Fiore di Loto

  

Una sorella piange
e curva la schiena
dove un masso era già troppo pesante.
Una sorella assaggia
piccoli bocconi di vita
a cancellare vomito amaro sulla lingua.
Una sorella lontana
cerca il valore di un’etichetta
nella cucitura tra la pelle e la nuca.
E tu, piccolo mostro
cosa vuoi dimenticare?
Bevi avido il succo,
ti impiastricci le zampe
e non ne offri un solo goccio.
Brinda a me,
che mi spendo in abbracci
parole e desideri,
brinda a me
e a lei,
sorella vicina,
che si avvicina
e si avvicina.

Telepatia

   

Telepatia, 2005. Olio, sabbia e stucco su legno. 

 

Ci sono quadri che considero importanti perchè mi legano a qualcuno o a qualcosa, un momento particolare, un’emozione. Questo invece è importante per me perché mi piace, lo considero oggettivamente bello.
Si intitola Telepatia e vuole rappresentare la capacità di uno stesso pensiero di unire due persone lontane, in uno stesso momento.
A vederlo così in foto non dice molto, me ne rendo conto. Ma quando lo guardo (perché questo ce l’ho io e non intendo separarmene) sento che sono riuscita a comunicare ciò che volevo.
Mi piace l’idea di dividere in due parti la campitura della superficie di supporto ( la parte in sfumature di grigio) che sta a rappresentare la separazione fisica di due persone che pure vivono nello stesso cosmo.
E mi piace il modo in cui ho materializzato il pensiero, con questa sorta di sfera blu che lascia la sua scia in toni di azzurro, legando le due parti separate.
Questo pensiero azzurro, che assume la forma di un abbraccio, è realizzato in rilievo sulla parte in sfumature di grigio, attraverso l’impasto di sabbia e stucco nel colore. In questo modo ho voluto rendere la forza quasi tangibile del pensiero, la sua capacità di rendersi materia nel contatto tra due esseri umani.

 

 

Io

 

 

  Scarna              giusta nei colori ma disadorna

Parole pesate e misurate           esplose       coriandoli lanciati a piene mani

Lacrime e singhiozzi      Lacrime emotive               Lacrime primaverili

Mani che impastano la malta             mani che scavano e creano      Schiaffeggiano
Dito che punta              carezza in punta di dita

Schiena che sopporta               peso sulle spalle                  Libellula

Candida pelle           Inchiostro per la memoria            Nero e sangue

In bilico           ierioggidomani             perché?

Peccati di gola              Fame chimica              Anoressia

Donna
Amante                        Madre

 

io 

 

Distanze

20/06/2008

Quando i capelli
sciolgono l’odore del giorno
tra la guancia e il cuscino,
quando le ciglia si baciano
a lungo
a soddisfare voglie
centellinate a battiti,
quando un nastro di raso nero
srotola i pensieri
inghiottendo limiti
e distanze
lì arrivi tu, sempre
a regalarmi un’altra notte
senza riposo.

 

Nostalgie

 

Avevo cercato Dickens per nostalgia. Dopo vent’anni, Oliver Twist continuava a ricomparire tra i miei pensieri, più o meno consapevoli, e qualche volta si infilava, sotto falso nome, in qualche mio racconto, qualche altra volta lo riconoscevo in personaggi che incontravo leggendo qua e là, altre volte mi pareva di vederlo in Tv o tra le tristi storie quotidiane che mi capitava di ascoltare.
Il bello è stato che me ne sono resa conto solo quando qualcun altro me l’ha fatto notare, riconoscendolo nel personaggio di un mio racconto che si intitola La stanza fredda e che, volendo, si può leggere QUI.
Bè, insomma, tutto questo per dire che la nostalgia di Oliver Twist mi ha riportato a Dickens e proprio ieri sera ho finito di leggere Grandi Speranze. Se mi è piaciuto o meno devo ancora deciderlo… però un po’ ci sono rimasta male. Mi aspettavo qualcosa di diverso. Forse è perché sono passati vent’anni e forse i miei occhi, nel frattempo, hanno visto di più e di peggio, forse perché ho perso un bel po’ di malizia, come lettrice e soprattutto come persona. Forse perché Pip non è Oliver, punto e basta. Fatto sta che avrei voluto qualcosa di più… triste? Bieco? Gretto? Povero? Violento? Non lo so…
Certo è che Grandi speranze è un teatro in cui è messa in scena la contraddizione. Si è trascinati, sballottati direi, nel continuo contrapporsi di povertà e ricchezza, legalità e frode, amore e odio, ragione e follia. Attraverso gli occhi e le parole di Pip ho vissuto sentimenti precisi e se qualche volta mi sono annoiata è perché Pip si annoiava. Se qualche volta ho detestato Pip, è perché lui stesso si detestava. E se qualche volta ho pianto… allora vuol dire che il libro mi è piaciuto. Quando arrivo a piangere, il legame è stato stretto, l’obbiettivo raggiunto.
Quindi credo proprio che questo libro me lo porterò nel cuore.
Un accenno a Casa Satis non posso non farlo. Ecco che, quando ormai non lo credevo più possibile, un’altra casa strana riesce a sconvolgermi, forse più di tante case che ho incontrato leggendo horror.
Credo che Casa Satis e le sue vicende sbucheranno fuori, in modo o nell’altro, nascoste in qualche mio racconto futuro.

