
Dei tuoi respiri
so riconoscere l’odore
il suono della notte
il colore.
I tuoi respiri
li porto tra i capelli
e nella bocca
e non dimenticare
che t’ho guardato gli occhi
chiusi
e non dormivi.
i miei quadri, i miei racconti, i miei pensieri, i miei viaggi, le mie briciole di quotidianità

Dei tuoi respiri
so riconoscere l’odore
il suono della notte
il colore.
I tuoi respiri
li porto tra i capelli
e nella bocca
e non dimenticare
che t’ho guardato gli occhi
chiusi
e non dormivi.

È capitato, qualche anno fa – una decina forse - che un tipo che conoscevo appena mi abbia regalato un tot di libri. Se non ricordo male, mi disse che era iscritto al Club degli editori, e che tra una cosa e l’altra, si era ritrovato alcuni doppioni e volentieri me li avrebbe regalati, visto che mi piaceva leggere. Tra questi libri, c’era anche Dolce per sé, di Dacia Maraini. Un tometto magro, con una copertina sul marrone e un ritratto di bambina, assolutamente poco invitante. Tant’è che è rimasto lì per tutti questi anni, schiacciato tra i libri più corposi. Però c’era quel nome, Dacia, che continuava a risuonarmi nella testa, ricordo di studi di storia romana, della Colonna di Traiano, della mia città. E poi è successo che ho deciso di leggere in italiano (intendo testi scritti in italiano, non traduzioni) andando alla ricerca di quelli che sono i nostri grandi scrittori della seconda metà del novecento. Ecco dunque che mi sono decisa.
Dolce per sé. Questo titolo che sa di antico, di già sentito, anche se non ricordavo bene dove. Ma il mistero subito si svela.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra il pensier del presente, un van desio del passato…
(G. Leopardi, Le ricordanze)
In questa citazione, c’è racchiuso il senso profondo del romanzo. Il tema è la riflessione sul presente e sul passato, su come i ricordi siano protagonisti della vita, e diventino la chiave delle scelte, delle sensazioni, dell’approccio al futuro.
Si tratta di un romanzo epistolare. Le lettere sono scritte da Vera, una cinquenatenne, e destinate a una bambina di sei anni, di nome Flavia. Il legame tra questi due personaggi è Edoardo, zio della bambina e compagno di Vera. Attraverso le lettere, si delinea una storia che si ripiega all’indietro, scavando nella nascita dell’amore per il giovanissimo violoncellista Edoardo, il loro rapporto durato un decennio, vissuto tra la giocosità del carattere dolce e talvolta infantile dell’uomo, e gli attriti della famiglia, che non vedeva di buon occhio la sua relazione con una donna di vent’anni più vecchia; si racconta la fine di questa stessa storia d’amore, l’attenzione di Edoardo per altre donne, il suo non voler recidere mai del tutto un legame, il suo essere un po’ come il “Don Giovanni” di Mozart.
A far da sfondo a tutte le vicende, c’è la musica. Ora suonata, nei concerti, nelle descrizioni dei movimenti, degli atteggiamenti, che sembrano il riflesso o la chiave di lettura del carattere dei personaggi, ora raccontata, nelle moltissime citazioni che Vera usa come parallelo del proprio vissuto.
In tutto questo, Flavia non è che la proiezione della stessa Vera, la sua parte bambina, che continua a convivere con la maturità raggiunta negli anni. C’è una malinconia di fondo, legata al tema della morte, ma anche una forza, un entusiasmo, una passione che scalpita in Vera, e che trova vita in queste lettere, come un impulso a voler raccontare, come un diario da lasciare al futuro.
In definitiva, non è un romanzo che sconvolge per una trama, o per chissà quale ritmo o tecnica. C’è un linguaggio ricercato (che alle volte stride pensando al destinatario delle lettere) ma mai pesante, c’è un modo di raccontare che rimane epistolare solo negli schemi, ma che invece è colloquiale, nella metrica, nell’uso della punteggiatura, nelle formularità. C’è un testo prezioso, ricco di cultura, di citazioni, di vissuto, e c’è la capacità di trasmettere questa cultura in modo semplice e non autocelebrativo. È un romanzo che riesce, con delicatezza, a far emozionare, raggiungendo l’intimo, i sentimenti, e lasciando una sensazione di compostezza e di raffinato equilibrio.

