Archivio per Aprile 2008

Il Limite

Mescolo e rimescolo i segni
e li dispongo
sulla tovaglia bianca.
Allungo la mano
per toccare il fuoco.
Troppo o troppo poco?
Il limite è un capello
bianco
e io detesto il bianco.
Muovo le figure
e sento freddo.
Allora so che il fuoco è gelo
e brucerà dopo
e di più.
Ma non ritraggo la mano
e incosciente
scalcio
stringendo i denti
e rovescio il tavolo quadrato
e cade
sull’erba
il solitario dei miei misteri.

 

 

Se non so (So)

 

Se non so (So), 2005. Olio, sabbia e stucco su legno.

 

SCRITTURA PER PICCOLE STANZE SENZA PORTA –

MIRACOLI DI CORTESE IRONIA E SGUAIATA SPERANZA –

MUSICHE ANTICHE VISCERALI COATTE ISTERICHE –

BUBBONI CISTICI NEL TEMPIO

 

COSPARGO A NUOVO LE PARETI INTERNE DEL TEATRO –

ACCARTOCCIO VECCHIE PELLI IN BARATTOLI DI FELTRO –

MELE VERDI E TEQUILA

 

SE NON SO

 

SO

 

 

Queste frasi sono riportate a graffito nelle due curve sulla parte destra della tavola. Si tratta di un altro dei miei tentativi di multisensorialità: ho pensato che, quando si legge una qualsiasi iscrizione, il suono di quelle parole arriva alle nostre orecchie o alle orecchie della nostra mente. E così, oltre alla vista e al tatto, ecco coinvolto anche il senso dell’udito.

Cosa vogliano dire queste frasi, davvero non lo so. Non mi interessava che avessero un significato, ma solo che producessero un suono, fisico o mentale. Quindi ho scritto di getto, tutto ciò che arrivava alle mie mani, sforzandomi di eliminare qualsiasi mediazione razionale, come fanno i medium con la scrittura automatica. Così è nato il titolo: Se non so (So). Quest’ultima parola è graffita in un’altra zona del quadro, quasi nascosta.

Dimenticavo di dire che questo quadro si trova a casa della mia amica Elisa, nella sua meravigliosa camera dalle pareti arancione.

 

Messico e colori

 