Tornando alle mie nostalgie, ieri pomeriggio ho deciso che essere disordinati è una cosa troppo bella. E lo dice una che ci prova da anni ad acquisire un po’ di senso dell’ordine! Ma dico io, uno ordinato, che mette tutto a posto e ritrova sempre tutto dove lo ha lasciato, non scoprirà mai il bello di certe sorprese. Ieri pomeriggio ho preso le valigie. Tutte impilate, la piccola nella grande e così via. Tutte ordinate. Ma ecco la meraviglia: mi accorgo che ci sono cose nelle tasche laterali, sento uno scricchiolio, c’è del volume. E così, in una valigetta a tracolla che non aprivo da almeno quattro anni, ho ritrovato (oltre a mezzo pacchetto di Fruittella in decomposizione) una penna carina e soprattutto alcune foto di miei quadri che non ricordavo più di avere. L’anno scorso, in una tasca della valigia, avevo ritrovato gli occhiali da sole di Fendi (che poi ho perso di nuovo) e anche 50 euro, oltre alle matrici di biglietti aerei o a cartoncini di camere d’albergo. Ieri ho ritrovato un bigliettino del Kenya e mi sono venuti i brividini nostalgici!

Bè… ovviamente si sarà capito, parlando di valigie, che sto per partire. Me ne vado una decina di giorni. Ho già preparato tutto, creme solari, costumini, macchina fotografica e libri. Spero di riuscire a leggere almeno i tre che porto via (Il diavolo in amore di J. Cazotte, Amrita di Banana Yoshimoto, e un libro di Paul Charles Doherty il cui titolo ha a che fare con il diavolo ma non me lo ricordo di preciso) e spero che ci sia il sole… e se pioverà, coglierò l’occasione di andarmene un po’ in giro per i posti in cui ho trascorso periodi della mia infanzia, così per lasciarmi cullare dalle nostalgie.
Ciao a tutti, a presto!

 

Tredici anni

Raccontino scritto stasera al volo, così, giusto per non perdere l’allenamento e per non pescare sempre nel passato. Lo spunto è arrivato da una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con la parrucchiera, mentre tentava di domare il groviglio selvaggio dei mie capelli (invano). Alle volte penso di essere fuori dal mondo. Ma mi sa che è meglio così.

 

