Mi ero alzato per bere. Ero tornato a letto e non riuscivo a riaddormentarmi per via del temporale. Succedeva sempre dalla notte in cui sotto il diluvio avevo investito quell’uomo uccidendolo. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato.
Guardavo compiaciuto la mia donna che dormiva accanto a me e cercavo di riprendere sonno.
Ad un tratto la sentii agitarsi. Il suo grido mi fece sobbalzare. Un grido isterico, convulso.
Con il cuore in gola mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, non muoverti! C’è un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare…”
“No Ale! È lì che ci guarda! Accanto all’armadio! Non lo vedi!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai con dolcezza, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno, non c’era nulla.
“Amore, avvicinati a me… calmati adesso” le dissi, dopo averla stretta al mio petto, “hai fatto un sogno, solo un brutto sogno”.
“No Ale… non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Sentivo il suo cuore martellarmi il petto mentre aspettavo che lentamente si addormentasse.
Continuavo a sentire il terrore delle sue grida.
Ripercorsi con la mente gli attimi precedenti.
Avevo bevuto, ero tornato a letto, non riuscivo ad addormentarmi, la guardavo compiaciuto… la guardavo dormire. Nel buio dei ricordi si materializzò il suo viso… focalizzai: aveva gli occhi aperti, fissi verso l’armadio. La sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida.
Non era stato un sogno.
Non riuscii a chiudere occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le chiesi se avesse dormito bene e lei placidamente rispose di sì. Non ricordava nulla.
Accesi la luce e notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua.
Lei era uscita per andare a lavoro. Pioveva a dirotto.
Non tornò mai più.
- Valchiria -
Ho voluto che questo fosse il primo racconto presente sul mio blog, perché si tratta del racconto con cui ho partecipato al mio primissimo concorso, il “300 Parole Per Un Incubo”, alla sua quarta edizione, nel 2005.
Si tratta di un concorso, organizzato da Scheletri.com, per racconti di genere horror di lunghezza non superiore alle 300 parole.
Ovviamente non ho vinto! E non mi sono nemmeno piazzata bene… insomma, sono arrivata 94ma su 144. Un po’ ci sono rimasta male, devo essere onesta, però non mi sono mica abbattuta! Anzi, ho capito che quando un racconto nasce e si struttura in un certo modo, non c’è cosa peggiore del tagliuzzarlo e accorciarlo per farlo rientrare in un concorso. Dico questo perché Il Temporale non era nato così: ha una sua Versione Integrale, che non ho mai divulgato, e che per la prima volta rendo pubblica proprio qui di seguito.
Certo, sono passati 2 anni e mezzo e altre 2 edizioni del 300 parole (a cui immancabilmente ho partecipato, con piazzamenti decisamente migliori) e oggi vedo in questi racconti molte ingenuità, diversi errori e imprecisioni. Ho avuto la tentazione di sistemarli, modificarli e correggerli, ma poi ho deciso che li avrei lasciati così, proprio come mi erano sembrati buoni quando li ho scritti.
Il Temporale (Versione Integrale)
Mi giravo nel letto senza riuscire ad addormentarmi. Colpa del temporale. Il rumore della pioggia battente, il gelido bagliore dei lampi, il boato dei tuoni mi restituivano sfacciatamente quei ricordi che da mesi cercavo di seppellire. Nelle notti di temporale il mio pensiero tornava a quando, sotto il diluvio, avevo investito un uomo.
Quella notte la pioggia scendeva violenta e la visibilità era ridotta al minimo. Avrei dovuto andare piano, soprattutto in quella stradina di campagna. Ma era tardi ed avevo solo voglia di tornarmene a casa il prima possibile.
Me l’ero trovato davanti all’improvviso. E avevo frenato. Ricordo solo lo schianto del suo corpo sul parabrezza e la macchina che slittava finendo in bilico sul canale. Era buio pesto e pioveva a dirotto. Quando arrivarono i soccorsi era ormai troppo tardi.
Una sola cosa mi aveva detto prima di morire: “dì a mia moglie che la amo”.
Ed io glielo avevo giurato.
Ma poi, di fronte a quella donna distrutta dal dolore e carica di rabbia, non avevo avuto il coraggio di parlare. Cosa sarebbe cambiato in fondo? Di certo quelle parole non le avrebbero restituito l’uomo che le avevo ucciso. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato. Intanto però, nelle notti di temporale, quei ricordi mi tormentavano.
Un fulmine rischiarò violentemente la camera da letto e il boato che seguì mi regalò l’ennesimo brivido. Posai lo sguardo sul viso della mia donna. Era bellissima. Il calore del suo corpo mi faceva ritrovare la serenità. Ad un tratto la sentii agitarsi. Lanciò un grido isterico, convulso. Sobbalzai. Poi mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, c’era un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare.”
“No Ale! Era lì che ci guardava! Accanto all’armadio! Non l’hai visto!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai dolcemente, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno. Nulla.
“Amore, avvicinati a me. Calmati adesso” le dissi, stringendola al mio petto “era solo un brutto sogno”.
“No Ale, non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Riuscii a calmarla e lentamente si riaddormentò. Nella mia testa rimbombava il suono del suo grido. E la sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida. Troppo lucida per chi è vittima di un incubo. Ripensai al suo viso. Focalizzai: mentre gridava, i suoi occhi erano aperti, fissi verso l’armadio.
Non chiusi occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le feci qualche domanda e capii che non ricordava nulla. Sembrava tranquilla e questo mi fece rasserenare.
Poi mi salutò con bacio sulla fronte e il suo solito “ti amo” ed uscì per andare a lavoro. Io come sempre le avevo risposto con un silenzioso sorriso. Non le dicevo mai che l’amavo. Non era necessario, visto che glielo dimostravo in mille modi. Cosa sarebbe cambiato in fondo?
Dovevo aver dormito, forse un’ora. Poi mi alzai.
Allora notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua e fango.
Lei non aveva sognato. Aveva veramente visto qualcosa.
Il terrore si impossessò di me.
Fuori pioveva ancora a dirotto.
Mi chiusi in casa e vi rimasi giorni e giorni aspettando il suo ritorno.
Invano.
Ora lei è qui davanti a me, stesa sul gelido letto dell’obitorio. L’hanno ritrovata la notte scorsa nel canale. Dicono che quei lividi su schiena e gambe lasciano supporre che qualcuno ce l’abbia spinta dentro a calci. Continuano a farmi domande. Mi chiedono dov’ero. Perché non ho mai denunciato la sua scomparsa. Sento i loro occhi su di me. Mi osservano da ore. Due mi guardano allibiti. Bisbigliano ipotizzando che la mia reazione sia dovuta allo shock. Un altro invece si è innervosito: pensa che io non ci sia con la testa. Ma solo io so perché non piango. Perché non rispondo. Non mi difendo. Solo io so perché da quattro ore ho lo sguardo fisso sulle palpebre gonfie e tumefatte della mia donna e le uniche parole che incessanti escono dalla mia bocca sono “ti amo, ti amo, ti amo”.
- Valchiria -
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