La prima sensazione, arrivata a Cancun, è stata un’incredibile umidità. Ho sentito i jeans incollarsi alle gambe, la pelle farsi appiccicosa e l’aria irrespirabile per quanto era densa. Ricordo che il cielo non era azzurro, pur essendo sereno. Sembrava ricoperto da un velo di foschia.
Veder sorgere il sole sul Mar dei Caraibi, sulla spiaggia della Baia di Akumal, è una delle sensazioni più incantevoli che ho provato. La spiaggia era deserta, la sabbia bianca era fredda e sottile come farina. L’acqua una distesa immobile e trasparente. Il cielo era sereno, e il sole si affacciava tra striature di arancio e viola. Mai vista una cosa del genere prima di allora. Immancabile la palma da cocco. Mi è sembrato di essere entrata in una cartolina, tanta era la perfezione che mi trovavo davanti agli occhi. Mi è mancato il respiro.
Ricordo il calore di un sole diverso, più immediato. Il sole del Messico, nei miei ricordi, non è giallo, ma bianco. Perché il sole bianco brucia prima ancora di cominciare a scaldare.
La sera messicana, invece, la ricordo soffusa, con i lumini colorati lungo i vialetti e la musica tipica. E quanti colori a tavola! Le tovaglie tessute a mano, con gli accostamenti più vivaci, giallo, rosso, arancio, blu.
Un mondo di colori anche nei mercatini del Chiapas, dove le donne realizzano coperte e tovaglie con i telai oppure vendono verdure magistralmente disposte a piramide, o spezie e mazzi di peperoncino rosso fuoco; gli uomini vendono diversi articoli in pelle o cuoio, tra cui anche le pelli decorate con il pirografo, e i bambini, con i loro occhi a mandorla dallo sguardo vivace, ti prendono per mano e passeggiano con te, sperando di ricevere in regalo qualche pesos.
A S. Cristobal tutto è colore, le case lungo le strade, le basiliche, i vestiti delle persone. Sembra un carnevale. Una casa ha la facciata turchese, quella accanto giallo ocra con rifiniture rosso scuro, un’altra ancora è bianca e sul bianco spicca il disegno di un’enorme bottiglia di Coca-Cola.
Di Palenque ricordo il verde, le infinite sfumature di verde, in questa foresta rigogliosa, dove le piante formano grovigli impressionanti e i fiori hanno delle dimensioni e dei colori che mai avrei immaginato potessero esistere in natura. Su questo intrico di verde spiccano le architetture maya, con le loro pietre grigie. Curioso il bassorilievo del Re Pakal a cavallo di un attrezzo che sembra un razzo.
Ricordo il vento che mi mandava indietro i capelli, mentre percorrevo il Canyon Sumidero, con le sue acque verdi tra le altissime pareti di roccia. Il nero pesto della grotta, con i pipistrelli che volavano e io ho urlato perché avevo paura. I coccodrilli che si confondevano con il fango, gli avvoltoi appollaiati sui rami degli alberi.
Dello Yucatan ricordo il bianco ingrigito della piramide di Kukulkan a Chichen Itza, che si innalzava su una distesa di erba verde. Volevo salire tutte quelle scale e arrivare sulla sommità, e godere non solo dello spettacolo della natura, ma anche dell’estasi di trovarmi in cima a una piramide, per il suo valore simbolico. Ma non ce l’ho fatta. Soffro di vertigini, e al trentesimo gradino mi è toccato tornar giù.
Infine ricordo Merida e alcuni odori che in seguito ho sentito solo in Kenya. Sarei dovuta andare alla Piazza Centrale e invece mi sono confusa, chiedendo indicazioni per il Centro. Mi sono trovata in una sorta di macello a cielo aperto, con la carne in vendita appoggiata sui banchi di legno, mosche a frotte e il sangue che confluiva in uno scolo al centro delle stradine. Era impossibile respirare, ma quella era la città vera, quella dove i turisti non arrivano.
Alla fine di questo meraviglioso e massacrante tour del Chiapas e dello Yucatan, durato sette giorni, sono tornata qualche altro giorno ad Akumal, tanto per avere un po’ di relax prima del ritorno a casa.
Quello che mi resterà sempre del Messico, almeno di queste due regioni che ho visitato, sono i colori, si è capito. Ma se i colori di solito trasmettono allegria, quello che invece ho notato nella gente messicana è uno stato d’animo malinconico, quasi una sottile tristezza, nei modi e negli sguardi, un ritmo pacato, non vivace, come se tutti quei colori accesi volessero compensare una visione della vita che invece è fatta di toni sfumati e colori pastello.

Rido

  

 

E rido

Ma quanto rido!

È sempre la solita vecchia sgualdrina

Rossetto e tacchi alti

E scopre spalle e gambe

Per attirare sguardi e cuori.

Esche giocattolo.

Mi fa ridere

Quella puttana maldestra

Che batte finti marciapiedi

Con la spavalda fierezza

di avere il mondo in vendita.

Ma rido

Perché barcolla sui tacchi

e cade in ginocchio

mentre passa un maschio distratto

che fa cadere una moneta.

Gliela tira dietro, lei

urlando insulti da borgata.

E così si mostra

Puttana dentro e fuori

E io rido

Raccogliendo la sua elemosina.

 

 

Il Temporale

 

Mi ero alzato per bere. Ero tornato a letto e non riuscivo a riaddormentarmi per via del temporale. Succedeva sempre dalla notte in cui sotto il diluvio avevo investito quell’uomo uccidendolo. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato.
Guardavo compiaciuto la mia donna che dormiva accanto a me e cercavo di riprendere sonno.
Ad un tratto la sentii agitarsi. Il suo grido mi fece sobbalzare. Un grido isterico, convulso.
Con il cuore in gola mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, non muoverti! C’è un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare…”
“No Ale! È lì che ci guarda! Accanto all’armadio! Non lo vedi!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai con dolcezza, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno, non c’era nulla.
“Amore, avvicinati a me… calmati adesso” le dissi, dopo averla stretta al mio petto, “hai fatto un sogno, solo un brutto sogno”.
“No Ale… non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Sentivo il suo cuore martellarmi il petto mentre aspettavo che lentamente si addormentasse.
Continuavo a sentire il terrore delle sue grida.
Ripercorsi con la mente gli attimi precedenti.
Avevo bevuto, ero tornato a letto, non riuscivo ad addormentarmi, la guardavo compiaciuto… la guardavo dormire. Nel buio dei ricordi si materializzò il suo viso… focalizzai: aveva gli occhi aperti, fissi verso l’armadio. La sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida.
Non era stato un sogno.
Non riuscii a chiudere occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le chiesi se avesse dormito bene e lei placidamente rispose di sì. Non ricordava nulla.
Accesi la luce e notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua.
Lei era uscita per andare a lavoro. Pioveva a dirotto.
Non tornò mai più.