Si piaceva nuda davanti allo specchio. Si sfilava i vestiti, uno dopo l’altro, e si guardava in pose da calendario. Come ultima cosa si scioglieva i capelli, che le ricadevano sulle spalle come piccole fruste, e muoveva la testa in qua e in là, facendo svolazzare la chioma scura, e poi la ripiegava all’indietro, mimando voluttà.
Si piaceva nuda davanti allo specchio e stava lì a guardarsi, e bisbigliava parole sensuali, ammiccando con lo sguardo e invitando con le labbra. Alle volte lei era quella nello specchio e fingeva che i suoi occhi fossero quelli di un ragazzo che la guardava.
Si raccoglieva di nuovo i capelli sulla nuca, ben saldi, per non farli bagnare, e mentre l’acqua si scaldava, si cospargeva il corpo d’olio profumato, assumendo le pose che vedeva nelle pubblicità. Altre volte lei era se stessa e fingeva che lo specchio avesse vita. Era un ragazzo della sua età, ma non come quelli della sua età. Non come quello che l’aveva portata sull’argine una sera o quell’altro che l’aveva scopata nella macchina della madre, parcheggiata nel garage sotto casa. Quelli della sua età il giorno dopo erano scomparsi, più fatti vivi. D’istinto guardò il display del cellulare che aveva appoggiato sul ripiano in marmo. Come aveva previsto, zero messaggi, zero squilli.
Quando il vapore usciva dal box doccia, l’acqua era abbastanza calda per lei. Allora si guardava, ancora una volta, nuda e lucida d’olio e profumata, e lanciava un ultimo sguardo fatale allo specchio, accompagnato da un bacio carnoso. Lo specchio ricambiava, sempre. E stava lì, sempre, pronto ad accoglierla ogni volta che lei lo desiderava. Sembrava non stancarsi mai.
Dopo la doccia, si arrotolava intorno al corpo un telo azzurro e si asciugava delicatamente la pelle arrossata dall’acqua bollente. Adorava quel telo, come adorava sentirselo addosso. Le dava la sensazione di un abbraccio, di qualcosa di affettuoso e protettivo. Allora, in piedi davanti allo specchio, chiudeva gli occhi, stretta nel suo telo, e si lasciava avvolgere da un piacevolissimo benessere.
Poi, ogni volta, col suo telo azzurro addosso, strizzava l’occhio allo specchio, che a lei piaceva immaginare deluso e ingelosito, e se ne andava nella sua camera da letto, per vestirsi.
Ogni volta, ma non quella volta. Perché si era accorta che perdeva sangue. Era rimasta stupita, perché non era il periodo giusto. Il ciclo era in anticipo di almeno una settimana e maledizione se si fosse macchiato il telo!
Così se lo sfilò di dosso e lo appoggiò sul ripiano in marmo, sotto lo specchio, e, tamponandosi con della carta igienica, corse a prendere l’asciugamano scuro.
Allora sentì un suono davvero strano provenire dal bagno. Sembrava che qualcuno stesse rovistando in mezzo a un mucchio di stracci.
Quando si fermò a guardare, saltò indietro per la paura. Ciò che vide era quanto di più assurdo e inspiegabile le fosse capitato. Lo specchio… il telo azzurro… lo specchio, impossibile capire come, aveva agganciato un lembo del telo e lo trascinava risucchiandolo al suo interno. Il telo sembrava opporre resistenza, era teso e ora guadagnava due centimetri, ora ne cedeva tre, venendo trascinato via.
Lei non riusciva a respirare e faceva un passo avanti verso lo specchio e uno indietro, allungava una mano verso il telo e poi se la portava agli occhi per non vedere. Non sapeva cosa fare.
Quando ormai il telo era stato quasi del tutto trascinato nello specchio, si guardò intorno cercando un modo per agire. Saponette profumate, cosmetici, salviettine. Quando i suoi occhi si posarono sul cellulare, appoggiato sul ripiano in marmo, lo afferrò e in un secondo lo scagliò contro lo specchio. Il suono fu spaventoso. I frammenti di vetro caddero rumorosamente sul marmo e sul pavimento. Lo specchio era distrutto. Il telo ormai era scomparso.
Il sangue le colava lungo le gambe, eppure non riusciva a fare nulla. Era immobile e incredula.
In quel momento il telefono si illuminò e vibrò in mezzo ai vetri rotti. Un messaggio. Un pensiero veloce. Maledizione, ho il ciclo!

 

 

Oggi

 

Ci sono mattine
rare
in cui ci sveglia il sole
e il silenzio
e non ci sembra vero.
Ci sono minuti
fatati
in cui vorrei essere pelle
solo pelle
per godere all’infinito
la tua mano che accarezza.
Ci sono pomeriggi
domenicali
di me e te da soli
come quando eravamo giovani
e ci prendevamo sul divano
e ti amo.
Ci sono ore
troppo poche
e lussuose
in cui mi faccio fare bella
e tu sorridi
e io sbuffo.
Ci sono momenti
vecchi
di vecchi aperitivi
coi vecchi amici
nel vecchio locale
a guardare vecchie foto
chiedendomi se i vecchi siamo noi.
Ci sono domande
strane
che non vogliono risposte
e giornate
che arrivano per dono,
come quando aspetti pioggia
e invece splende il sole.

