solo cose belle… Cuba è vedere ville in stile coloniale di un lusso spaventoso e reticolati di catapecchie tutte identiche, stessa forma, stesse dimensioni, unica libertà il colore delle facciate. Cuba è regime, repressione dura di ogni tentativo di autonomia.

Ma non voglio fare la noiosa, e concludo dicendo che la cosa più spaventosa che si può trovare in quest’isola delle meraviglie sono le zanzare. Eserciti di zanzare assuefatte all’Autan e assetate di sangue straniero. Una disfatta, giorno e notte.
Ecco, in ogni caso, resta il fatto che a Cuba non ci volevo andare… e oggi sogno di tornarci.

 

C’è un filo

 

C’è un filo d’argento
tra i tessuti crespi
di pensieri vestiti a festa.
È un filo stregato
che cuce perle e briciole
e le fa stridere
di musiche incantevoli
che non conosco
eppure riconosco.

Ho girato gli occhi
con lo stomaco squassato
da fame incredula e paura.
Ho trattenuto il fiato
a diradare giorni e segni
celando dietro una sola mano
il colore del cielo
e il rosso della cupidigia.
Ho girato gli occhi
ma ti ho visto sai
rubarmi densità
e seppellire male
l’ombra dell’impaccio.

Ti sento,
suoni di cristallo e cartavetro
sai di terra e crema pasticcera
sei febbre di pensieri
e ruvida ortica.

Riposi nei contrasti
Emergi nelle latitanze
Sfavilli nei chiaroscuri.
Apri negli enigmi
Chiudi nei confronti.

Ma ricorda che ti ho visto
anche nelle poche parole
scritte senza veli
e riconosco la strada
attraverso un filo
d’argento stregato
che annodo mille volte
sotto l’unghia dello stesso dito.

 

 

Un granello di niente

 

È inutile che batti i pugni,
che scalci
e ti ribelli.
È inutile, amica.
Perché ci sono muri
che non hanno crepe
e sassi troppo pesanti
per essere lanciati.
Serra le labbra
e guardati la mano.
Tutto è un soffio,
un granello di niente
e siamo sempre io 
e te.

 

 

Le mie letture rilassanti

 

Ieri sono riuscita a portare a termine la lettura di Il gallo rosso… che dire… niente di più, niente di meno di quello che ho già detto. Però va bene così, in ogni caso non ho rimpianti.
Allora ho deciso che avevo diritto a una giornata di lettura rilassante, un piccolo premio… e quando voglio premiarmi leggo qualcosa del passato, qualcosa che so che mi piacerà senza dubbio e che non mi impegnerà troppo: i classici!
Ho letto tutti gli Epigrammi erotici di Marziale, alcune delle opere dei Lirici greci dell’Età Arcaica e per finire sono tornata a Catullo, selezionando i Carmina amorosi.
Tra tutti, ci sono alcuni componimenti che rileggo spesso perché mi lasciano un sapore speciale, mi colpiscono ogni volta come fosse la prima, e ho pensato di riportarli qui.

 

SAFFO
18

L’amore mi squassò l’anima
come il vento del monte si scaglia sulle querce

 

SIMONIDE DI CEO
3

Se sei uomo, non dire cosa accadrà domani
e se vedi uno felice,
non dire quanto tempo lo sarà.
Rapido come il volo di una mosca
è il mutamento delle cose umane.

CATULLO
5

Viviamo, Lesbia mia, e amiamo,
e le chiacchiere dei vecchi tanto austeri
che contino tutte meno di un soldo.
Il sole può morire e ritornare;
per noi, quando la breve luce muore,
resta un’eterna notte da dormire.
Dammi mille baci e ancora cento
poi altri mille e poi ancora cento;
poi ancora mille e di nuovo cento.
E poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perchè nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

 

Ecco, quest’ultimo mi fa proprio impazzire.

Oggi invece ho cominciato la lettura di Grandi speranze, di Dickens. Ho bisogno di garanzie :-)
Dio, oggi faccio fatica a coordinare i pensieri, è una giornataccia, di quelle in cui la frustrazione mi galoppa sulla schiena spezzandomi tutti gli ossicini. È uno stato d’animo indecente, buono solo per qualche poesiola rabbiosa… o passionale… vediamo cosa mi viene stasera…

 

Donna

Ti dipingo
nera infatuazione
per i miei occhi
che hanno visto tanto.
Ti racconto
e sei oblio
di quei pensieri
che vivono di regole.
Ti sento
ragnatela e ragno
mia trappola
e mia regina della caccia.