- Valchiria -

 
 
 
Ho voluto che questo fosse il primo racconto presente sul mio blog, perché si tratta del racconto con cui ho partecipato al mio primissimo concorso, il “300 Parole Per Un Incubo”, alla sua quarta edizione, nel 2005.
Si tratta di un concorso, organizzato da Scheletri.com, per racconti di genere horror di lunghezza non superiore alle 300 parole.
Ovviamente non ho vinto! E non mi sono nemmeno piazzata bene… insomma, sono arrivata 94ma su 144. Un po’ ci sono rimasta male, devo essere onesta, però non mi sono mica abbattuta! Anzi, ho capito che quando un racconto nasce e si struttura in un certo modo, non c’è cosa peggiore del tagliuzzarlo e accorciarlo per farlo rientrare in un concorso. Dico questo perché Il Temporale non era nato così: ha una sua Versione Integrale, che non ho mai divulgato, e che per la prima volta rendo pubblica proprio qui di seguito.
Certo, sono passati 2 anni e mezzo e altre 2 edizioni del 300 parole (a cui immancabilmente ho partecipato, con piazzamenti decisamente migliori) e oggi vedo in questi racconti molte ingenuità, diversi errori e imprecisioni. Ho avuto la tentazione di sistemarli, modificarli e correggerli, ma poi ho deciso che li avrei lasciati così, proprio come mi erano sembrati buoni quando li ho scritti.

 

Il Temporale (Versione Integrale)

 

Mi giravo nel letto senza riuscire ad addormentarmi. Colpa del temporale. Il rumore della pioggia battente, il gelido bagliore dei lampi, il boato dei tuoni mi restituivano sfacciatamente quei ricordi che da mesi cercavo di seppellire. Nelle notti di temporale il mio pensiero tornava a quando, sotto il diluvio, avevo investito un uomo.
Quella notte la pioggia scendeva violenta e la visibilità era ridotta al minimo. Avrei dovuto andare piano, soprattutto in quella stradina di campagna. Ma era tardi ed avevo solo voglia di tornarmene a casa il prima possibile.
Me l’ero trovato davanti all’improvviso. E avevo frenato. Ricordo solo lo schianto del suo corpo sul parabrezza e la macchina che slittava finendo in bilico sul canale. Era buio pesto e pioveva a dirotto. Quando arrivarono i soccorsi era ormai troppo tardi.
Una sola cosa mi aveva detto prima di morire: “dì a mia moglie che la amo”.
Ed io glielo avevo giurato.
Ma poi, di fronte a quella donna distrutta dal dolore e carica di rabbia, non avevo avuto il coraggio di parlare. Cosa sarebbe cambiato in fondo? Di certo quelle parole non le avrebbero restituito l’uomo che le avevo ucciso. Mi ripetevo che col tempo avrei dimenticato. Intanto però, nelle notti di temporale, quei ricordi mi tormentavano.
Un fulmine rischiarò violentemente la camera da letto e il boato che seguì mi regalò l’ennesimo brivido. Posai lo sguardo sul viso della mia donna. Era bellissima. Il calore del suo corpo mi faceva ritrovare la serenità. Ad un tratto la sentii agitarsi. Lanciò un grido isterico, convulso. Sobbalzai. Poi mi avvicinai.
“Amore che succede?”
“Ale, c’era un uomo!” gridò lei.
“Piccolina, stai calma! Vieni qui, lasciati abbracciare.”
“No Ale! Era lì che ci guardava! Accanto all’armadio! Non l’hai visto!?”
“Tesoro, ma che dici?” le sussurrai dolcemente, mentre con lo sguardo seguivo la direzione dei suoi occhi spalancati e atterriti. Non c’era nessuno. Nulla.
“Amore, avvicinati a me. Calmati adesso” le dissi, stringendola al mio petto “era solo un brutto sogno”.
“No Ale, non stavo sognando. Io l’ho visto” mi disse con voce ferma.
Riuscii a calmarla e lentamente si riaddormentò. Nella mia testa rimbombava il suono del suo grido. E la sua voce, seppur rotta dal terrore, era decisa, lucida. Troppo lucida per chi è vittima di un incubo. Ripensai al suo viso. Focalizzai: mentre gridava, i suoi occhi erano aperti, fissi verso l’armadio.
Non chiusi occhio fino al mattino.
Al suo risveglio le feci qualche domanda e capii che non ricordava nulla. Sembrava tranquilla e questo mi fece rasserenare.
Poi mi salutò con bacio sulla fronte e il suo solito “ti amo” ed uscì per andare a lavoro. Io come sempre le avevo risposto con un silenzioso sorriso. Non le dicevo mai che l’amavo. Non era necessario, visto che glielo dimostravo in mille modi. Cosa sarebbe cambiato in fondo?