 

 

Recisione

L’alito ispessisce il vetro
e cola, solletico sul legno.
Gli occhi guardano lontano
ma non c’è armonia
nei contorni e nei colori.
Nuvole stracciate sono gli abiti del cielo,
quattro parole i miei.
Piove terra,
copre l’asfalto e l’erba
e mi toglie i punti.
Sento un suono secco
un sibilo lontano
che non mi piace,
che sa di recisione.
Ingoio amara confusione
e apro lo scrigno delle mie mani.
Sabbia.
La lascio scivolare
sottile e costante,
clessidra che non si può girare.

 

Auspicio

 

Auspicio, Dicembre 2006, olio e sabbia su pelle.

 

Come anticipato in alcuni commenti al quandro Se non so (So), ecco una delle mie opere a cui sono legata in modo strettissimo. Si tratta di un olio su pelle, un vero esperimento per me, perchè non avevo mai lavorato su un supporto di questo tipo, per altro su fondo nero.

Volevo qualcosa di speciale per il compleanno di Alessandra, che è per me la sorella, l’amica dell’anima, lo specchio… e una zia stupenda per mio figlio. Volevo qualcosa di speciale ed è arrivato Auspicio, un graffio rosso di cose che appartengono a noi.  Vorrei descrivere altre sensazioni che sono racchiuse in questo dipinto, ma credo che Ale l’abbia già fatto splendidamente nel commento a cui accennavo prima.

Spero di poterlo rivedere presto sulla parete che Ale sogna da tanto tempo.

 

 

Dopo è peggio!

In questi giorni mi è capitato spesso di pensare a quando ero incinta.
A quando l’ho scoperto, gli stati d’animo, l’euforia e il terrore.
Alle settimane di segreti, in cui avrei voluto dirlo al mondo e allo stesso tempo tenerlo solo per me.
Ai lunghi letarghi, la stanchezza, le privazioni, la fame cronica, il bruciore di stomaco.
Ai pianti immotivati e ormonali che tanto mi mettevano a disagio e ai vani tentativi consolatori delle mie amiche.
Alla fierezza con cui mostravo la mia pancia quando se ne vedeva appena appena un accenno.
Alla pesantezza con cui ho affrontato i cambiamenti importanti del mio corpo, quando la pancia cominciava a diventare un problema relazionale, perché non potevo essere abbracciata e perchè erano troppe le mani che avevo addosso, io che non amo essere toccata… quando la pancia era un problema di baricentro, perché non riuscivo ad alzarmi dal divano, quando non potevo nemmeno più tagliarmi le unghie dei piedi.

Ci sto pensando in questi giorni perché ho tre amiche in dolce attesa, e magari presto saranno quattro (io continuo a incrociare le dita per te, tanto lo so che leggi!)

Così, pensando pensando, ho riesumato una poesiola che avevo scritto proprio qualche giorno dopo aver avuto la grande notizia dell’arrivo del mio cucciolo.

 

BIANCO E ROSSO                                            (08/02/2007)

Ti muovi nel silenzio,
ti fai spazio tra le ombre.
Gridi il mio nome
e io non posso sentirlo.
Non posso riconoscerlo.
Si confonde tra gli altri rumori silenziosi.

Cosa sei?

So cos’eri. Bianco e rosso.
Riesco a scomporti.
Ma non so cosa sei oggi.

Hai infilato le tue unghie
come radici nelle mie carni.
Bevi il mio sangue.
Mangi il mio sangue.
Respiri il mio sangue.

Cosa sei?

E cosa sarai?

 

Infine volevo regalare alle mie amiche e a tutte le future mamme un frammento di un libro che ho letto mesi fa, avuto in prestito da Alessandra e che mi è piaciuto tanto.

 

Quando sei incinta, non pensi ad altro che a riprenderti il tuo corpo per averlo di nuovo tutto per te; dopo il parto, però, ti rendi conto che la parte più importante del tuo essere è diventata un elemento esterno, soggetto a ogni sorta di pericolo, che potrebbe sparire in ogni momento.
Così, passi il resto della tua vita cercando di escogitare un metodo per tenerlo abbastanza vicino, per stare bene. È questa la cosa strana della maternità: fino a quando non metti al mondo un bambino, non riesci nemmeno a capire quanto ne sentissi la mancanza.

(Jodi Picoult, Senza lasciare traccia) 

 

Bene, in bocca al lupo a tutte le future mamme, e godetevi questi mesi infernali, che dopo è peggio! ;-)

 

 

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