Ti desidero
ardito sogno
di mescere il tuo fluido e la mia saliva…
ti avvicino
dischiudendo
la doppia cucitura delle nostre vite,
ti prendo
selvaggia
nella tua nudità di puledra mai domata
e ti possiedo
fremito nel ventre
piacere arido e sordo delle mie menzogne d’uomo.

Ti libero adesso
Ti dissolvi
Ti confondo
Ti sciogli
Ti perdo…

Ti odio
Donna
Ti odio
come odio il mio seme che trattengo nella mano.

Vattene

 

Vattene
tu che mi invadi il sonno
e giochi a intarsio
con le mie superfici.

Entri Esci Entri Resti Fuggi

Sei così,
inafferrabile
granello di pepe e torrente.
Ma ti ho respirato
più e più volte
nei segni che lasci
nascosti tra rami e foglie
di giardini labirinto.
Spiccano come frutti
color d’arancio
e mi oriento e mi perdo
sempre un po’ e un po’.

Vattene
tu che vai e torni,
tu che sei e non sei mai
e ti piaci
vestito d’azzurro
e non sai perché.

Vattene!
Perché il bello è nella fuga,
il gioco è lasciarti rincorrere,
mare che ho visto sugli occhi
e non ho mai assaggiato.
Vorrei sentirti sotto i piedi nudi
bagnasciuga e onda
e mescolarmi a te
come fango e graniglia.

Allora vattene, se ne sei capace!
Vattene 
oppure resta
sempre e di più,
perché la chiave sta nel dubbio
di sapere se è la tua
la sabbia che stringo nella mano.

 

 

 

 

 

Il gallo (giallo)rosso

Domenica alle cinque del pomeriggio ero piuttosto irritata. Vuoi la giornata piovosamente schifosa, vuoi che il cucciolo era dai nonni e quindi c’era una pace mista noia abbastanza surreale… in più non era facile tentare di leggere “Il gallo rosso” stesa sul letto accanto a un interista dalla faccia goduriosa che leggeva il suo libro e ghignava… così ho cominciato a manifestare una certa irrequietudine, provocando la lotta di cuscini, fondamentale strumento di sfogo dei miei istinti rabbiosi e omicidi.
L’interista, volendo infierire sulla sua donna romanista ma senza essere plateale, ha glissato l’argomento calcistico insinuando che ero nervosa perché forse il mio libro era molto più tedioso del suo. E lì, ho rosicato. Ma quanto ho rosicato! Un colpo bassissimo, ma che forse nascondeva un fondo di verità… ma forse, eh!
Da tempo non mi capitava di leggere un libro così… complicato. Non per il linguaggio, che anzi è abbastanza immediato, ma per la complessità della psicologia dei molti personaggi. La diversità della cultura dell’est europeo, nella sua mescolanza di tradizioni, origini e religioni, non è immediatamente recepibile. È “difficile” anche il modo di fare ironia, il modo in cui il musulmano ride delle usanze funebri del cattolico, oppure la descrizione di un matrimonio, dove la gente beve acquavite a dismisura e poi si scatena in violenza e volgarità ed è normale che sia così.
Sono strane certe formularità che emergono dal linguaggio dello scrittore, come alcuni aggettivi che mai avrei immaginato legati a certi sostantivi. Ed è particolare anche la descrizione fisica dei personaggi, perché parte da elementi e canoni che difficilmente noi prendiamo in considerazione.
La storia in sé è più che bizzarra e protagonisti sono povertà e allucinazione.
Ebbene, devo ammettere che “il gallo rosso” mi sta piacendo per alcuni aspetti, ma che sto anche facendo una fatica tremenda ad andare avanti… sono a due terzi dell’opera, mancano circa 80 pagine, e mi sto chiedendo se io non abbia già preso da questo libro tutto ciò che poteva darmi.
Uffa… alle volte mi manca il coraggio di decidere di non finire un libro… penso sempre che magari il bello poteva essere proprio in quelle ultime pagine! E mi sa che mi mancherà il coraggio anche stavolta, codarda di una Valchiria giallorossa!

 

 

Nella luce

 

Nella luce, 2008. Olio, sabbia e madreperla su tela.

Danzano
frammenti d’epidermide
unghie sputate
e riccioli d’oro.
Si prendono per mano
(bambini nel girotondo)
e vorticano
pazzi
e invisibili.
Li respiro
Li assorbo
Li creo
ma li vedo
solo
nella luce.

 

Questo quadro è nuovo, nel senso che è ancora fresco. L’ho finito ieri e le parti in rilievo con la sabbia devono ancora asciugarsi.