Caldo l’abbraccio
il riccio e la castagna
letto di foglie


Scrivo questo post un po’ mogia. Delusa. Confusa. Bo.
Quindi ne verrà fuori un post confuso. Molto incasinato. Che non rileggerò perché non mi va e perchè non si fa, come fosse una riflessione istintiva e pubblica.
La mia riflessione nasce dalla lettura di due romanzi classificati come letteratura erotica.
Nello specifico, Immagini di cristallo di Kawabata Yasunari e Donne di Charles Bukowski.
Allora, le domande che io mi pongo sono di due ordini.
1 – perché uno scrittore decide di scrivere di erotismo? quali sono le motivazioni che lo spingono? cosa vuole comunicare? quali emozioni vuole suscitare nel lettore?
(questo presuppone ovviamente l’intenzione comunicativa dello scrittore. C’è pure chi scrive per sé, come per vomitare fuori una serie di frustrazioni, pensieri, emozioni, come metodo di catarsi, o per scaricare stress e tensioni, ignorando per lo più la presenza di un ipotetico lettore)
2 – perché un lettore sceglie di leggere un romanzo erotico? che tipo di sensazioni cerca da questa lettura? che cosa si aspetta di trovarci?
Senza tirarla troppo per le lunghe a raccontare quello che io cercavo nei due romanzi che ho letto, mi limito a dire che desideravo leggere di erotismo e nessuno dei due mi ha soddisfatto.
La cosa bizzarra è che è accaduto in modo del tutto opposto.
Immagini di Cristallo non l’ho proprio capito.
Forse è un problema mio. Forse questa è una lettura troppo raffinata. Forse Kawabata ha voluto creare situazioni in cui l’erotismo è solo accennato, e va colto nel non detto, va scavato tra i comportamenti, le contraddizioni, gli stati d’animo dei personaggi. Se così è, purtroppo la mia scarsissima conoscenza della cultura giapponese non mi ha permesso di comprendere.
E non è nemmeno facile, perchè si parla di una raccolta di racconti scritti intorno agli anni 30, anni in cui senza dubbio c’era un diverso senso del pudore, un diverso modo di percepire la nudità e la ricerca del piacere.
Con queste premesse, non posso dire che Immagini di cristallo mi abbia deluso. È innegabile la capacità di Kawabata di descrivere l’essere umano e il paesaggio, di creare immagini che davvero si formano davanti agli occhi, per rimanere. Semplicemente, per quanto riguarda l’elemento erotico, non possiedo gli strumenti per comprenderne le intenzioni.
Donne è esattamente l’opposto.
In questo romanzo Bukowski racconta, tra verità e fantasia, le proprie gesta di poeta e scrittore alcolista costantemente arrapato. Le sue donne, ognuna unica, ognuna diversa, con la spietata disamina di pregi e difetti caratteriali e perfino anatomici, sono la vera fissazione del protagonista, che con lo stesso realismo racconta il propri stati d’animo.
Ne emerge un uomo squallido, consapevole di essere in balia delle proprie pulsioni, un uomo che fa della donna e del sesso uno strumento per ritrovare e riaffermare se stesso. Il protagonista ha bisogno della donna per il valore che può avere riuscire a dominarla. Trafiggerla, pugnalarla. Meglio se giovane, meglio se ha trent’anni meno di lui. E poco importa se una è pazza, se una è drogata, se una è disperata. Loro ci stanno e lui coglie al balzo.
Sia chiaro che non sto facendo la paladina dei diritti delle donne. Chissenefrega. Il romanzo è scritto e ambientato a metà anni 70, periodo in cui la donna rivendicava la propria libertà sessuale e ci sta, quest’immagine delle donne scopaiole, che puttaneggiano a destra e a manca e che si fanno trattare come bambole gonfiabili. Anzi, questo aspetto del romanzo è quello culturalmente più interessante.
E anche lo stile non m’è dispiaciuto. Non c’è una vera storia, sembra piuttosto il racconto di vicende in cui il denominatore comune è il sesso, ma il romanzo scorre via bene, è asciutto ed essenziale.
Quello che non m’è piaciuto è che Bukowski racconta senza risparmiare nemmeno un dettaglio. Esplicito al punto da non lasciare niente all’immaginazione. E questo, nell’erotismo, è un male. Un male enorme! In tutta onestà, in certi passaggi ho provato perfino fastidio.
Quindi, ricapitolando, in Donne si dice troppo, in Immagini di Cristallo troppo poco. Per me.
Ho trovato decisamente più erotico Storia di neve, di Mauro Corona, che però non appartiene a tale genere.
Qualcuno mi dice che La cruna dell’ago, romanzo di spionaggio di Ken Follet, sia un capolavoro d’erotismo.
Allora, cos’è l’erotismo? Non basta parlare di sesso, non basta descrivere ginnastica da camera da letto. Credo si tratti di un insieme di meccanismi difficilissimi, che vanno a toccare nell’intimo e nel personale di ognuno.
Ma allora può davvero esistere una letteratura erotica? È davvero un genere letterario?
O piuttosto esiste l’erotismo, fa parte della nostra vita e qualche volta entra in un romanzo insieme alla vita dei personaggi, che sia un romanzo rosa, un thriller, un noir, uno storico.
Sono le stesse domande che già da tempo mi pongo a proposito dell’horror. C’è sempre la vecchia questione che non basta un vampiro o un fantasma per fare horror. Come non basta rovesciare dieci litri di sangue.
Si tratta di uno stato d’animo. Si tratta di andare in cerca di piccole radici nell’animo umano, nel posto intimo in cui nasce la paura, e riuscire poi a riprodurne i meccanismi nel lettore. E la paura è parte della nostra vita come l’erotismo.
Ma allora… esiste l’horror? O esistono storie che riescono a far paura?
Che casino. Mi sono persa nel mio stesso intrico.
E allora, in barba a tutti, piazzo qua sopra una foto che sembra non entrarci niente, e invece. :-)
Come promesso, ecco la ricetta per preparare la panna cotta in casa.
RICETTA
Ingredienti :
1000 ml di panna non zuccherata (anche vegetale) ¼ di latte 4 fogli di colla di pesce 2 bustine di vanillina 180 gr. di zuccheroMettere in una pentola sul fuoco la panna con lo zucchero.
A parte, mettere in ammollo i fogli di colla di pesce in acqua fredda e una volta ammollati, sollevare dall’acqua la colla di pesce e scioglierla nel latte caldo.
Versare il composto di latte nella panna zuccherata e aggiungere le bustine di vanillina.
Togliere dal fuoco e versare la crema in uno o più stampi. Lasciare raffreddare e mettere in frigo. Preparare preferibilmente il giorno prima.
Purtroppo non ho la foto, ma garantisco che il risultato è ottimo. Si possono usare gli stampini singoli in alluminio, che però rendono difficile l’operazione di capovolgimento. Meglio quelli in silicone, o uno stampo unico come quello per il plum cake, per poi servire la panna cotta a fette.
La farcitura si può realizzare con i topping da gelato oppure con della marmellata. Specifico che utilizzando la panna vegetale si avrà una panna cotta decisamente più densa, forse troppo. A mio gusto, il risultato migliore si ottiene con la panna di origine animale.
A me è riuscita subito al primo tentativo e vista la semplicità degli ingredienti da utilizzare e la facilità della preparazione, posso dire che è addirittura più comoda della panna cotta in busta.
Provate!

