
Ecco che sono arrivata a concludere la Trilogia della Morte, di Mauro Corona, leggendo per ultimo L’ombra del bastone, romanzo che invece è stato scritto per primo, seguito da Storia di Neve e Il canto delle manere. Di fatto il problema non si pone, perché i tre romanzi sono assolutamente indipendenti l’uno dall’altro: quello che li rende una trilogia è la comune ambientazione nel paese di Erto, le frequenti citazioni di personaggi e situazioni narrate negli altri due romanzi, e soprattutto l’atmosfera che permea le tre storie: la natura dell’uomo, che non riesce a controllare gli istinti, le pulsioni, e finisce col commettere violenze, errori irrimediabili, perfino omicidi, in una spirale che troppo spesso si conclude a sua volta con la morte. Per il resto, i tre romanzi sono diversi per struttura, per stile, anche per dinamiche narrative.
In questo L’ombra del bastone abbiamo una storia racchiusa in una cornice: a casa di Mauro Corona si presenta un tizio della bassa friulana che gli porta un vecchio quaderno del 1920 ritrovato dietro un mattone della stalla. Il quaderno, scritto come un diario, è rovinato dal tempo, ha le pagine incollate. Solo si legge la firma di Severino Corona di Erto (detto Zino), e quindi il tizio pensa si tratti di un parente di Mauro. Quando Mauro riesce a leggere la storia contenuta nel diario, non può fare a meno di trascriverla, aggiustando un po’ l’italiano, traducendo le parole in ertano stretto e riempiendo qualche lacuna nella trama.
Così si apre la storia di Zino: una storia che comincia dalla fine, ce lo dice lui stesso. Non sa quanto ancora sopravviverà, e quindi vuole lasciare traccia di quello che è accaduto nella sua vita, partendo dal maledetto giorno in cui ha conosciuto Lei, la moglie del suo migliore amico Benvenuto Martinelli detto Raggio.
Da qui, è Zino che parla in prima persona e narra gli eventi come se ce li stesse raccontando a tu per tu, con i toni colloquiali, con i pudori e le confidenze, le amarezze per gli errori commessi, i brutti presentimenti, la consapevolezza del male in agguato e il non riuscire a opporvisi. Il tutto è permeato da un alone di mistero, di magia e sortilegi, legato alla storia della vecchia strega Melissa e della sua grotta (chi ha letto Neve ne ha sentito parlare), che introduce il tema portante del romanzo: la vendetta.
« Ti coperò con questo bastone! » promette Raggio a Zino, ed ecco che la vendetta è magistralmente incarnata nel titolo del romanzo: l’ombra di quel bastone altro non è che lo spettro che incombe, la minaccia di morte che resta sospesa negli anni e nelle distanze, e che – il lettore lo sa, ma non sa come – inesorabilmente arriverà a segno.
È un romanzo affascinante questo, che trascina subito, che fa affezionare. Una storia cupa, che riesce a scavare un cunicolo nell’animo del lettore, un po’ come una foiba: non c’è altra via di uscita, non c’è altra soluzione all’errore, che la morte.
È innegabile che Corona sia un grande narratore. Passaggi come la follia di Raggio, dovuta alle bacche della belladonna, oppure la grossa forma di formaggio per il prete, o la scena della corsa attorno alla foiba, sono di una tale potenza da restare impresse a lungo. Così come il linguaggio grezzo e sgrammaticato, pregno di ripetizioni che a tratti si fanno fastidiose, è del tutto congruo al contesto narrativo di questo diario scritto da un ertano negli anni venti.
E poi c’è lo stile di Mauro Corona, che con la sua semplicità, la schiettezza, il linguaggio essenziale, le costruzioni scarne, sa arrivare diretto al lettore e lo conquista, un po’ come se, liberando la struttura e il linguaggio da ogni orpello, ne resta la parte più vera, quella più efficace.
Così, lo stesso Corona parla del suo linguaggio:
“Io ho come obiettivo quello di parlare alla gente. Ma la mia gente è anche quella che ha fatto solo la terza elementare. Sono anche le massaie. Per questo uso una scrittura capibile. La letteratura è spesso troppo complicata, usa parole difficili. Io penso che sia inutile usare un termine come ‘epistassi’ per dire sangue da naso. La mia scrittura vuole essere riconoscibile”.
Insomma, un romanzo di cui mi sono innamorata. Forse non con la stessa intensità di Storia di Neve, ma siamo anche su lunghezze diverse (Neve è un romanzo lunghissimo, sulle 800 pagine, e pieno zeppo di cose, mentre qui siamo sulle 280 pagine, con una storia più lineare, meno personaggi, meno intrichi.) In definitiva, lo consiglio a chi ama le storie di vita quotidiana, il fascino dei tempi passati, i misteri e le tradizioni popolari, i sentimenti, l’essere umano.