Non dipingevo da tantissimo tempo, da circa un anno e mezzo. E non ricordavo più quanto mi piacesse. Non è solo l’atto creativo… è l’odore dell’olio che si propaga per la casa e ce l’hai sempre nel naso, intenso e gentile.

È il colore che si infila negli angoli delle unghie e poi il ritrovasi la faccia piena di strisce.

È il pensare sempre la solita cosa: fa schifo, è brutto, l’ultimo che avevo fatto era meglio… per poi arrivare alla fine e sentire di essermene innamorata.

È il lasciare fuori tutto, scollegare la testa e far andare solo le mani, per ritrovarmi in un mondo di incantevole serenità.

 

Il Seme

Sei una bocca umida e urlante e vorace.
Sei un mimo dall’infinito repertorio,
un equilibrista maldestro,
il più abile prestigiatore della vita.
Il pubblico ti guarda rapito,
gli occhi ti divorano e si inumidiscono
stupiti dai tuoi numeri di semplicità primordiale.
Tu stesso sei occhi avidi,
sei mani che frugano i misteri,
dove tutto è un mistero e un imbroglio.
Dove tutto è pericolo,
e il pericolo è il prezzo da pagare.
Sei il tormento dei miei sogni,
Il limite frustrante delle mie ambizioni.
Sei il ladro di ciò che avevo
E io sono tua schiava, mio spietato padrone.
Vuoi il tuo posto, vuoi il tuo spazio,
vuoi che il mondo sia tuo
e che tu sia il solo mondo mio.
Alle volte lo vorrei, non avere altro che te!
Per non soffrire delle rinunce,
per darmi a te senza riserve,
per dare, dare, dare, senza prosciugarmi mai.
Altre volte ho paura
E vorrei essere io l’unico mondo tuo.
Un mondo di quattro braccia
E tu al centro.
Ma alzi il mento e lo sguardo va
Oltre le nostre spalle
e allarghi le narici a respirare odori nuovi.
Odori buoni e agrodolci e cattivi.
Odori che fanno paura,
dove mani ladre prendono e altri occhi non vedono,
dove orecchi si chiudono per non sentire,
dove uno muore ammazzato di botte
e una madre piange e una prega.
Odori che bruciano
Salendo come nebbia calda
Da un terreno arido e avvelenato di desolazione.
Ti stringo troppo forte
E tu protesti.
Punti i piedi e colpisci e lotti,
con una forza talmente grande che commuove,
come quando non eri che un pugnetto di vita
e io non potevo toccarti.
Allora so che la tua vita è il seme
Che pianterò tra quelle zolle aride,
e io sarò lì a darti acqua e nutrimento,
e a guardarti crescere, ramoscello verde brillante.
Ti sogno albero, un giorno,
albero che dà frutti saporiti,
albero che dà fresca ombra per riposare,
albero che rende viva una pianura sterile.
L’aria accanto a te sarà soffice e dolce
E altri semi saranno piantati
da persone come me,
che non voltano lo sguardo indifferenti,
che non stanno comode in poltrona
aspettando che il mondo muoia.
Persone che vorranno lottare,
e faticare e sudare e soffrire
perché è così che si raggiungono i grandi obbiettivi.
Tu sei la possibilità,
tu sei la speranza, per tutti.
Sei una sfida, la mia più grande sfida,
e io la giocherò anima e corpo…
posso giocarci anche la vita,
e ho la sola certezza
di amare la tua più della mia.

 

Maculata concezione

Ecco un raccontino che non ha letto (quasi) nessuno.
L’ho inviato nel 2006 per la partecipazione al concorso “666 Passi nel Delirio”, insieme a un altro scritto a quattro mani con Francesco Donato.
Dopo diversi mesi di attesa, quando ormai nemmeno ci pensavo più, ecco che mi arriva una mail con il grande annuncio: il mio racconto Maculata concezione avrebbe fatto parte della raccolta di racconti pubblicati nel libricino dal titolo (appunto) “666 Passi nel Delirio”, edito da Larcher.
La cosa mi ha fatto molto piacere, è chiaro, ma ero ben cosciente che – tolti gli altri autori dei racconti presenti nella raccolta, che come me avrebbero ricevuto un paio di copie omaggio, e tolti quelli a cui il libricino sarebbe stato regalato per eventuali recensioni – pochissimi altri l’avrebbero comprato e letto.
Quindi, due anni dopo, visto che pure l’editore Larcher non esiste più, dissotterro questo raccontino, per il godimento dei (comunque pochi) frequentatori del mio blog e gli restituisco un po’ di vita.