Scrosci di pioggia
canticchiano sui vetri:
muore l’estate.
C’è questa mia poesiola, che s’intitola Risveglio, che pare essersi aggiudicata il terzo posto di un concorso di poesie horror e che quindi mi ha fatto vincere un libro e quando ricevo libri sono sempre molto contenta, anche se credo che il contenuto del mio lavoro sia rimasto oscuro ai più
Eccola qua:

Per chi non c’era e continua ad assillarmi con le foto della “robba da magnà”
Per chi può vantarsi di esserci stato e di aver assaggiato
E soprattutto per fare un po’ la figa, quell’unica volta l’anno che mi rimetto seriamente in cucina:
dopo due giorni di estenuante lavoro con le roventi temperature di metà agosto, ecco le foto delle mie creazioni per la festa del 19 agosto!

Rotolini di pane con prosciutto cotto e formaggio e con tonno e capperi

Tortilla spagnola di papate e cipolla

Tramezzini misti

Pizzette e salatini di pasta sfoglia

couscous con verdure miste e pollo

Mousse di prosciutto cotto e pistacchi, con uova

Roast beef con battutino di rucola e grana - rotolini di bresaola con robiola e rucola

Insalata di arance finocchi olive nere e pinoli

Torta di pandispagna con crema chantilly e panna montata (e rigorosa cialda di Winnie the Pooh)
Ecco, mi sembra non manchi nulla, alcolici a parte.
Anzi, no, manca la foto della panna cotta, che evidentemente il mio prode pseudofotografo Riccardo ha dimenticato di fare
Per sopperire, nei prossimi giorni regalerò la ricetta, che è di una semplicità estrema, giacchè è riuscita anche a me!
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