Dovevo aver dormito, forse un’ora. Poi mi alzai.
Allora notai che in terra, accanto all’armadio, c’era una pozza d’acqua e fango.
Lei non aveva sognato. Aveva veramente visto qualcosa.
Il terrore si impossessò di me.
Fuori pioveva ancora a dirotto.
Mi chiusi in casa e vi rimasi giorni e giorni aspettando il suo ritorno.
Invano.

Ora lei è qui davanti a me, stesa sul gelido letto dell’obitorio. L’hanno ritrovata la notte scorsa nel canale. Dicono che quei lividi su schiena e gambe lasciano supporre che qualcuno ce l’abbia spinta dentro a calci. Continuano a farmi domande. Mi chiedono dov’ero. Perché non ho mai denunciato la sua scomparsa. Sento i loro occhi su di me. Mi osservano da ore. Due mi guardano allibiti. Bisbigliano ipotizzando che la mia reazione sia dovuta allo shock. Un altro invece si è innervosito: pensa che io non ci sia con la testa. Ma solo io so perché non piango. Perché non rispondo. Non mi difendo. Solo io so perché da quattro ore ho lo sguardo fisso sulle palpebre gonfie e tumefatte della mia donna e le uniche parole che incessanti escono dalla mia bocca sono “ti amo, ti amo, ti amo”.

- Valchiria -

Pensiero a New York

 

 Pensiero a New York, 2003. Olio e sabbia su tela, essenza profumata al cocco.

Questo è un quadro speciale per me, per più di un motivo.

Intanto è stata l’unica volta in cui ho dipinto su commissione, nel senso che, ogni volta che qualcuno mi ha chiesto di dipingere un quadro, ho sempre risposto che l’ispirazione non va a comando.

Ma in quel caso ho deciso di farlo, perché a chiedermelo è stato una persona speciale, e perché era quasi Natale e io stessa avevo pensato di fare a questa persona un regalo speciale: io e Richard non ci eravamo mai incontrati di persona (e difficilmente sarebbe accaduto) e volevo regalargli qualcosa di veramente mio.

 

Poi perché, sono sincera, mi creava una certa emozione pensare che una mia creazione avrebbe volato per ore sopra oceani e continenti, e avrebbe continuato la sua vita dall’altre parte del mondo!

 

Ho scelto di utilizzare l’olio su tela, perché poi il dipinto sarebbe stato arrotolato, inserirlo in tubo e spedito fino a New York.

Ho inserito nell’olio della sabbia, per creare delle zone in rilievo, perché il quadro potesse essere toccato, e alcune gocce di un’essenza profumata al cocco, perché se ne potesse percepire la fragranza.

Purtroppo il viaggio è stato problematico e all’arrivo in aeroporto a New York il tubo è stato bloccato e tagliato per verificarne il contenuto. Fortunatamente la tela non ha subito danni, se non qualche acciacco, e intorno alla metà di Gennaio 2004 è arrivata a casa del mio amico Richard, dove si trova tutt’ora.