 

Lo stregone si addentrò nelle segrete della fortezza, guidato dalla fedele guardia del Conte.
Il freddo pungente dell’inverno quell’anno era insopportabile.
Il corridoio labirintico sembrava arrotolarsi su se stesso, mentre il buio pesto prendeva consistenza nelle nuvole d’alito caldo.
La guardia si fermò davanti ad una porta di metallo. Dietro di lui lo stregone.
“Cosa volete che io faccia?”
“Qui dentro c’è una donna. Dovete farla morire.”
“Perché? Il Conte l’aveva forse dimenticata quando bruciò vivi i malati e i mendicanti nel palazzo in campagna?”
“No”
“Forse allora il Conte è rimasto privo di pali?”
“No”
“Dunque cosa? Parlate!”
“Era una delle sue amanti. Egli le trafisse l’ombelico quando rimase incinta, come aveva fatto con tutte le altre. Ma lei non morì. Fu rinchiusa nella segreta, abbandonata alla morte. Ma è ancora viva.”
“Da quanto tempo è qui?”
“Tre anni.”
“Tre anni… e perché adesso volete che io le tolga la vita?”
“Entrate e capirete. Sia fatta la volontà del Conte.”
“Sia fatta la Sua volontà.”
La guardia aprì la porta e lasciò entrare lo stregone.
Una donna, completamente nuda, giaceva a terra: la schiena appoggiata al muro, la testa china sulle ginocchia, le gambe divaricate.
Sotto i lunghi capelli si intravedevano i seni traboccanti. Il suo ventre era gonfio, la pelle tesa.
L’ombelico era ormai una grossa cicatrice violacea e putrescente.
Una donna a cui viene trafitto l’ombelico non può sopravvivere. E come può essere gravida?
La porta venne chiusa alle spalle dello stregone mentre la guardia rimaneva fuori in attesa.
Il rumore metallico fece sobbalzare la donna, svegliata da un torpore profondo.
Alzò il viso verso lo stregone, ma i suoi occhi sembravano oltrepassarlo. Erano vuoti.
“Chi siete?”
“Sono Radu, lo stregone.”
“Cosa volete da me?”
“Sono qui per curarvi.”
La donna si fece cupa in volto e la sua voce una cantilena.
“La mia gravidanza continua, nessun problema interferisce. Nausee, abbuffate e digiuni. Il mal di stomaco presto sarà ulcera. Cambiamenti di umore. Potete forse curarmi dall’essere gravida?”
Lo stregone rimase immobile, allibito.
“Conferme su conferme, che io manifesto da brava mammina.”
La donna rise istericamente. Dalle labbra tese qualcosa di aguzzo brillò.
“Ah figlioletto abominevole! Ti aspetto e già ti amo, piccolo mio!”
E’ posseduta, senza dubbio. Quella donna non può essere gravida, con l’addome lacerato e segregata da tre anni in questa prigione.
I pensieri dello stregone si tingevano di terrore.
All’improvviso la donna urlò. Le sue grida lacerarono l’aria. Inarcò la schiena e si contrasse.
Sotto le sue gambe divaricate si allargò una macchia liquida e densa.
Lo stregone attaccò la schiena al muro, temendo di svenire.
La donna continuava a dimenarsi in preda a dolori folli.
Con le mani si afferrava le ginocchia, divaricandosi le gambe e spingendo fuori dalla sua vagina una forma affusolata.
Allora smise di gridare. Sospirò.
“Oh si! Tutti intorno a me, ad ammirare nella mangiatoia il mio ultimo nato!
Ed io qui, maculata concezione, impura dei miei disturbi, persa nel mondo dei quasi sani e dei non del tutto malati.
Mamma non ti lascia, amore mio! Lo confermano i tuoi fratellini!
Là fuori dicono brutte cose della tua mamma, la tengono lontana, isolata. Ma così la mammina ha tutto il tempo per voi, miei piccini!”
Lo stregone guardava quell’essere informe adagiato a terra, che tra le gambe della donna cominciava a muoversi. Poi lo vide srotolarsi lentamente. Allargò le ali e si alzò da terra, andando ad aggrapparsi al soffitto.
Solo allora lo stregone vide centinaia di occhi rossi puntati su di lui.
All’improvviso, come un turbine violento, tutti gli si avventarono addosso martoriando il suo corpo con i dentini aguzzi.
La guardia, fuori dalla porta, sentì le grida. Poi il silenzio. Solo allora aprì.
Vide il corpo sfinito e rantolante dello stregone e la donna china su di lui come una iena. Sorrise.
Si incamminò soddisfatto per il lungo corridoio. Aveva due belle notizie per il Conte Vlad: la sua donna aveva ricevuto il pasto… e aveva avuto un altro figlio maschio!

 
 

 

 

 

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