Messico e colori

 

La prima sensazione, arrivata a Cancun, è stata un’incredibile umidità. Ho sentito i jeans incollarsi alle gambe, la pelle farsi appiccicosa e l’aria irrespirabile per quanto era densa. Ricordo che il cielo non era azzurro, pur essendo sereno. Sembrava ricoperto da un velo di foschia.
Veder sorgere il sole sul Mar dei Caraibi, sulla spiaggia della Baia di Akumal, è una delle sensazioni più incantevoli che ho provato. La spiaggia era deserta, la sabbia bianca era fredda e sottile come farina. L’acqua una distesa immobile e trasparente. Il cielo era sereno, e il sole si affacciava tra striature di arancio e viola. Mai vista una cosa del genere prima di allora. Immancabile la palma da cocco. Mi è sembrato di essere entrata in una cartolina, tanta era la perfezione che mi trovavo davanti agli occhi. Mi è mancato il respiro.
Ricordo il calore di un sole diverso, più immediato. Il sole del Messico, nei miei ricordi, non è giallo, ma bianco. Perché il sole bianco brucia prima ancora di cominciare a scaldare.
La sera messicana, invece, la ricordo soffusa, con i lumini colorati lungo i vialetti e la musica tipica. E quanti colori a tavola! Le tovaglie tessute a mano, con gli accostamenti più vivaci, giallo, rosso, arancio, blu.
Un mondo di colori anche nei mercatini del Chiapas, dove le donne realizzano coperte e tovaglie con i telai oppure vendono verdure magistralmente disposte a piramide, o spezie e mazzi di peperoncino rosso fuoco; gli uomini vendono diversi articoli in pelle o cuoio, tra cui anche le pelli decorate con il pirografo, e i bambini, con i loro occhi a mandorla dallo sguardo vivace, ti prendono per mano e passeggiano con te, sperando di ricevere in regalo qualche pesos.
A S. Cristobal tutto è colore, le case lungo le strade, le basiliche, i vestiti delle persone. Sembra un carnevale. Una casa ha la facciata turchese, quella accanto giallo ocra con rifiniture rosso scuro, un’altra ancora è bianca e sul bianco spicca il disegno di un’enorme bottiglia di Coca-Cola.
Di Palenque ricordo il verde, le infinite sfumature di verde, in questa foresta rigogliosa, dove le piante formano grovigli impressionanti e i fiori hanno delle dimensioni e dei colori che mai avrei immaginato potessero esistere in natura. Su questo intrico di verde spiccano le architetture maya, con le loro pietre grigie. Curioso il bassorilievo del Re Pakal a cavallo di un attrezzo che sembra un razzo.
Ricordo il vento che mi mandava indietro i capelli, mentre percorrevo il Canyon Sumidero, con le sue acque verdi tra le altissime pareti di roccia. Il nero pesto della grotta, con i pipistrelli che volavano e io ho urlato perché avevo paura. I coccodrilli che si confondevano con il fango, gli avvoltoi appollaiati sui rami degli alberi.
Dello Yucatan ricordo il bianco ingrigito della piramide di Kukulkan a Chichen Itza, che si innalzava su una distesa di erba verde. Volevo salire tutte quelle scale e arrivare sulla sommità, e godere non solo dello spettacolo della natura, ma anche dell’estasi di trovarmi in cima a una piramide, per il suo valore simbolico. Ma non ce l’ho fatta. Soffro di vertigini, e al trentesimo gradino mi è toccato tornar giù.
Infine ricordo Merida e alcuni odori che in seguito ho sentito solo in Kenya. Sarei dovuta andare alla Piazza Centrale e invece mi sono confusa, chiedendo indicazioni per il Centro. Mi sono trovata in una sorta di macello a cielo aperto, con la carne in vendita appoggiata sui banchi di legno, mosche a frotte e il sangue che confluiva in uno scolo al centro delle stradine. Era impossibile respirare, ma quella era la città vera, quella dove i turisti non arrivano.
Alla fine di questo meraviglioso e massacrante tour del Chiapas e dello Yucatan, durato sette giorni, sono tornata qualche altro giorno ad Akumal, tanto per avere un po’ di relax prima del ritorno a casa.
Quello che mi resterà sempre del Messico, almeno di queste due regioni che ho visitato, sono i colori, si è capito. Ma se i colori di solito trasmettono allegria, quello che invece ho notato nella gente messicana è uno stato d’animo malinconico, quasi una sottile tristezza, nei modi e negli sguardi, un ritmo pacato, non vivace, come se tutti quei colori accesi volessero compensare una visione della vita che invece è fatta di toni sfumati e colori pastello.

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